SECONDO INTERROGATORIO DI VENTURA ANGELO IN MILANO DEL 20 OTTOBRE 1972 – (segue) VERBALE DI CONFRONTO TRA VENTURA GIOVANNI E COMACCHIO FRANCO NELLE CARCERI GIUDIZIARIE DI MONZA IN DATA 20 OTTOBRE 1972 ALLE ORE 16,35.

 

La strategia di Ventura - 20/10/72  (2) 

 

G.I. - DOTT. D’AMBROSIO

P.M. – DOTT. ALESSANDRINI

 

 

 

G.I. – Suo fratello quando è tornato da Roma?

 

 

Ventura Angelo – L’11 sera.

 

 

G.I. – A che ora?

 

 

Ventura Angelo – L’ora non la ricordo. Neanche se è venuto a casa. Probabilmente può essere preciso su questo uno dei dipendenti della sezione di Treviso. Loro lo sapevano. Preannunziava l’arrivo con delle telefonate, di solito.

 

 

G.I. – Dopo di che è ripartito per Roma?

 

 

Ventura Angelo – Sì.

 

 

G.I. – La mattina dopo, da dove? Da Treviso?

 

 

Ventura Angelo – No. Io sapevo che era andato a Padova in treno e che veniva da Treviso. Ha telefonato a questo specialista che aveva mio fratello in cura e nella notte mia madre aveva avuto questo avviso. Le avevano detto di una ricaduta di questa epilessia che lo aveva colpito.

 

 

G.I. – Lei ha dormito a casa la notte dell’11?

 

 

Ventura Angelo – Sì.

 

 

G.I. – Anche Giovanni?

 

 

Ventura Angelo – Questo, non posso essere preciso perché Giovanni tornava molto tardi. So che il mattino era a casa. Di solito ritornava tardi….si fermava in ufficio a Treviso, a sistemare le ultime pratiche. Dopo di che, tornava. Le poche volte che ci vedevamo era il mattino. Per quel che so io, è che ho sentito mia madre e lui che parlavano che sarebbe andato a Padova e che avrebbe telefonato.

 

 

G.I. – Vorrei sapere una cosa….Lei non era in casa quando telefonava a sua madre da Roma?

 

 

Ventura Angelo – Non ricordo questo particolare.

 

 

G.I. – Ha telefonato durante la notte?

 

 

Ventura Angelo – Questo non lo so. Non posso essere preciso. Mia madre potrà essere più precisa.

 

 

G.I. – Sua madre parlò con suo fratello?

 

 

Ventura Angelo – Si sentiva che parlavano. Io mi stavo preparando per andare a Treviso.

 

 

G.I. – A che ora andava a Treviso?

 

 

Ventura Angelo – Partivo alle 9 perché, siccome c’era anche il primo periodo, non c’erano gli orari.

 

 

G.I. – Mi pare che venerdì ha fatto dalle 11 alle 12?

 

 

Ventura Angelo – Siccome non c’erano gli orari, allora il preside aveva chiesto se mi mettevo a disposizione per eventuale possibilità di intervenire, perché restava una classe scoperta.

 

 

G.I. – Quindi lei era a disposizione quel giorno? Entrava alle 9?

 

 

Ventura Angelo – No, alle dieci.

 

 

G.I. – Presumibilmente sua madre ne parlò verso le 9, 9,30?

 

 

Ventura Angelo – Si sentiva che ne avevano parlato. Ma possono avere parlato dalle otto alle nove.

 

 

G.I. – La telefonata l’avrà avuta la sera prima?

 

 

Ventura Angelo – Immagino di sì.

 

 

G.I. – Però nessuno viene in mente, visto la situazione così grave, di chiamare…perché? L’istituto non aveva telefono?

 

 

Ventura Angelo – Questo non lo so di preciso.

 

 

G.I. – Non si ricorda il nome dell’istituto?

 

 

Ventura Angelo – Non lo ricordo.

 

 

G.I. – Quanti anni è stato suo fratello in questo istituto?

 

 

Ventura Angelo – Credo sia stato un anno.

 

 

G.I. – Solo un anno?

 

 

Ventura Angelo – Penso io. Queste crisi erano abbastanza ricorrenti.

 

 

G.I. – Quindi, sua madre suggerisce di andare da questo specialista?

 

 

Ventura Angelo – Sì. Ma era rimasta impressionata da una crisi di cui lei era stata testimone mentre erano in viaggio verso una città del meridione, ma diversi mesi prima. Ripeto, tutte queste notizie le può dare più esattamente mia madre.

 

 

G.I. – Comunque, nessuno pensò di chiamare Roma, per vedere se aveva superato la nottata.

 

 

Ventura Angelo – In qualche modo si erano interessati.

 

 

G.I. – Solamente che stava ancora male. Se Giovanni decise di partire per Roma, stava male.

 

 

Ventura Angelo – Deve essere così. Non ricordo se lui fosse in collegio o in pensione, e frequentasse il collegio, e la pensione fosse senza telefono.

 

 

G.I. – Quindi lui non era interno?

 

 

Ventura Angelo – No. Prima era interno poi, date le condizioni anche finanziarie, c’è stata una richiesta di aumento, mi pare, e allora si è trovata questa pensione fuori del collegio. E credo che questa pensione non avesse telefono. Non ricordo esattamente.

 

 

G.I. – Non ricorda neanche il nome della pensione?

 

 

Ventura Angelo – No, perché ho sempre ben altro qui. Tra insegnamento e attività sportiva non ho modo di muovermi.

 

 

G.I. – Comunque, il telefono doveva averlo, per il semplice fatto che Giovanni Ventura arrivato a Roma ha cercato con telefono, e sa che è guarito.

 

 

Ventura Angelo – Non crede che mia madre…penso che questi dati li hanno. Niente esclude che Giovanni abbia telefonato. Io queste cose non le so.

 

 

G.I. – Lei lo andò a prendere quando tornò da Roma?

 

 

Ventura Angelo – No. Credo sia tornato lui e mi abbia consegnato la macchina a Treviso. Ma ho un ricordo molto sfumato di questo sabato pomeriggio.

 

 

G.I. – No, prima. L’11.

 

 

Ventura Angelo – Non lo posso ricordare questo.

 

 

G.I. – Non sa, se ritornò in aereo o in treno? Quando lo accompagnò, lei che cosa fece? Lasciava la macchina all’aeroporto?

 

 

Ventura Angelo – Sì. Di massima si lasciava la macchina all’aeroporto. C’era un parcheggio che era sorvegliato. Oppure se lo accompagnavo allora ritornavo in macchina.

 

 

G.I. – All’aeroporto di Tessera?

 

 

Ventura Angelo – Sì. In un attimo arrivava a Treviso.

 

 

G.I. – Visto che lei andò spesso a prenderlo.

 

 

Ventura Angelo – Quando potevo andavo a prenderlo, altrimenti si arrangiava, oppure prendeva il treno da Mestre-Treviso.

 

 

Difesa – Io vorrei farle presente che, dalla deposizione dei testi non mi pare che ci siano elementi che possano indicare responsabilità. D’altronde Angelo Ventura è una persona che non si è mai sottratta alle indagini.

 

 

 

 

[L’ultima parte della bobina (30 minuti circa) che comprende il confronto VENTURA GIOVANNI - COMACCHIO FRANCO non è possibile trascriverla perché disturbata da uno strano ronzio, quasi di un congegno elettrico accostato al registratore]

Per questo motivo al posto del verbale completo è disponibile un “Verbale di confronto” tra Ventura Giovanni e Comacchio Franco redatto dal Cancelliere in forma riassuntiva. Di seguito è disponibile questo documento per il lettore [n.d.c.]

 

 

 

VERBALE DI CONFRONTO TRA VENTURA GIOVANNI E COMACCHIO FRANCO NELLE CARCERI GIUDIZIARIE DI MONZA IN DATA 20 OTTOBRE 1972 ALLE ORE 16,35.

 

G.I. – DOTT. D’AMBROSIO

P.M. –DOTT. ALESSANDRINI

 

 

L’ anno 1972, il giorno 20 ottobre alle ore 16,35, nelle carceri giudiziarie di Monza, il G.I. dr. G. D’Ambrosio, assistito dal sottoscritto cancelliere e con l’intervento del P.M. dr. E. Alessandrini, procede al confronto tra gli imputati VENTURA Giovanni e COMACCHIO Franco.

 

 

Si dà atto che sono presenti l’avv. Ghidoni per il Ventura e l’avv. Gritti per il Comacchio.

 

 

Si dà atto pure che il presente verbale viene registrato su nastro magnetico.

 

 

 

Ventura Giovanni (d'ora in poi) – Ripeto: le armi non sono mie. Io non ne avevo la disponibilità. Non sapevo neppure che erano dal Marchesin. Rispetto alle armi non posso dire che quello che ho già detto.

Il Comacchio mi dette le armi verso la fine del ’68 ed io gliele restituii appunto nell’occasione che il Comacchio dice invece di aver visto le armi per la prima volta.

Che spieghi invece il Comacchio perché ha tenuto queste armi per due anni. Io ero in carcere ed il Comacchio teneva ancora le armi. Sono uscito dalle carceri ed il Comacchio teneva ancora le armi. Non capisco perché Comacchio doveva incastrare me dal momento che ero già in carcere.

 

 

G.I. – Rimane da spiegare perché Comacchio, una volta che accusare lei non diminuiva neppure la sua responsabilità, avrebbe dovuto accusarla.

 

 

Comacchio – Ripeto, quello che ho sempre detto. Dopo i fatti del 12 dicembre ’69 mi sono messo in contatto con il Marchesin per raccogliere notizie circa il Ventura. Decidemmo di andare a prendere le armi per avere una prova contro di loro nel caso ne fossero emerse delle altre. Io poi, dalla sera del 12 dicembre ’69, ebbi un esaurimento. Credevo che Angelo avesse mezzo le bombe. Una sera Angelo venne a casa mia insieme a Luigi (il terzo fratello dei Ventura, n.d.c.). Luigi disse di conoscere Merlino.

 

 

A questo punto Ventura Giovanni si alza ed esclama: “Questa è una provocazione!”.

 

 

Comacchio invitato a continuare, aggiunge: Ventura Angelo poi cercava un alibi per tutto il 12 dicembre. Egli mi aveva fatto capire anche, dopo gli attentati, che polizia e magistratura erano d’accordo di non riferire niente e che, se ne avessi parlato, sarei stato incolpato o non creduto. Dopo il 12 gennaio del ’70 mi sono rivolto al Marchesin perché non sapevo a chi rivolgermi. Una volta raccolte le prove avrei riferito i fatti.

 

 

A questo punto interviene Ventura chiedendo a chi avrebbe riferito oltre al Marchesin.

 

 

Il Comacchio precisa che Marchesin riferì subito di queste intenzioni all’avvocato Martellone che ne parlò anche al Giudice Stiz.

 

 

Ventura A.D.R. (a domanda risponde) – La persona cui avrei dovuto presentare il Comacchio è una persona del partito comunista. Per la verità io non avrei dovuto presentarlo, ma lo avrebbe dovuto presentare il Quaranta. La persona è il dirigente generale dell’unione cooperative dell’Emilia-Romagna…

 

 

Ventura A.D.R. – Credo che le armi fossero del Comacchio, almeno lui me le dette alla fine del ’68. Non so dire se ci fosse anche dell’esplosivo. Questo glielo può dire mio fratello che aprì la cassa in casa della nonna del Pan. A me mio fratello ha detto di non aver mai visto esplosivo pur avendo aperto la cassa. Del resto anche Pan non ha mai detto di aver visto l’esplosivo.

Io la storia dell’esplosivo l’ho appresa in carcere o meglio l’ho appresa prima. Nel mese di novembre seppi attraverso miei amici socialisti di Venezia e di Padova, che Marchesin in un primo momento aveva detto che le armi erano sue. Precisamente credo dinanzi al Pretore di Castelfranco Veneto o ai carabinieri. Poi, dopo essersi messo d’accordo con il Comacchio, dissero che le armi le avevano avute dal Pan e che comunque erano mie.

Comacchio è un “provocatore confesso” che, per ovvia articolazione, tende a retrodatare fatti o versioni apprese dopo.

 

 

 

Comacchio a questo punto interviene affermando: Non è vero che questa è una provocazione. Io ripeto quello che ho detto.

 

 

 

A domanda del G.I. Comacchio risponde: Quando mi accorsi degli esplosivi mi spaventai e me ne liberai subito. Dissi la cosa a Ventura. Egli mi disse che i silenziatori erano stati costruiti da un artigiano. Non mi ricordo che spiegazioni mi diede per gli esplosivi.

 

 

Ventura – Non ricorda perché non ne abbiamo mai parlato dell’esplosivo. Tu mi parlasti solo delle armi in due occasioni dopo che le hanno restituite, perché io ti chiesi che fine avevano fatto le armi. Ricordo che mi dicesti che le avevi sistemate a Vicenza.

 

 

Comacchio – Dissi effettivamente di averle sistemate a Vicenza.

 

 

A questo punto l’avvocato Gritti chiede al Ventura di spiegare per quale ragione in precedenza abbia sempre negato di aver detenuto quelle armi.

 

 

Ventura risponde: L’ho detto solo ora perché dal giugno ’69 ho modificato la mia linea difensiva. Comunque Comacchio deve ancora spiegare perché non cercò di incastrarmi, come dice lui, quando ero ancora in carcere.

 

 

Comacchio a domanda risponde: La mia crisi nervosa fu determinata dai seguenti elementi: 1) – dal fatto che Angelo Ventura mi aveva accennato prima degli attentati, alla marcia dei fascisti a Roma ed a grosse cose che dovevano capitare nelle banche; 2) – dal fatto che Angelo Ventura fosse il 12 dicembre andato in cerca di un alibi; 3) – al ripensamento su certi fatti quali quello della proposta fattami da Ventura di mettere delle bombe sui treni nell’agosto 1969.

Come ho detto poi Ventura mi dette il timer per vedere se potesse essere collegato ad un circuito elettrico.

 

 

 

Ventura interviene dicendo: chiesi solo se il timer potesse servire a collegare una bomba.

 

 

Comacchio - Mi disse (il Ventura Giovanni, n.d.c.) se ero in grado di far funzionare quel timer per una bomba. Lo feci poi vedere al Marchesin e lo buttai. Per quello che io ricordo non vidi la foto del timer sui giornali.

 

 

A questo punto il G.I. invita il Comacchio a prendere un atteggiamento coerente in quanto se ebbe una crisi di coscienza evidentemente sapeva di più sui fatti.

 

 

Comacchio – Rimasi a casa un mese perché ebbi l’influenza, e poi una lunga convalescenza. Lavoravo alla Brion Vega di Asolo.

 

 

A domanda del difensore di Ventura il Comacchio risponde:

“La mia bambina è nata nel gennaio di quest’anno. Non ho avvertito, ripeto, l’autorità circa le armi perché il medico di mia moglie dr. Giacomo Rossato (via Puccini di Castelfranco Veneto) mi aveva detto che probabilmente quello era l’unico figlio che mia moglie poteva avere e mi raccomandò di non farle subire assolutamente alcuna emozione”.

 

 

Comacchio a domanda del G.I. risponde: Ripeto i passaporti li restituii subito dopo la scarcerazione del Ventura. Li dovetti restituire perché a causa della gravidanza di mia moglie si era stabilito di rinviare tutto e cioè la denuncia.

 

 

A domanda del difensore di Ventura Comacchio risponde:

“Né io né il Marchesin pensammo di fotografare i passaporti, in quanto ritenevamo la cosa non necessaria perché nel frattempo Ventura era in carcere. Quando poi questo uscì mi furono subito richiesti indietro. Comunque annotai il nome di Maioni Andrea e gli altri dati dei passaporti; annotazioni che non ho più ritrovate”.

 

 

 

Riletto il verbale Comacchio precisa che richiese notizie al Marchesin del Ventura dopo il 12 gennaio 1970 in quanto per un mese era stato a casa.

La circostanza invece del colloquio con il Marchesin, circa l’opportunità di custodire le armi del Ventura, avvenne in un tempo successivo e cioè egli apprese dal Ventura che aveva delle armi.

“In effetti ciò avvenne un mese circa prima di prendere le armi dopo che avevo conosciuto e sentito parlare Freda delle armi come ho già riferito negli altri interrogatori. Solo dopo aver avuto l’approvazione del Marchesin io decisi di prendere le armi. Andai a casa del Pan a Rossano Veneto, come ho già detto, insieme ad Angelo Ventura ed a mia moglie. Mia moglie ed io rimanemmo in auto. Ricordo di aver detto all’Angelo che era preferibile che le armi venissero divise per trasportarle più facilmente. Ciò perché volevo che mi rimanesse in mano qualche cosa dell’Angelo Ventura, insieme alle armi, in modo da poterne dimostrare la provenienza. Quando Angelo Ventura e Pan uscirono di casa notai oltre la cassetta la famosa borsa a scacchi e un paio di sacchetti a strisce verticali di colore nero azzurro. I sacchetti erano di tela ed erano poi quelli che contenevano l’esplosivo, erano uno o due”.

 

 

D.R. – I sacchetti li buttai via.

 

 

A questo punto l’ufficio fa entrare l’imputato Pan e gli chiede di concentrarsi e di elencare le cose che vide portar via.

 

 

L’imputato Pan risponde: “Portarono fuori la borsa e la famosa cassetta”.

 

 

D.R. – Niente più.

 

 

L’ufficio fa presente al Pan che Comacchio ha dichiarato che invece portarono fuori due sacchi oltre alla borsa e alla cassa.

 

 

Pan interviene: “Ah! Sì, i sacchetti che erano dentro alla borsa, ossia veramente dentro la cassa”.

 

 

A domanda del P.M. il Pan risponde: “Si trattava di sacchetti a righine nero-blu verticali”.

 

 

D.R. – “Che sia stata o meno riconosciuta dal Lorenzon, la cassetta mi è stata data nella data che ho precisato nel mio memoriale, cioè nel dicembre del 1968”.

 

 

Il G.I. invita il Pan a precisare se egli abbia mai aperto quella cassetta.

 

 

 

Il Ventura aggiunge che Pan in un verbale dichiarò che accortosi della pericolosità della cassetta o meglio del suo contenuto, aveva deciso di chiedergli di riprendersi la cassetta.

 

 

Il Pan dopo averci pensato, decisamente risponde: “Non l’ho mai aperta”.

 

 

D.R. – “La ritenni pericolosa anche senza aprirla per i discorsi fatti prima dal Freda e poi dal Ventura.

 

 

Ventura interviene:  “Ma come se Lorenzon ha detto di aver visto la cassetta in Via Manin (a Treviso, n.d.c.) nel settembre del ’69 come è possibile se l’avevi tu dal dicembre del ’68?”.

 

 

Pan – “Lorenzon mente. Io sono sicuro che la cassetta mi fu data nel dicembre del ’68, se Lorenzon dice di aver visto la cassetta nel settembre del ’69 o mente o ha visto un’altra cassetta.

 

 

Ventura“Io ricordo esattamente che la cassetta fu data al Pan nell’imminenza della scadenza del contratto di affitto. Se il contratto è scaduto nel dicembre del ’68 può darsi che abbia ragione il Pan e sbagli il Lorenzon. Il contratto fu regolarmente registrato e sarà facilmente rintracciabile. Il locatore è il sig. Allegri di Treviso, identificabile attraverso il Maresciallo Munari”.

 

 

 

Dopo il verbale, separatamente, su istanza dell’avvocato Ghidoni, viene chiesto di precisare le dimensioni dei sacchetti, ai coimputati Pan e Comacchio, pur facendo constatare che nel corridoio hanno avuto la possibilità di parlarne.

 

 

Il Comacchio dice che non si trattava di un sacchetto, ma di una borsa a sacco e che come ha sempre detto non erano sacchi ma una o due borse: quella a scacchi e quella a strisce nere-azzurre. Era una di quelle borse a sacco che si chiudono con la corda. Le dimensioni della borsa a sacco erano tali da contenere sia l’esplosivo rosso che l’esplosivo grigio.

 

 

Richiesto al Pan dichiara: Che si trattava di una borsa a sacco con corda che i ragazzi usano portare a spalla ma di dimensioni più piccole, dell’altezza di circa cm.30.

 

 

A domanda della difesa il Comacchio risponde: “Ho sempre parlato di due borse, solo che non ricordo se la borsa piccola era contenuta nella cassetta. Quella a scacchi non era certamente contenuta nella cassetta. Al dott. Calogero dissi del colore (strisce nere-azzurre) della borsa”.

 

 

 

Riletto il verbale il Comacchio precisa che Luigi Ventura gli disse di conoscere Merlino, ma non quella sera che andò insieme all’Angelo a casa sua, ma lo disse invece successivamente mentre stavano tornando insieme, una sera, dopo il 12 gennaio ’70, dal cinema.

 

 

Comacchio – “Per la precisione mi disse che Merlino era un bravo ragazzo, che lui lo conosceva”.

 

 

 

L’imputato Ventura chiede a Comacchio di precisare la data e il Comacchio risponde: “Ricordo che tornavamo da Vicenza ove eravamo stati al cinema, io, mia moglie, Ventura Angelo e Ventura Luigi, ma non so precisare la data, sicuramente era dopo il 12 gennaio 1970”.

 

 

L’imputato Ventura insiste perché dica il mese.

 

 

Comacchio risponde: “Non me lo ricordo”.

 

 

L’imputato Ventura a domanda risponde: “Mio fratello Luigi non conosce Merlino e perciò ho insistito che mi si precisasse la data”.

 

 

Pan a domanda risponde: “Ventura non mi ha mai detto che nella cassa c’era dell’esplosivo. Ha parlato solo di armi”.

 

 

A domanda del Ventura il Pan risponde: “Ventura non mi ha mai parlato di esplosivi ma di esplosioni”.

 

 

Ventura – “Fu il Pan a parlare per primo di esplosioni in relazione ai discorsi fattigli dal Freda”.

 

 

Il Ventura chiede che il Comacchio precisi in che data diede le armi al Marchesin.

 

 

Il Comacchio risponde: “Ho dato le armi al Marchesin il 14 aprile 1971. Per quanto mi risulta Marchesin ne parlò all’avvocato Martellone dopo che aveva ricevuto le armi. Comunque alcuni giorni dopo.

Sempre per quanto mi risulta il giudice Stiz è stato informato dall’avvocato Martellone della cosa mentre il Ventura era ancora in carcere. La cosa mi è stata confermata anche dal giudice Stiz.

Preciso che il giudice Stiz mi disse che l’avvocato Martellone era stato a parlare con lui del fatto Ventura e di informatori”.

Ventura chiede di che informatori si trattasse, cioè se dovessero riferire delle armi.

 

 

Comacchio – “Di informatori”.

 

Letto, confermato e sottoscritto e chiuso alle ore 10,30

Si dà atto che il Pan è stato assistito dall’avvocato Piggi.