Raccomandata A.R. - Espresso

All’Illustrissimo Signor Procuratore della Repubblica

Tribunale di Treviso

E all’Illustrissimo Signor Procuratore Generale della Repubblica

Corte di Appello di Venezia

E p.c.

All’Illustrissimo Signor Questore – Questura di Treviso.

 

 

 

Il Sottoscritto Giovanni Ventura, domiciliato a Treviso, Vicolo Pola, 4, espone:

 

 

Il giorno 20 Dicembre 1969, nelle ore meridiane, il sottoscritto subiva la perquisizione della propria abitazione in Castelfranco Veneto, Via Cimarosa 12, eseguita da ben otto agenti e ufficiali di polizia giudiziaria.

 

 

Nel corso di tale operazione ogni locale dell’immobile venne attentamente perquisito (non venne esclusa nemmeno la fossa biologica!), senza che venisse rinvenuto alcuna di quelle “cose e oggetti” pertinenti al reato indicato nel mandato di perquisizione.

 

 

Il giorno 23 dicembre 1969 il sottoscritto subì un interrogatorio condotto da un commissario di polizia giudiziaria della Questura di Treviso, durante il quale gli vennero contestati circostanze e fatti assolutamente privi di esistenza o implicazioni o riferimenti reali, la cui rappresentazione più che essere oggetto di indagini di polizia giudiziaria avrebbe potuto svolgersi in un ambiente surreale e allucinato.

 

 

Successivamente a tale interrogatorio, il sottoscritto venne avvicinato dal signor Guido Lorenzon, residente a Varago di Maserada, il quale gli chiese insistentemente, manifestando segni evidenti di ansia angosciosa, quali relazioni vi fossero tra l’ideologia personale del sottoscritto e il piano eversivo degli attentatori (e ciò in riferimento ad un eventuale interrogatorio da parte della Magistratura in quirente, in ordine all’attività del sottoscritto, che il Lorenzon avrebbe potuto subire).

 

 

Alle ripetute insistenti e angosciate domande del Lorenzon (rivolte al sottoscritto anche in presenza di altri) il sottoscritto rispose dapprima con meravigliato stupore, immediatamente dopo con sdegno deciso.

 

 

Di fronte alle chiare reazioni dello scrivente, il Lorenzon confessò di essere l’autore di un memoriale da lui consegnato a certo signor Steccanella, esercente il mestiere di avvocato in Vittorio Veneto e Conegliano, e da questi consegnato al dottor Bianchi d’Espinosa.

 

 

Secondo la confessione del Lorenzon, il memoriale (o meglio: il sub-memoriale) conteneva una esplicita rappresentazione della responsabilità del sottoscritto in ordine a una serie di atti criminosi, quali gli attentati terroristici commessi nell’anno 1969 in Italia (ivi compresa la nefanda strage di Milano), l’organizzazione di apparati sovversivi, la redazione e diffusione di libelli clandestini.

 

 

Dopo aver confessato le circostanze suesposte, il Lorenzon in più occasioni e ancora in presenza di altri, chiese allo scrivente di dargli il modo di riparare agli effetti che le sue calunnie avevano arrecato al medesimo.

 

 

Il sottoscritto comunicò al Lorenzon la sua intenzione di non denunciarlo per il reato di calunnia, avendo compreso l’origine “traumatica” dello squilibrio psichico in cui versava il Lorenzon al momento della redazione del memoriale (squilibrio psichico originato da una precedente depressione e acutizzato dalle recenti criminali vicende milanesi).

 

 

Tuttavia, lo scrivente richiese al Lorenzon un’esplicita smentita scritta, invitandolo inoltre a comunicare all’Autorità Giudiziaria la verità. Il sottoscritto comunicò al Lorenzon che avrebbe contemporaneamente informato l’Autorità di Polizia.

 

 

A questo punto, nonostante la chiara smentita offerta in vari interrogatori dallo stesso Lorenzon alle proprie indicazioni calunniose, nonostante la coerenza e la paziente disponibilità del comportamento mantenuto dal sottoscritto nel corso di vari interrogatori; nonostante le assicurazioni rivolte al sottoscritto dalle Autorità inquirenti, esplicitamente destinate a confermarlo della riconosciuta infondatezza delle dichiarazioni (dalle medesime Autorità qualificate come calunniose) formulate in un primo tempo dal Lorenzon; lo scrivente è costretto a registrare come, da parte delle Autorità inquirenti persista un comportamento che, superando il dominio della ricerca e della valutazione necessariamente attente e rigorose dei fatti, determina inevitabilmente uno stato di obiettiva incertezza delle posizioni, che arreca un sicuro immediato e gravissimo pregiudizio, nelle implicazioni materiali e morali del termine, al sottoscritto.

 

 

Sono stati interrogati infatti amici e collaboratori dipendenti del sottoscritto, con effetti tangibilmente negativi; la “voce” relativa alla perquisizione e agli interrogatori sostenuti dallo scrivente, si è pubblicizzata fino a investire e a condizionare pesantemente quel delicato equilibrio di rapporti personali ed economici, mantenuto dal sottoscritto soltanto in virtù del proprio personale prestigio (e ciò in un momento sicuramente irripetibile dell’attività economica, imprenditoriale – con fragilissime congiunture e interrelazioni creditizie – dello scrivente).

 

 

Il sottoscritto, pertanto, esige – non con l’arroganza ma con la certezza di chi è sicuro del proprio buon diritto – che le Autorità inquirenti si risolvono di adottare gli strumenti e i modi che Esse, nella loro certamente acuta sensibilità di giustizia, riterranno più opportuni al fine di provocare una immediata e definitiva chiarificazione, la quale stronchi i sospetti, le illazioni, le attribuzioni, le menzogne criminali, rivolte contro il sottoscritto, limitando, quanto meno, i gravissimi danni inferti al prestigio personale e patrimoniale del medesimo.

 

Il sottoscritto porge ossequi.

 

Giovanni Ventura

 

 

Treviso, 23 gennaio 1970

Vicolo Pola, 4