Logo Storia Veneta

TRIBUNALE DI MILANO

Ufficio Istruzione Penale

Procedimento penale contro Bertoli Gianfranco

 

La perizia psichiatrica

RELAZIONE DI PERIZIA PSICHIATRICA COLLEGIALE SULLO STATO DI MENTE DI BERTOLI GIANFRANCO

 

Periti:

Prof. Gianluigi Ponti

Prof. Gianfranco Garavaglia

Dott. Giovanni Toffanin

 

 

Il 29 maggio 1973 l'Ill.mo Signor Giudice Istruttore Dott. Lombardi ha posto ai sottoscritti i seguenti

 

QUESITI:

 

"Letti gli atti, esaminato il periziando, svolti gli accertamenti del caso, acquisita la documentazione ritenuta opportuna, dicano i periti se Bertoli Gianfranco, al momento dei fatti per cui si procede, era per infermità o per abuso o cronica intossicazione da sostanze alccoliche o stupefacendi, in tale stato di mente da escludere, o scemare grandemente senza escluderla, la capacità di intendere e di volere.

Dicano se il Bertoli è persona socialmente pericolosa ai sensi e per gli effetti degli artt. 91, 92, 94, 95 c.p.

Dicano quali siano le condizioni psichiche attuali del Bertoli".

 

Esame degli atti:

 

Fra le notizie contenute in atti che possono avere interesse ai fini della presente indagine, merita di ricordare che il Bertoli fu sottoposto alle ore 16 del 17 maggio 1973, giorno del fatto per cui è processo, a perizia, eseguita da uno degli scriventi (Prof. Ponti), in associazione con i Proff. Basile e Marozzi.

 

La relazione peritale precisò che, a cinque ore dall'attentato, il Bertoli non presentava segni clinicamente rilevabili di acuta intossicazione da alcool o stupefacendi. Dal punto di vista psichico il Bertoli apparve lucido, con comportamento corretto, nomalmente orientato nel tempo, nello spazio, sulla propria persona e nel rapporto oggettivo; era in grado di intendere il significato delle domande postegli, non aveva disturbi della memoria, della psicopercezione, era privo di grossolani disturbi della ideazione.

 

L'indagine tossicologica escluse la presenza nel sangue e nelle urine di sostanze stupefacenti. Venne rilevato un tasso alccolimetrico di 70 mg%: tenuto conto della curva di eliminazione dell'alcool nel sangue e posto che il Bertoli non aveva bevuto alcoolici dopo il lancio della bomba, venne valutato il tasso nel sangue al momento del fatto come compreso tra 120 e 170 mg%, tale da comportare uno stato di ebbrezza, ma non di vera e propria ubriachezza.

 

Venne anche riferito che, se l'assunzione di alcool era stata effettuata nella mezz'ora precedente il lancio della bomba, il tasso alcoolimetrico al momento del fatto doveva ritenersi invece più basso, anche se non esattamente valutabile.

 

Merita in secondo luogo ricordare che, essendosi saputo che il Bertoli, in occasione di procedimento penale nel 1958, era stato sottoposto a perizia psichiatrica, è stata acquisita agli atti la relazione peritale allora eseguita, della quale si è presa visione.

 

La relazione fu redatta dal Prof. Fattovich di Venezia e si concluse con una diagnosi di gracilità mentale in soggetto caratteropatico; il Bertoli venne ritenuto affetto da infermità che scemava grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e volere e fu giudicato come socialmente non pericoloso.

 

 

Esame del periziando

 

Si è proceduto alla visita, ai colloqui ed agli altri accertamenti presso le Carceri di San Vittore in Milano, nel corso di numerose sedute eseguite parte singolarmente, parte collegialmente dai sottoscritti periti. Non sono intervenuti alle operazioni nè il difensore del Bertoli nè consulenti di parte.

 

Fra le notizie raccolte direttamente dal periziando, riferiamo in primo luogo quanto attiene all'anmnesi ed alla biografia, precisando che quanto segue costituisce un semplice fedele riassunto di ciò che il Bertoli ha comunicato.

 

Anamnesi e autobiografia - Parla il Bertoli

 

Il Bertoli riferisce di essere nato il 30 aprile 1933, primogenito di tre figli, da famiglia veneziana, di origini modeste, ma che aveva aspirato a conseguire un certo benessere ed una rispettabilità borghese: Il padre aveva bottega di sarto, la madre era casalinga, ed egli dice che tutta la famiglia visse sempre alla insegna del conformismo.

 

Non risultano al soggetto tare organiche o psichiche fra ascendenti e collaterali; solamente il nonno materno, scaricatore al mercato del pesce, fu uomo che abusò grandemente di alcoolici.

 

Definisce il clima della famiglia all'epoca della sua infanzia come "disturbato": fra i genitori vi era uno stacco di vent'anni, il padre aveva velleità autoritaristiche senza esserne capace; la madre era donna di gracilissima costituzione, che "voleva essere sempre malata", mai molto legata al marito affettivamente, e forse anche infedele.

 

Ricorda di aver avuto nell'età scolastica una vera venerazione per la propria famiglia, che gli sembrava il modello su cui doveva uniformarsi tutto il mondo; aveva una stima illimitata per il padre, che si tramutò più tardi invece in un vero disprezzo.

 

Circa i suoi rapporti affettivi con la madre il soggetto è sempre molto cauto e non si sbilancia in giudizi o descrizione di fatti, facendo sottintendere che vi furono cose che turbarono profondamente il suo legame con la madre.

 

Visse da piccolo come se fosse "il centro dell'universo", convinto di essere più dotato degli altri bambini, e sollecitato ad emergere dalla ambizione dei genitori che, pervasi da preoccupazioni di perbenismo piccolo borghese, lo volevano preservare tra l'altro da "contatti contaminanti", cioè da persone che non fossero del suo livello ( e che era poi quello di figlio di un modesto sarto).

 

Fu inviato a scuola con un anno di anticipo, ma il suo rendimento fu "un disastro": scarsissimo profitto, nessuna applicazione; fu sempre promosso unicamente per la buona volontà degli insegnanti e per raccomandazioni. Alle medie il suo rendimento fu ancora più scarso: si era andato intanto maturando, con l'adolescenza, un atteggiamento di netta opposizione verso i genitori e, siccome loro volevano che lui fosse il migliore, fece di tutto per diventare uno degli ultimi scolari.

 

Con la crisi puberale si andarono organizzando interessi politici e, poichè il clima della famiglia e del suo ambiente era anticomunista, egli divenne invece comunista. Ebbe delle grane a scuola perchè fece pubbliche letture di Lenin. Conseguita con difficoltà la licenza media, passò all'Istituto Tecnico, sempre con gli abituali scarsi successi.

 

Sui sedici anni la sua opposizione critica alla famiglia e alla società borghese si concretò nel desiderio di "andar contro alle norme": fu così che, entrato in possesso di una pistola, la portò in classe, in quanto si trattava di un'azione proibita: un compagno esplose per sbaglio un colpo, egli fu identificato come il possessore dell'arma, fu espulso da tutte le scuole, vi fu un processo e fu condannato.

 

Ciò suscitò in casa una "tragedia", ne fecero una questione di prestigio conpromesso, il padre gli fece sentire di essere un "terribile criminale, e ciò per un ragazzo di sedici anni è esaltante!". Fu così interrotta la carriera scolastica.

 

Alla stessa età ebbe il primo contatto sessuale con una donna di molto più anziana, che gli lasciò delusione ed addirittura repulsione per il rapporto sessuale. Non ebbe amoretti giovanili ed anche successivamente non riuscì mai a nutrire affetto per la donna: visse la figura femminile sempre come disturbante, estranea se non addirittura ostile; ebbe normali rapporti sessuali, ma sempre sentiti come puri bisogni fisiologici, in case di prostituzione o con persone cui non era legato da sentimenti.

 

L'ultima volta che, anni dopo, sentì una attrazione per una donna, al momento del coito fu colto da temporanea impotenza.

 

Cercò di lavorare, ma ottenne solo dei posti da impiegatuccio, piccole rappresentanze, fece il guardasala ed altri lavori modesti, che non appagavano affatto il desiderio dei genitori di vederlo inserito in una attività "rispettabile": cambiò molti posti e si rivelò sempre incostante e senza capacità.

 

Verso i venti anni, coltivando l'ideologia "bolscevica" ebbe rapporti col Partito Comunista e, al proposito, racconta, per sottintesi, una storia nebulosa: sarebbe stato incaricato di fare la spia per conto del Partito negli ambienti dei trotzkisti e poi fra le formazioni fasciste, fu invischiato in storie di controspionaggio, si trovò coinvolto in una vicenda di traffico di armi: ne riportò una condanna e commenta "credendo di far opera meritoria, suscitai solo sospetti". [Agli psichiatri Bertoli non la racconta giusta: il periodo "nebuloso, la spia, ecc. ci fu veramente. Solo che egli fu reclutato dal S.I.F.A.R. (il servizio segreto militare negli anni 50-60; lo vedremo più avanti questo capitolo della sua vita; nota di g.m.]

 

Babbandonò gli interessi politici ed iniziò a far vita godereccia, con gruppi di giovani senza troppi scrupoli, a far "baraccate", a bere frequentemente. Presto si trovò inserito in un gruppo di teppisti, di cui si sentiva leader, dediti a bravate, a risse, a pestaggi, a furti, a vandalismi; era ubriaco tutti i giorni.

 

Riferisce che visse come se mirasse ad un "suicidio morale"; sentendosi però membro di un "gruppo", si riteneva più apprezzato "facendo il balordo, che non quando vedevo la vita seriamente". Divenne aggressivo, un bravaccio, prepotente, girava armato di coltello, del quale faceva sovente esibizione.

 

Venne arrestato nel 1958, a venticinque anni, per la prima volta, perchè aveva commesso un furto. In carcere si ammalò di una grave forma di polisierosite tubercolare (l'unica malattia importante della sua vita) e si ritenne vicino alla morte; nel corso della malattia, durata circa un anno, "ebbe un ripensamento" e si sentì come svuotato della aggressività di prima: si sentì invalido ed incapace di affrontare su nuovi binari la vita, una volta terminata la carcerazione.

 

Ripiombò nell'ambiente di delinquenti abituali, che era divenuto l'unico nel quale si sentiva non escluso (la famiglia per quanto lo aiutasse ancora con "elemosine" tendeva a distaccarlo da sè), riprese a rubare, ma senza più quell'aggressività spavalda che caratterizzò il periodo precedente.

 

Nel 1960 era nuovamente in carcere per furto e vi rimase quasi un anno. Fu aiutato dalla famiglia alla scarcerazione, fece mestieri squalificati, come manovale, fino a che nel 1962 riuscì ad ottenere un posto di operaio alla Montecatini di Mestre.

 

Fu questa la sua fase operaia, riprese interesse per la politica, si interessò al sindacalismo. "Stavo per essere condizionato dalla mentalità operaia, stavo accettando la prospettiva riformista dei sindacalisti".

 

La sua vita di operaio cessò però dopo due anni, quando nel 1964 fu condannato per furto di un motorino, commesso da un amico che egli non volle tradire. Fu in carcere per la terza volta e, all'uscita, non volle più ritentare l'inserimento nel mondo operaio.

 

Riprese a bere tantissimo, si riattaccò all'ambiente dei delinquenti abituali, fece scippi, truffe, furti, una vita "balorda e godereccia da irresponsabile". Arrestato nel 1965, trascorse ancora due anni in carcere; quando uscì, cadde "sempre più in basso", vivendo di espedienti, talora di piccoli prestiti di gente conosciuta in carcere, dormendo spesso all'aperto, senza più casa nè famiglia (i genitori si erano impoveriti, dai fratelli non ebbe mai aiuto).

 

Nel 1967 fu incriminato per un furto con spaccata, che non aveva commesso, e trascorse otto mesi in carcere, per venir poi assolto in appello. Questa condanna ingiusta provocò in lui una reazione "politicizzata", contro gli abusi e le ingiustizie subìte: si rese conto delle ingiustizie della società e andarono allora sorgendo ed affermandosi i contenuti dell'ideologia anarchica, prima come reazione viscerale, poi come momento razionale.

 

"poichè una delle strutture reggenti la società è la legge, bisogna distruggere la legge combattendola col crimine". E, mentre prima era delinquente per "l'alcoolismo e la depravazione", ora si propose di esserlo come scelta rivoluzionaria.

 

Decise di non tornare più in carcere per "fesserie", ma per qualche cosa di "serio". Conobbe in questo periodo un insegnante carcerario, che ebbe su di lui un grande ascendente e che cercò di aiutarlo mediante i "benefattori di professione".

 

Si rivolse ad opere caritatevoli, ma non ottenne niente di soddisfacente: lavori da sguattero, il buono per la minestra, un posto al dormitorio pubblico. Per far qualcosa di "dimostrativo", che avesse significato di rivolta contro la società, che facesse rumore, che fosse coerente con la ideologia anarchica, che era andato nel frattempo coltivando con molte letture, decise di sparare in pubblico contro la Polizia.

 

Si recò in un bar, fece fracasso, deciso, all'arrivo della Polizia, a sparare: ma si sbronzò completamente e, quando giunse la Volante, si fece arrestare. Fu condannato a 4 mesi. Lavorò poi in una cooperativa di facchinaggio, sfruttato e ridotto ad uno stato di indesrivibile decadimento, logorato dalla fatica, squalificato dinnanzi a tutti: spesso ubriaco, tenuto alla larga anche dai delinquenti abituali, nemmeno più oggetto di sorveglianza da parte della Questura, che lo vedeva vivacchiare di stenti, spesso di carità, ospite delle mense dei poveri.

 

Soffrì le contraddizioni della carità ufficiale, che "finge di aiutare e che lascia le cose come stanno"; si sentì "complice dello sfruttamento capitalista", prestandosi a lavorare di tanto in tanto come sotto-proletario squalificato.

 

Pensò ad un altro gesto dimostrativo: al suicidio clamoroso, nel dormitorio pubblico, di un "relitto che con la sua morte denunciasse le ingiustizie della società". Fu a ciò indotto anche da alcune letture (Pavese, Laiolo).

 

Prese degli antinevralgici, ma in dose inadeguata; fu inviato in ospedale, non successe nulla di clamoroso, fu curato e salvato. "La società dimostra la sua ipocrisia, prima portando un uomo al suicidio, e poi prodigandosi per salvarlo in ospedale, senza offrirgli niente per quando dovrà affrontare la vita".

 

Anche il fratello, che pur lavorava come infermiere nello stesso ospedale di Mestre, non venne nemmeno a trovarlo. Dopo la guarigione riprese il lavoro, sempre in attività squalificate, quale facchino, gommista, con lavori molto saltuari e di breve durata; sviluppò nel frattempo i contatti con l'ambiente anarchico, ma su questo il Bertoli non vuole riferire nulla, dicendo che non vuole che siano compromesse persone che non c'entrano con la presente vicenda.

 

Nel 1970 si trova a Padova, in una casa per ex detenuti, dove si creò una situazione "spiacevole" con i frati che reggevano l'istituzione, per via dei contrasti ideologici e del diverso modo di intendere l'inserimento sociale. 

 

Se ne venne via lasciando un debito, fu a Venezia, ospite di amici, si mantenne con furti, o meglio con "atti di espropriazione, chiamati furti, ma in realtà da considerarsi quale riconoscimento dell'illegittimità della proprietà privata ".

Nell'ottobre 1970 ritornò a Padova per pagare il debito ai frati, ma lesse per caso su un giornale che era ricercato per rapina e tentato omicidio; dice che egli ne era estraneo, poichè il delitto, commesso a Padova, avvenne nel periodo in cui viveva a Venezia.

 

Pensò di andare alla Polizia a giustificarsi, ma se ne astenne poichè non gli sarebbe stato possibile fornire i nomi di coloro presso cui era vissuto a Venezia, non "volendo comprometterli". Decise perciò di darsi alla latitanza ed iniziò a girare per varie città in Italia, Svizzera, Francia, fino a quando pensò di recarsi in Israele.

 

Partì nel marzo 1971 e iniziò l'esperienza del kibbutz, durata fino al rientro in Italia. In quegli anni visse tranquillo, arrotondando spesso il magro peculio con attività di cambiavaluta clandestino presso comitive di turisti.

 

Andava intanto meditando che, coerentemente alla sua ideologia di anarchico individualista, senza contatti con i movimenti anarchici ufficiali, doveva compiere qualche gesto dimostrativo, per dimostrare a tutti con un atto clamoroso la sua non adesione al sistema.

 

Pensò ad un atto terroristico da compiersi contro forze di Polizia e autorità e gli si prospettarono due possibilità: quella dell'anniversario della morte di uno studente pisano, ucciso dalla Polizia, o quella delle celebrazioni per la morte di Calabresi; optò per quest'ultima perchè la nave che usò per venire in Europa vi giungeva dopo la data dell'anniversario della morte dello studente.

 

Portò con sè la bomba (il racconto di Bertoli agli psichiatri qui riassunto è ovviamente infarcito di errori e di false affermazioni; nota di g.m.) che aveva trafugato nel kibbutz, giunse a Milano ed apprese solo alla mattina del fatto il calendario della cerimonia.

 

Giunse dinnanzi alla Questura pensando di colpire le autorità, ma non gli fu consentito di entrare nel cortile. Era preparato a morire, immaginando che sarebbe stato facilmente colpito dopo l'attentato, oppure linciato, o di morire per l'esplosione stessa.

 

Non potendo entrare nel luogo della cerimonia, decise di attendere fuori l'uscita delle autorità; si recò in un bar per prendere del cognac, quando uscì era già tardi, la cerimonia era finita e le autorità già partite. Vide però un gruppo di ufficiali che stava uscendo dall'androne e tirò la bomba a mano contro di loro: probabilmente la traiettoria della bomba fu deviata ed andò a cadere in mezzo alla folla.

Commento - Occorre che il lettore tenga presente che questo racconto è un riassunto delle dichiarazioni di Bertoli agli psichiatri. I medici hanno solo riportato ciò che l'imputato voleva dire. (Nota di Giorgio Marenghi)

 

Abbiamo tralasciato l'esame medico generale, l'esame neurologico, l'esame elettroencefalografico e l'elettroencefalogramma e ci siamo concentrati sull'esame psichico meno gravato da linguaggio specialistico e decisamente il più interessante per conoscere la personalità del Bertoli. g.m.

 

 

Esame psichico

(Questo contenuto riporta il punto di vista dei medici psichiatri)

 

Fin dal primo incontro il periziando che aveva precedentemente dichiarato di non voler collaborare in una indagine peritale sulle sue condizioni psichiche, perchè la riteneva lesiva della sua libertà, ha viceversa partecipato al colloquio con evidente compiacimento di poter esprimere tutto quanto pensa, e tutto quello che sente, e, quantomeno, tutto quello che egli ritiene presentabile a persone che egli considera in grado di comprenderlo, anche se non sono in grado di condividerne le convinzioni e le emozioni.

 

Egli si presenta con atteggiamento garbato, rispettoso, ma non untuoso, non altezzoso, nè supponente, non certo umile, ma neppure fiero o di tipo messianico.

 

C'è sempre stato, con ciascuno di noi, fondamentalmente, un atteggiamento di persona che cerca di presentarsi come uomo rispettabile, in quanto libero, in contrapposizione con il conformismo e la passività di tutti di fronte alle spietate norme di un sistema di vita che tutti, o quasi, salvo pochissime eccezioni, coinvolge in una sostanziale schiavitù nei confronti di chi detiene il potere e detta le regole del gioco.

 

Ciò che egli, per prima cosa, dichiara, è di rifiutare qualunque giudizio di "pazzia" nei suoi confronti: egli più volte con sottili, e non stereotipe argomentazioni, sostiene che il ritenerlo "pazzo" sarebbe un espediente per liquidare tutte le possibilità di entrare, sia pure anche fugacemente, in crisi, da parte dei componenti tutti di questa società.

 

Fin dal primo incontro egli ci ha detto (e lo ha scritto all'inizio del lungo memoriale che ha destinato al suo difensore): 

"Devo rimanere convinto che il mio gesto sia servito a qualcosa. Se fra qualche anno si parlerà ancora di quel che ho fatto e la gente discuterà sui motivi che mi hanno spinto ad agire, non liquidando la faccenda con il convincimento che io sia pazzo, ciò servirà a qualcosa per fare evolvere gli uomini verso una vera libertà. Se ciò non fosse, se io perdessi questa convinzione, allora impazzirei".

 

Abbiamo voluto dar subito qui quella che ci sembra essere la fondamentale posizione emotiva e concettuale del periziando, il fulcro della sua personalità contraddittoria, da un lato caratterizzata da un bisogno di rottura violenta nei confronti degli "altri" costituenti, la società, il sistema, dall'altro il bisogno di essere dagli "altri" assunto a stimolo di riflessione e di esempio.

 

Occorre ora, prima di passare ad esaminare più in dettaglio il suo modo di porsi nel mondo e di giudicare sè stesso e gli altri, riferire brevemente quello che è il suo modo di apparire, ioè il suo modo di percepire, comprendere, memorizzare, ideare, esprimere concetti e fatti.

 

Egli è attento, prontissimo nella percezione e comprensione di ciò che gli si chiede o che gli si obietta: anche quando si espongono concetti complessi egli entra immediatamente nello spirito del discorso e risponde in modo esauriente e pertinente, con linguaggio appropriato, ma piano, senza preziosismi e stereotipi di frasi fatte.

 

Talvolta chiede, con una certa umiltà, scusa di non essere all'altezza di usare una terminologia appropriata in quella che egli ritiene la materia di nostra pertinenza (vale a dire la conoscenza dei meccanismi della psiche umana), ma, non soccorrendogli una specifica informazione in campo psicologico, si appoggia quasi sempre, per spiegare i comportamenti degli uomini, i conflitti fra gli uomini isolati e fra i gruppi, a citazioni di autori che hanno scritto di politica, di storia, di sociologia ed anche di filosofia.

 

Il suo discorso, a volte prolisso, sempre molto particolareggiato, è infiorato di citazioni di "sacri" testi, citazioni perfettamente pertinenti all'argomento trattato, e fatte con vigile spirito critico, senza dogmatismo.

 

Da Kant a Hegel, da Bakunin a Malatesta, da Marx a Trotzky ecc., è veramente sorprendente la conoscenza profonda non solo dei testi degli anarchici o dei comunisti, dei socialisti, ma anche degli autori che tali pensatori hanno combattuto, o comunque esprimenti ideologie ben diverse.

 

Una ridda di nomi che, per persona di media cultura, evocano soltanto confusi ricordi di notizie apprese qua e là, si collocano con precisione, nei discorsi del nostro, nel loro momento storico, nel rapporto con i movimenti politici e con le lotte sociali della loro epoca, ed esemplificano, volta a volta, sfaccettature di pensiero e si sentimenti che egli intende esprimere.

 

Nonostante questa profluvie di citazioni, tuttavia il periziando non mostra di voler ostentare una cultura atta a stupefare l'ascoltatore o a metterlo a disagio: con eleganza finge di non accorgersi che, molto spesso, se, accanto al nome del personaggio citato, non ne vengono ricordate le opere, il messaggio rimane lettera morta, e trova modo di risolvere l'imbarazzo dell'ascoltatore dicendo quel che occorre perchè possa essere compreso.

 

[...] "... naturalmente egli rimane nel suo convincimento di sentire, di pensare e di aver agito in modo significativo e valido nelle intenzioni degli ultimi tempi della sua vita, anche se riconosce di aver quanto meno fallito, nel tragico comportamento, in gran parte lo scopo che si proponeva.

 

Certo si rammarica di aver procurato la morte, soprattutto della giovane (meno la morte delle altre persone);  egli si sentirebbe finalmente, dopo tutta una vita di continue sconfitte e di continui insuccessi e di progressivo abbrutimento sino a quando andò nel kibbutz, un vittorioso se avesse potuto uccidere ministri e autorità civili e militari....Ma non si lascia prendere dal rimorso, perchè, dopo tutto, tutti quelli che vissero senza ribellarsi sono complici e "perchè senza sangue non si è mai avuto alcun progresso".

 

"Anche l'aggressione è una comunicazione, è un atto di amore" afferma: un gesto compiuto così come lui l'ha fatto, provocando una strage, pronto ad essere linciato (e si meraviglia che ciò non sia avvenuto), è una testimonianza di ricerca assoluta di libertà.

 

Ma, nonostante queste dichiarazioni di accettazione di ogni conseguenza, anche la più tragica per lui, del suo gesto di protesta, egli, con altrettanta esplicita chiarezza, si lamentava di essere trattato in modo offensivo della sua individualità, quando era detenuto nelle celle di isolamento (i cosiddetti "topi" di S.Vittore) e chiedeva che noi intercedessimo presso il Magistrato affinchè venisse assegnato a una cella più confortevole; ed ora che si trova in una cella del 2° piano del centro di osservazione (cella luminosa e decentemente arredata) si lamenta perchè c'è sempre un agente che lo sorveglia.

 

Da un lato egli riconosce che egli è ideologicamente fuori e contro ogni regola del "sistema" e che il suo gesto è stato espressione di tale posizione di violento rifiuto, e che pertanto il "sistema", come conseguenza diretta della sua provocazione, potrebbe vendicarsi uccidendolo, ma si sente offeso dal fatto di essere conculcato nella sua aspirazione ad avere uno spazio suo, ove possa sentirsi libero di leggere, scrivere, senza essere continuamente osservato.

 

[...] Dopo la malattia sofferta in carcere (per cui venne ricoverato nell'infermeria di San Vittore, ove uno di noi ebbe modo di conoscerlo a lungo e di notare in lui una gran paura di morire, una gran difficoltà a ritenersi guarito), egli, pur continuando a porsi in conflitto con la norma penale, diresse, in modo più o meno consapevole, la propria aggressività contro sè stesso.

 

[...] "...l'immagine che il periziando tende a dare di sè, è una immagine non di rigido, delirante paladino di una posizione indiscutibilmente valida, ma quella di una persona che ha sofferto di un lungo travaglio personale, che ha bisogno, per uscirne, di fruire di concezioni ideali, che hanno trovato più o meno validi e appassionati teorizzatori, e che pertanto presenta come ormai da lui perfettamente condivise.

 

Non c'è nel periziando la dereistica e acritica convinzione della verità assoluta del proprio modo di pensare, nè la rigida maniera di imporre tale convinzione propria dei soggetti affetti da paranoia.

 

Egli è in grado di accettare le critiche postegli e di vedere la genesi della posizione assunta ora nelle precedenti vicende frustranti della sua esistenza.

 

Egli è dunque una personalità grandemente disarmonica, che procede su due livelli di modalità di approccio della realtà: l'una caratterizzata da un bisogno immediato di affermazione, senza capacità di dilazionare il momento della gratificazione,...l'altra caratterizzata viceversa dal bisogno di evadere dalla conflittualità con la realtà esterna, mediante un lavoro intellettuale che permette la creazione di un mondo ideologico che prescinde dalla realtà stessa.

 

[...] Ai fini del compito assegnatoci conviene comunque concludere questo capitolo rilevando quanto segue:

1) Le facoltà intellettive del nostro periziando sono grandemente sviluppate e non appaiono viziate da quell'affievolimento delle capacità di critica e di giudizio che caratterizzano le facoltà intellettive dei malati di paranoia.

2) In particolare il periziando ha ben presenti gli aspetti illeciti, stante la norma penale vigente, del proprio modo di comportarsi.

3) Egli è in grado di scegliere il proprio comportamento, in ossequio ai propri modi di sentire e di valutare il mondo e sè stesso; egli è, in altre parole, in condizioni di "volere" anche se i suoi convincimenti....appaiono profondamente in contrasto con il modo di sentire e pensare comune.

 

[...] La capacità di attenzione e di concentrazione, così come le altre funzioni basilari del pensiero, appaiono buone.

 

La sfera emotiva-affettiva appare ricca e dal punto di vista formale sufficientemente matura, nel senso che non ci sono note di labilità e di impulsività.....Ciò non toglie che la personalità, proprio dal punto di vista emotivo-affettivo, presenti delle note anomale.

 

Da tutti questi elementi emerge una situazione complessuale profonda che consiste in una percezione della figura femminile con prevalenti connotazioni orali e sostanzialmente deteriorata e della figura maschile con note di onnipotenza.

 

[...] In conclusione si tratta di un soggetto notevolmente intelligente, con spiccata tendenza alla elaborazione astratta, di tipo filosofico-politico, che dal punto di vista formale non presenta elementi di arbitrarietà o bizzarria, con struttura di personalità molto ricca, sufficientemente matura dal punto di vista strettamente emotivo...ma con notevole difficoltà di investimento affettivo.

 

Considerazioni

 

"Posto quanto sopra, dalle notizie storico-cliniche, anamnestiche e dagli accertamenti obiettivi di cui si è testè riferito, possono trarsi in ordine ai quesiti posti le seguenti considerazioni.

 

[...] L'ipotesi della ubriachezza fu già esclusa, come si ricorderà.....Potrebbe inoltre porsi l'ipotesi che il Bertoli sia soggetto affetto da cronica intossicazione alccolica, esistendovi il presupposto dell'abuso protratto, anche se in epoca non recente.

 

Ma...organicamente non si rilevano i tratti della tipica facies del bevitore, mancano distrofie cutanee, segni di gastrite da alcool, non vi è alterazione epatica. Neurologicamente non si osservano le caratteristiche parestesia, i disturbi dei riflessi, indicativi di sofferenza polinevritica tossica. 


Psichicamente il quadro è del tutto privo dei segni di scadimento della personalità, di alterazioni del carattere, di impoverimento intellettivo, di disordine della reattività e degli altri ben noti e chiari sintomi che sulla mente l'abuso alcoolico comporta.

 

Di tutta la patologia organica mentale il Bertoli non presenta alcun sintomo, come dimostrano sia la obiettività psichica, sia quella organica, quella neurologica, quella strumentale.....il Bertoli è soggetto del tutto negativo sotto il profilo della psicopatologia, in cui intelligenza, ideazione, memoria, percezione, comprensione, attenzione, umore, appaiono ampiamente nei limiti di una piena normalità.

 

Bertoli è dunque soggetto dotato di efficienza intellettiva nettamente superiore alla norma.

 

Essendosi pertanto escluse nella fattispecie tutte le possibili cause morbose di determinazione ineluttabile all'agire, che sono le uniche ritenute dalla politica penale attuale come idonee ad abolire od attenuare la capacità di intendere e volere, ne risulta che il Bertoli al momento dei fatti doveva ritenersi nella sua piena capacità penale.

 

Date le conclusioni cui si è pervenuti, e non essendosi riconosciuta nell'imputato la presenza di infermità di sorta, viene a cadere ai periti la possibilità di dare un giudizio sulla pericolosità sociale; a mente dell'art. 314 c.p.p. infatti non è consentito esprimersi su qualità psichiche indipendenti da causa patologica."

 

[Commento: I lettori devono sapere che il contenuto della perizia sin qui pubblicato è solo un estratto della ben più corposa relazione scritta dai citati medici psichiatri. La parte biografica è comunque - e qui lo ribadiamo - infarcita di menzogne del Bertoli, ma questo oltre che scontato è anche fisiologico data la personalità dello stesso. La seconda parte - cioè l'esame psichico - ha subìto dei necessari tagli anche perchè quello che interessa veramente è il giudizio complessivo degli psichiatri sulla lucidità del Bertoli. Al Magistrato la risposta dei medici è chiara: Bertoli non può addurre nessuna infermità mentale, sapeva quello che faceva. E sulla pericolosità sociale [questo è un aspetto su cui si rischia di scivolare] viene in soccorso l'art.314 c.p.p. che toglie le castagne dal fuoco agli psichiatri] [nota di g.m. ]