Logo Storia Veneta

L'ATTENTATO ALLA QUESTURA DI MILANO DEL 17 MAGGIO 1973 COMPIUTO DAL VENEZIANO GIANFRANCO BERTOLI SEDICENTE ANARCHICO E DELINQUENTE ABITUALE

 

bertoli30a

bertoli19a 

bertoli16a 

I primi istanti dopo lo scoppio della bomba. Si cerca di soccorrere i feriti 

 

 

LA RICOSTRUZIONE DEI DISCORSI DEL BERTOLI A CASA DEI MERSI

 

Una testimonianza di famiglia

 

di Giorgio Marenghi

 

Dai verbali di interrogatorio di Gianfranco Bertoli fin qui pubblicati [ e che è preferibile aver letto per inquadrare bene la vicenda che già è complicata per conto suo, g.m.] appare chiaro che la famiglia MERSI si è ritagliata una posizione testimoniale di primaria importanza, essenziale per la ricostruzione dei movimenti dell'attentatore nelle ore della sera del 16 maggio 1973, quando il Bertoli decise di telefonare al numero di casa Mersi chiedendo di poter fare visita alla loro abitazione. Non sono solo i necessari aggiustamenti degli orari, riguardo alla prima telefonata, alla seconda, all'inizio  e alla fine della visita, ecc. a catturare l'attenzione degli inquirenti. L'importanza di questa testimonianza, a mio parere, consiste nel fatto che i coniugi MERSI furono gli ultimi personaggi che ebbero a parlare e a discutere con Gianfranco Bertoli. In qualche modo ebbero delle impressioni, ricevettero informazioni, avvertirono che qualcosa di strano avvolgeva l'intera persona del Bertoli.

 

Giustamente la Polizia sondò a fondo la memoria dei Mersi, sul contenuto dei colloqui, ovviamente. Ma leggendo anche la loro testimonianza rilasciata in vari momenti al magistrato sembra di poter penetrare, magari per un attimo, nella testa di questo presunto "anarchico", quasi un prototipo da "laboratorio", talmente confuso, ma anche abile, da passare per uno squilibrato qualsiasi, così sfuggente e intrigante nel lasciare tracce di sè difficili da interpretare. Per questi motivi ho riunito i vari verbali ("esame di testimonio senza giuramento") dei MERSI, da cui si potrà estrapolare alcuni punti fermi sulla personalità del Bertoli, almeno per quanto riguarda la sera del 16 maggio 1973, il giorno prima della strage alla Questura di Milano.

 

Innanzitutto di quali informazioni disponiamo sui movimenti del Bertoli nelle ore del pomeriggio del 16 maggio? Una testimonianza importante, offertaci dalla gerente della Pensione "Italia" (titolare il marito LOLLI Antonio), di Via Vitruvio n.44, la signora FUSARO Fides, ivi residente, copre tempo e luoghi. 

 

La gerente, interrogata il giorno dopo in qualità di testimone [test. 17/5/73 ore 12 nell'Ufficio Politico Questura di Milano, Comm.Capo P.S. Dr. Raffaele Valentini], dichiara che tra le 19,30 e le 20 "...mentre mi trovavo allo sportello della pensione...si è presentato un giovane biondo, alto, magro, trasandato nell'aspetto, indossante un impermeabile chiaro, sbottonato, il quale, appoggiando le mani sul banco della guardiola, mi ha chiesto se avevo una camera da riservargli per la notte. Io ho risposto che avevo una camera da riservargli e che sarebbe stata pronta solo dopo un paio d'ore dal momento che c'erano degli operai che stavano sistemandola. Il giovane, ...mi ha detto che forse non si sarebbe fermato dal momento che doveva partire la notte stessa...."

 

Commento - Strano questo colloquio, il cliente chiede ma non è sicuro di restare. Bertoli si presenta sulla scena di Milano già con l'aria di uno che ha fretta, troppa fretta. 

 

"Io ho obiettato che, se voleva effettivamente una camera, doveva impegnarsi a prenderla e a pagarne il costo. A questo punto il giovane...ha fissato senz'altro la camera ed io mi sono fatto pagare anticipatamente la somma di Lire 2.650 che il giovane ha pagato con un biglietto da Lire 10.000 tirato fuori dalla tasca insieme ad altri biglietti dello stesso taglio".

 

Commento - Una cosa appare subito chiara: Bertoli non è allo sbando, ha soldi in tasca e quindi ha anche una certa autonomia di movimento. E paga senza fiatare. 

 

"Ricevuto il resto il giovane, a mia richiesta, ha esibito, quale documento di riconoscimento di identità, un passaporto che io ho regolarmente annotato sul registro della Pensione, assegnandogli la camera n.21."

 

E qui appare il documento falso, un passaporto (n°.4338024 "smarrito" il 10.8.1969) a nome di Massimo Magri, di Bergamo, nato il 30.7.1942, ivi residente in Via Donizetti n.15, avente un fratello di nome Ivan. Secondo un rapporto della Legione Carabinieri di Milano, n.59756/3 di Prot. "P" del 17/5/73 i Magri sarebbero "...di ideologia anarcomaoista...sono ritenuti fanatici e pericolosi per la sicurezza dello Stato". Mentre il fratello Ivan è considerato un mezzo hippy, il Massimo Magri è segnalato - da questo rapporto - come residente in Milano presso una sede di "Servire il Popolo" (filocinesi). Firmato: Il Capitano dei Carabinieri, Comandante la 1^ Sezione, Girolamo Cucchetti. 

 

Commento - Non male per un passaporto "smarrito" e che è servito a Gianfranco Bertoli per girare il mondo, entrare in Israele, soggiornarvi in un Kibbuz, lasciare il paese con nave e sbarcare a Marsiglia, dirigersi in treno a Milano ed arrivare alla pensione di Via Vitruvio 44, il giorno 16, per riordinare le idee in vista della strage in programma per la mattina del 17 in Via Fatebenefratelli, davanti alla Questura di Milano. Tutti questi movimenti sempre (dice lui) con la bomba a mano "ananas" in tasca. Rigorosamente da solo come da manuale. 

 

Commento - Ci sono parecchi elementi che portano la memoria al complotto del 1969 contro gli anarchici, all'arresto di Valpreda per la strage di Piazza Fontana e poi alla graduale scoperta delle centrali "nere", sia fasciste che statali. C'è solo da meravigliarsi che la storia si ripeta, con le stesse pedine e con gli stessi metodi dell'infiltrazione e della disinformazione. 

 

Ma questa volta, per la strage del 17 maggio 1973, un nome c'è, l'attentatore viene subito catturato, ora non si può sbagliare, Gianfranco Bertoli è saldamente nelle mani dello Stato e la pubblica opinione può toccare con mano i particolari della vicenda. 

 

Tutto vero ma c'è un ma...l'attentatore si dichiara "anarchico individualista". Come la mettiamo? 

 

Commento - Per il momento, in attesa di indizi più convincenti, conviene continuare ad esaminare la testimonianza della signora FUSARO Fides, gerente della Pensione "Italia". Con la sua segnalazione arriviamo alle ore 20, 20,30 e Bertoli, ne siamo certi, ha fermato una camera alla pensione, quindi d'ora in poi possiamo tentare di seguirlo. E ci annotiamo per bene l'orario di rientro. Bertoli infatti, secondo la gerente, ritorna alla Pensione "Italia" in un lasso di tempo che va dalla mezzanotte all'una e trenta del 17 maggio. Questo è il punto. 

 

Il punto che ci permette adesso di ritornare indietro alle ore 20,30 quando Bertoli, dopo aver pagato la camera, lascia la Pensione "Italia" e si infila nelle strade di Milano. Ma a questo punto ci viene in soccorso la testimonianza, di cui abbiamo già fatto cenno, della famiglia MERSI. 

 

bertoli1a 

Una comune origine: Venezia, Ponte di Rialto, sia Bertoli che Antonietta Di Lalla, Rodolfo profugo istriano...

 

 

Le testimonianze rilasciate dai Mersi, Rodolfo (profugo dall'Istria e di idee fasciste) e la moglie Di Lalla, sono varie e tracciano un profilo del Bertoli a partire dagli anni 50, a Venezia, luogo di residenza anche per la signora Mersi. Che a 18 anni si fidanza con Rodolfo e conosce il Bertoli poichè il futuro marito è già da tempo suo amico.

 

"Per la verità - precisa Antonietta Di Lalla in un verbale dell'Ufficio Politico della Questura di Milano in data 17 maggio 1973 - non frequentai per molto tempo il Bertoli...ricordo solo che fin da allora lo consideravo un mezzo matto per alcuni suoi atteggiamenti e per i discorsi che faceva. Ricordo che una volta spense in fronte alla sua ragazza un mozzicone di sigaretta..."

 

"Furono tutti incontri avvenuti nel 1951...qualche altra volta dal 1951 al 1954...poi in tale data mi sposai e tutti e due cambiammo zona.....Per la verità - ora ricordo - anche mio padre mi aveva più volte parlato del Bertoli. Mio padre lavorava come guardia notturna nella zona in cui abitava il Bertoli e lo descriveva come un tipo strano e preoccupante".

 

"Nel 1969...mio marito l'aveva incontrato per caso in piazza Duomo e senza preavvisarmi l'aveva portato con sè a casa nostra dove il Bertoli si trattenne per un paio d'ore. Ricordo che in tale occasione parlammo di politica e il Bertoli si protestò anarchico...in particolare manifestò un'avversione non solo intellettuale ma anche sentimentale verso la Polizia.....nell'incontro di ieri sera..anche se il senso dei suoi discorsi era di netta avversione alle istituzioni e alla autorità, non si esprimeva con violenza contro di esse, anzi con un tono pacato ma nello stesso tempo cinico".

 

Per la serata che ci interessa, e cioè la sera del 16 maggio 1973, la Di Lalla ha la memoria pronta: "Mi telefonò verso le ore 20,30...chiedendo di mio marito. Mi disse che si trovava nei locali della Metropolitana, che era di passaggio per Milano e desiderava salutarci. [...] Precisai comunque che mio marito non era in casa...sarebbe potuto ritornare non più tardi delle 23. Egli rispose che non gli interessava aspettare purchè..ritornasse in tempo prima che lui fosse costretto a lasciare la mia casa, dovendo trovarsi alla stazione per mezzanotte..."

 

Commento - Anche in altre testimonianze dei MERSI ricorre la fretta del Bertoli di lasciare la loro casa per poter raggiungere la Stazione dei treni verso la mezzanotte. Anche questo è un punto fermo che può voler dire l'esistenza di un appuntamento importante con una terza persona. 

 

La Di Lalla oltre agli orari ci fornisce tantissimi particolari, dei colloqui avuti col Bertoli in quella strana serata del 16 maggio. Il visitatore aveva specificato che non voleva farsi vedere con loro, e la signora Mersi precisa nel verbale: "Io gli chiesi in che modo poteva comprometterci, facendosi vedere insieme a noi. Il Bertoli mi rispose in modo alquanto evasivo, dicendo che aveva timore di essere seguito, che aveva tanti nemici, che aveva paura di essere pedinato.....Non insistetti...Ricordo che già nella visita del 1969, giunti a un punto cruciale delle sue idee anarchiche io ebbi ad osservare che egli a mio parere non era normale e che le sue affermazioni più che frutto di una maturazione intellettuale erano legate a traumi subiti nella sfera emotiva."

 

"In tale occasione egli non mi rispose, ma restò colpito dalla mia osservazione tanto che appena riuscì a trattenersi dall'esplodere in un pianto. Poi il discorso passò sulla sua vita e anche per questo argomento non mi disse nulla di concreto: era vissuto negli ultimi tempi in Israele, odiava gli ebrei ("se fosse stato in suo potere avrebbe agito come Hitler"), che si era dedicato al traffico degli stupefacenti, facendone anche uso personale; mi fece pure capire che era stato costretto a lasciare Israele". 

 

Per la serata del 16 maggio 1973 le testimonianze dei coniugi Mersi concordano: alle 20,30 arriva la telefonata del Bertoli, alle 21 lo stesso arriva a casa Mersi e incontra la Antonietta Di Lalla, che telefona a suo marito dicendogli: "E' arrivato il tuo amico Franco, il bidone di Venezia. A che ora torni a casa?".

 

Rodolfo gli risponde: "Adesso ho da fare, ti telefonerò più tardi". Infatti la Di Lalla precisa: "Mio marito ritelefonò alle ore 22,15 circa e mi disse: "venitemi incontro, smetterò fra un po'". Al che io mi rivolsi al Bertoli il quale si rifiutò dicendo: "a mezzanotte devo essere alla stazione". Rivolgendomi a mio marito gli dissi: "non vuole venire perchè deve andare alla stazione. Mio marito mi chiese: "perchè? a che ora deve partire?". Domandai ciò al Bertoli ed egli: "non devo partire, ma devo andare in centrale".

 

Commento - Di nuovo abbiamo la conferma che di un appuntamento importante certamente si trattava. Bertoli "deve" essere in Stazione Centrale alla mezzanotte tra il 16 ed il 17 maggio 1973.

 

In data 11 giugno 1973 Rodolfo Mersi rilascia al magistrato dott. Lombardi una testimonianza con maggiori particolari. "Il Bertoli a casa mia non ha mai parlato della chiesa di San Marco, nè con me nè con mia moglie. Non è neppure vero, come riportato su qualche giornale, che lo stesso mi abbia chiesto dove si trovasse questa chiesa.....Il nome di tale chiesa è venuto fuori per la prima volta nel corso del confronto. In tale occasione il Bertoli disse che prevedeva di utilizzare la bomba nella chiesa di San Marco dove prevedeva si sarebbe svolta la cerimonia funebre all'atto dell'uccisione del Calabresi. Disse anche che la cerimonia sarebbe avvenuta nel pomeriggio, ora in cui è più facile richiamare molta gente. Gli fu chiesto dove fosse la chiesa di San Marco ed egli rispose: "Nei pressi di via Mac Mahon dimostrando di non sapere neppure dove fosse ubicata".

 

"Apprendemmo nell'occasione che il Bertoli non sapeva neppure che il Calabresi avesse moglie e figli. Io mi meravigliai del fatto che egli, pur avendo covato per tanto tempo il suo proposito criminoso, almeno così ha detto, sapesse tanto poco di Calabresi".

 

Commento - Notevole questa dichiarazione di Rodolfo Mersi: un odio così potente, almeno a parole, vuoto di notizie e di informazioni sull'avversario. C'è di che riflettere sulle "campagne terroristiche" del Bertoli. Si avverte che qualcosa di strano c'è: manca l'emotività e l'informazione accurata, ad un livello così "freddo" che fa pensare ad un odio "sintetico", da "laboratorio", abituale per un killer di qualche organizzazione che programma episodi di destabilizzazione.

 

Così continua il verbale di testimonianza di Rodolfo Mersi: "In un attimo in cui rimasi solo con il Bertoli durante il confronto (negli uffici del magistrato, g.m.) gli dissi che era uno stupido ad avere agito così ed egli nell'unico attimo di debolezza e di abbandono mi disse: "Sono venuto da te con la speranza assurda; speravo che tu capissi ciò che non avevo il coraggio di dirti; speravo di essere frenato". Gli chiesi: "Se avessi saputo che eri stato assolto dall'imputazione di tentato omicidio e rapina (una vecchia pendenza di Bertoli, g.m.) e se io fossi riuscito ad intuire le tue intenzioni, pensi che sarei riuscito a farti desistere?"

 

"Forse sì!" Io ebbi la netta sensazione che fosse stato obbligato a fare quel gesto, anche se non capisco da chi. Questa mia sensazione era confermata da quanto dettomi la sera del 16 a casa mia. Egli infatti disse che non dormiva la notte per paura che lo ammazzassero. Al che io risposi: "La Polizia non ammazza nessuno". Lui non replicò, facendomi capire che non era la Polizia che temeva. Ebbi comunque la netta sensazione che egli fosse ricattato e temesse rappresaglie".

 

"Salutandomi mi disse: "Ci vediamo tra dieci anni o mai più". Sono altresì convinto che egli volesse farla franca, dopo il lancio della bomba; suppongo questo dall'ultima frase detta prima di salutarmi, per il fatto che non cambiò tutti i soldi all'ufficio cambio, per il fatto che pagò la pensione anticipatamente, per il fatto che lasciò i bagagli alla stazione. Credo che non fuggì, o perchè non ebbe le gambe o perchè eventuali complici non arrivarono in tempo. Ritengo che egli sostenne a spada tratta la parte dell'anarchico individualista giusto per crearsi un mito".

 

[...] "Non so se il Bertoli avesse la bomba in tasca quando venne a casa mia. Stento a credere che sia possibile sia perchè non notai alcun rigonfiamento ai suoi pantaloni dal lato della sua tasca destra, sia perchè quando lo lasciai camminava normale. ......Durante la conversazione serale egli stava seduto di fronte a me senza il tavolo di mezzo, non aveva le gambe accavallate. Ora che Lei mi fa riflettere (il magistrato dott. Lombardi, g.m.) credo che avrei notato il rigonfiamento della bomba nei suoi pantaloni".

 

"Ricordo che quando spinse la porta automatica del metrò e introdusse il biglietto, entrò spedito spingendo il bracciolo della porta della metropolitana con le gambe e non con la mano. Ciò sarebbe molto strano se avesse avuto in tasca la bomba. Penso infatti che se l'urto è violento, anche se la sicura è innescata, c'è sempre pericolo dell'esplosione".

 

"Mia moglie mi ha detto che in sua presenza il Bertoli parlò scherzosamente di bombe; al che ella e mia figlia andarono a verificare se nell'impermeabile vi fosse effettivamente una bomba".

 

Commento - Bertoli, ovviamente, non la racconta giusta, non sarebbe lui se non mentisse. Tutta la sua vita fatta di espedienti e di episodi delinquenziali non depone certo a favore della sua trasparenza. E anche la sera del 16 maggio 1973 nei pantaloni del Bertoli non c'era nulla. Come probabilmente tutta la storia della bomba rubata ad un kibbuz è una emerita bugia. Bertoli ha lasciato Israele "pulito" ed è stato rifornito a Marsiglia o direttamente a Milano (alla mezzanotte in Stazione Centrale). In ogni caso il viaggio "sul caso Bertoli" continua, tra un mare di menzogne e di contraddizioni. Seguiteci.

Giorgio Marenghi

 

[AI LETTORI: Questo lavoro di ricerca sta progredendo. Prossimamente ci saranno altri aggiornamenti. Vi diciamo subito che questo è un vero giallo poichè gli attori sono personaggi incredibili...]