INTERROGATORIO DI VENTURA GIOVANNI PRESSO LE CARCERI GIUDIZIARIE DI MONZA DEL 17 MARZO 1973 ALLE ORE 10,15

La strategia di Ventura - 17/3/73

 

G.I.- DOTT. D’AMBROSIO

P.M. – DOTT. ALESSANDRINI

 

PARTE PRIMA 

 

Si dà atto che sono presenti all’interrogatorio oltre al difensore dell’imputato, avvocato Ghidoni, i difensori delle parti civili  e avvocato Ascari.

 

 

 

A domanda risponde: [Ventura Giovanni] Non intendo avvalermi della facoltà di non rispondere.

 

 

 

Ventura Giovanni – Dovendo fare alcune dichiarazioni di rilievo chiedo preliminarmente che non venga depositato l’interrogatorio e che su di esso sia mantenuto il più assoluto riserbo. Ciò sia ai fini istruttori sia perché vi potrebbero essere rappresaglie e ritorsioni non solo nei miei confronti.

Richiedo inoltre che l’Ufficio mi assicuri che si procederà a confronto fra me e il Fabris e fra me e il Pan, confronti che sono a mio giudizio indispensabili per chiarire la mia posizione ed i miei rapporti con Freda.

Chiedo anche che siano disposti confronti con le persone da me indicate in relazione al 12 dicembre 1969.

I testimoni con cui chiedo i confronti al fine di evitare che siano prima imbeccati da chi ha determinati fini ed interessi,dovranno essere messi a confronto con me senza essere prima sentiti da lei.

Avute queste assicurazioni ritengo di dover iniziare con la riunione del 18 aprile ’69.

Le devo però prima precisare che se mi potrà sfuggire qualche particolare ciò non sarà dovuto a riserve di qualsiasi natura.

 

 

Ventura – Io sono stato invitato a quella riunione nella veste di persona che da qualche mese aveva ripreso un certo rapporto con Freda esolo con lui e per motivi precisi.

 

C’è stata solo, diciamo così, una biforcazione successivamente ed in occasione di una concomitanza molto importante. Questa biforcazione si chiama Pozzan. Con il Pozzan io ho avuto rapporti diversi. Egli era un ottimo contabile, è stato capo contabile alla Garolla di Padova e per questa sua qualità io ebbi rapporti con lui, servendomene per le mie attività economiche.

 

Ritornando al 18 aprile [1969, n.d.c.], io fui invitato perché avevo ripreso da qualche mese rapporti politici con Freda. Li avevo interrotti alla fine del ’66. Poi spiegherò perché avevo riassunto questi rapporti politici.

 

Quando si parla di rapporti politici con Freda, si parla di organizzazioni, di operazioni che nel loro insieme hanno un significato eversivo.

 

La riunione di Padova doveva mettere a fuoco l’occasione offerta dalla specifica condizione politica del Paese nel ’69, con specifiche evidentissime potenzialità di ordine eversivo che vedeva spontaneamente emergere certe tendenze di gruppi di destra ed in certa misura di sinistra molto equivoca a capovolgere delle situazioni e delle istituzioni.

 

La tesi della politica della provocazione e della tensione è già accennata in quei rapporti del maggio. Precipitare nella confusione l’apparato statale e approfittare di una puntuale vicenda dei rapporti fra le classi ed i ceti sociali nel tentativo di guadagnare una prospettiva di restaurazione.

 

Una analisi di carattere storicistico, diciamo così, veniva fatta anche se con prospettive molto limitate nel tempo. E l’analisi considerato poi che alcune previsioni, elezioni anticipate etc., si sono avverate, non era poi del tutto sbagliata.

 

Alla riunione di Padova c’era un personaggio che era estremamente interessato a questa prospettiva, lo era sempre stato.

 

Prima di dire chi c’era dovremmo dire però perché non c’era questo Rauti che è stato indicato.

 

Non ho elementi certi ma a suggerire a Pozzan di dire che alla riunione di Padova c’era Rauti è stato Freda, al fine di assicurarsi una certa protezione da parte del M.S.I. che voleva scaricarlo.

 

Subito dopo, infatti, Rauti e “Ordine Nuovo”, hanno modificato il loro atteggiamento nei confronti di Freda. Produrremo a tal proposito il nr.1 di Ordine Nuovo (settimanale).

 

Ripeto però che è una mia interpretazione ed ipotesi.

 

Fermo il punto che io non sono andato alla riunione, io con gli junkers di Avanguardia Nazionale non andavo a stringere alcun accordo di carattere politico.

 

Una cosa è stare con certa gente per sapere cosa fa e un’altra è parlare di politica e realizzare degli accordi. Non solo la riunione era prevista in due tempi o fasi, mi fu detto da Freda: nella prima fase di carattere coreografico diciamo così, avrebbero partecipato più persone, fra cui certamente Balzarini e Pozzan.

 

Alla seconda fase avrebbero partecipato invece, oltre i due venuti da fuori, il solo Freda, o il Freda ed il Balzarini e forse io. Ma io questo rischio non volevo correrlo.

 

Quella sera io ero a cena da Marco Bernabò con cui mi trattenni sino alle 22,30. Se avessi voluto andare alla riunione quindi non me ne sarei andato a Castelfranco.

 

Io non volevo incontrare Stefano Delle Chiaie e non l’ho incontrato. Il giorno successivo Freda mi telefonò e mi mise al corrente dell’incontro che c’era stato.

 

Il contenuto di quest’incontro che può essere riassunto in alcuni punti mi è stato rivelato in più riprese ed io ne ho inteso l’esatta intera portata il 24 luglio ’69 a Milano.

 

Nell’incontro si stabilì che l’operatività potenziale che poteva esprimere Freda e l’ambiente che era intorno a lui e l’operatività potenziale che era esprimibile dell’altra parte (una frastagliata situazione di uomini e di ambienti) dovevano essere collegate, il che avrebbe aumentato l’effetto di ogni iniziativa ed azione.

 

Fu deciso che si doveva costituire una seconda linea (chiarirò cosa s’intendeva per seconda linea o doppia organizzazione) che i due gruppi (i quali a loro volta inglobavano altri gruppi minori) dovevano puntare all’aggancio operativo di uomini che erano estranei a questi gruppi e costruire una frangia che potesse essere utilizzata anche per operazioni specifiche come attentati, cioè per una attività eversiva diretta.

 

Seconda linea e doppia organizzazione o organizzazione parallela che viene però manovrata da una o due persone soltanto della prima linea, cioè da persone che siano in grado di avere rapporti con persone che siano su posizioni politiche diverse e che siano in grado di utilizzarli, indurli, coartarli e strumentalizzarli.

 

Poi più avanti darò una serie di esempi concreti di cosa sia questa seconda linea.

 

In questa epoca io ero nei rapporti con Freda, né la prima né la seconda linea, ero una figura sfuocata. Diciamo che avevo esaurito come atteggiamento quello di una duplicità programmata che in fondo mi parse all’inizio una cosa spontaneamente possibile ma che poi con l’andar del tempo divenne praticamente una forma di alienazione, una cosa insostenibile.

 

Di fronte a certe battute (vedi antisemitismo), di fronte a certe decisioni a uno viene il vomito o non viene, ma se viene non lo sopporta più.

 

Se volete poi sapere chi era Ventura nel ’69, c’è stato un periodo in cui sentivo una forma di dualismo non solo di ordine politico ma di ordine complessivo. Quando cioè non si è più fascisti non si diventa immediatamente democratici.

 

Da quando non si crede a quando si crede nella libertà, c’è una fase di sviluppo e transizione che è una lenta conquista di consapevolezza.

 

Non è l’adesione ad una prospettiva immediata. Cioè il fatto che io leggessi Gobetti nel ’64 non significa che fossi antifascista nel ’64, come il fatto che scrivessi nel ’65 certe cose, non significa che io fossi antisemita.

 

Nel fatto poi che io nel ’65 scrivessi certe cose sulla resistenza c’è poi la spiegazione non solo di come sia approdato a certi atteggiamenti, ma anche di come abbia cominciato a capire l’antifascismo, il quale è pure esso una fase ed un prodromo.

 

Alcuni democratici consapevoli, illuminati, hanno capito che l’antifascismo è solo una fase, probabilmente il guaio della repubblica è proprio quello di essersi fermata all’antifascismo senza aver pensato alla democrazia conseguente.

 

La seconda linea era già in atto nell’aprile.

 

In questa direzione si era mosso soprattutto il Freda. Lei sa che il Freda a Padova aveva dei rapporti molto precisi con uomini della sinistra extraparlamentare, ma anche di questo parleremo più in là a proposito di fatti specifici.

 

Conclusivamente alla riunione di Padova c’era Stefano Delle Chaie ed altra persona la cui identità non fu nota nemmeno ai partecipanti, non sono sicuro che sia nota neanche a Freda.

 

 

 

 

D.R.: Potrei pensare che fosse la persona che venne a Milano il 24 luglio, ma non sono in condizione di dirlo.

Quando dico un collegamento di carattere operativo dico quello che disse il Lorenzon “con la solita precisione” nel verbale del 23 gennaio, mi pare (struttura piramidale a triangolo, etc.). Quando dice poi che quella organizzazione non è la sola operante, parla della “seconda linea” di cui ho detto.

Se lei vuole ora posso rispondere, escluso la parte riguardante i nomi, alle domande che mi fece la volta scorsa sui rapporti informativi.

 

 

 

D.R.: Ho conosciuto la persona in questione attraverso una seri di contatti preliminari con il redattore di un periodico italiano. Questo si presentò a me mentre svolgevo un’indagine sui movimenti di opposizione alternativi e sulla nascente contestazione. Era il 1967. La persona mi chiese prima notizie sui gruppi e sugli ambienti della destra dai quali mi ero allontanato. Successivamente per compensare l’unilateralità dell’offerta vi fu uno scambio di informazioni documentali e notizie, non rapporti.

 

Stabilendo i rapporti su questa base, mi fu richiesto di improntarli alla più rigorosa riservatezza, nel senso che la fonte delle notizie e la identità delle persone che me le fornivano doveva considerarsi inaccessibile a terzi e comunque riservato il rapporto medesimo.

 

Da tale persona mi furono consegnati i primi rapporti che portano la data del 1967 o nella seconda metà del ’68.

 

Fu solo dopo ed a seguito di una verifica assai strana avvenuta a Parigi alla fine dell’anno, un appuntamento che servì probabilmente soltanto a rendermi nota l’identità dell’amico rumeno che mi fu presentato a Bologna, dal predetto redattore.

 

Andai a Bologna credendo di trovare solo l’italiano, trovai invece anche il rumeno.

 

L’incontro è del gennaio 1969 ed è avvenuto dopo rinvii, accertamenti, quasi tutti avvenuti all’insegna dell’unilateralità.

 

L’accordo si articolò su questi punti:

 

a) – adesione alla politica di lotta internazionale al bipolarismo nella prospettiva della Grande Europa.

b) – considerando pertanto una minuta rticolazione delle forze che dal gollismo dei paesi neutralisti che si proponevano questa linea internazionalista.

 

Fui interrogato a lungo sul mio passato politico, sul mio lavoro, sui miei programmi, nonostante li avessi già illustrati all’italiano.

 

In particolare fu esaminato attentamente il periodo durante il quale mi ero allontanato dalla destra (66-67), il perché, il come, il dove, il quando, ed i nomi di persone prima e ancora frequentati ed i motivi.

 

Alla fine, dopo circa quattro ore i colloqui a tre voci (il rumeno parlava abbastanza bene l’italiano aiutandosi per gioco con qualche parola francese) si realizzò l’accordo.

 

A tale proposito, dato che lei una volta ne formulò l’ipotesi, preciso che i rapporti non appartengono ai servizi francesi. Sia l’italiano che il rumeno non avevano rapporti con alcuni dei servizi frncesi. Avevano solo rapporti con elementi francesi i quali erano politicamente impegnati nei termini internazionalistici che ho detto.

 

Mi sovviene ora che quando chiesi di avere nel ’69 la rappresentanza delle edizioni in lingua estera di Pekino (che non è possibile se non nel caso di un rapporto che sia stato preventivamente verificato), c’era già una rappresentanza in Italia: le Edizioni Oriente.

 

Poiché nel frattempo ero già entrato in rapporti con alcuni amici che ho già indicato in parte, mi fu detto anche che se c’erano delle notizie di particolare interesse da far pervenire a quella destinazione dopo un vaglio attento, avrebbero provveduto loro ad inoltrarle. Mi risulta con certezza che la prima tappa in questa direzione era Parigi.

 

Come ho già detto questa non era una attività, per quanto mi ha riguardato almeno, se pur solo genericamente spionistica, ma soltanto un’attività di tipo informativo politico.

 

L’accordo si articolò su questi punti.

 

Alla fine del colloquio avvenuto in questo bar vicino alla stazione, fui invitato ad assumere il compito di trasmettere tutte le notizie di cui fossi venuto in possesso sulle organizzazioni parlamentari ed extraparlamentari della destra, sulle forze economiche che le appoggiavano e sulle loro articolazioni eversive. Le modalità sarebbero state fissate in un successivo incontro a Roma.

 

Mi fu detto che la delimitazione dell’attività non era rigida, ma che quello era il settore ove avrei potuto muovermi meglio, riprendendo i vecchi rapporti che sarebbero stati successivamente di volta in volta concordati.

In cambio, nonostante io non chiedessi contropartita non mi fu proposto né garantito alcunché, se non altre informazioni e notizie.

 

Quanto ai rapporti mi fu detto che potevo farne uso secondo le indicazioni trasmesse di volta in volta. Ci sono infatti sui rapporti delle sigle che si riferiscono proprio all’utilizzazione (s.R. etc.)

 

Chiesi se dovevo provvedere alla distruzione dopo averne recepito il contenuto. Mi fu detto che non c’erano pericoli di sorta in quanto si trattava di una attività riservata ma lecita e che non sarebbe stato possibile, se non attraverso me, risalire alla persona che li scriveva.

 

Mi fu detto che avrei avuto contatti solo con l’italiano e che per motivi di sicurezza, fino ad epoca imprecisabile, anche eventuali incontri con il rumeno sarebbero avvenuti solo tramite l’amico italiano, come poi si verificò.

 

L’identità del rumeno non mi sarebbe stata resa nota che eventualmente in seguito. Ciò avvenne verso la fine del ’69.

 

Che eventualmente avrei potuto riscrivere i rapporti e buttare gli originali. In nessun caso avrei potuto rivelare l’identità dell’italiano.

 

Fu quindi fissato, come poi avvenne sempre (nel senso che sempre il luogo d’incontro successivo veniva fissato in quello precedente) un appuntamento a Roma nel corso del quale sarebbero stati fissati i termini ed i limiti del mio programma di lavoro, su cui ero invitato a riflettere.

 

I due mi lasciarono separatamente, prima il rumeno e poi l’italiano. Successivamente vidi il rumeno soltanto otto volte, sempre con le modalità seguenti: telefonavo all’amico italiano dicendo solo “sono Giovanni”, lui rispondeva “Va bene stasera o va bene domani”, a seconda del giorno in cui dovevamo vederci.

 

L’incontro avveniva alternativamente o nell’ultima sala del Caffè Canova in Piazza del Popolo, o alla libreria Rizzoli di via Veneto o alla libreria Rizzoli di Galleria Colonna, sempre tra le 23 e le 23,30 (l’appuntamento).

 

Io dovevo attenderlo, si saliva subito su un taxi e si andava in un bar lontano dal centro. Nel bar trovai per otto volte il rumeno. Nel 1969 vidi l’italiano almeno venti volte di cui quattro, credo, a Bologna. In questa città gli incontri avvenivano solo se precedentemente concordati. Non dovevo chiamare da fuori Roma né scrivere, né telefonare. Solo in casi eccezionali potevo chiamare in teleselezione, ma non si verificò.

 

Durante l’incontro romano successivo a quello di Bologna, nel corso del quale mi fu presentato il rumeno, illustrai concretamente quali erano gli ambienti che potevo controllare e sorvegliare, nell’ambito del settore che mi era stato indicato ed in particolare le organizzazioni di “Ordine Nuovo”, le organizzazioni giovanili del M.S.I., Freda ed i suoi collegamenti con gli uomini della destra e con tutti questi “cani sciolti”, l’attività editoriale politica che veniva svolta nell’ambito della destra, le spinte eversive che vi covavano.

 

L’amico italiano convenne sue questa linea di lavoro, mi disse che avrei dovuto trasmettere, come sempre, notizie certe e verificate; in caso diverso avrei dovuto sottolineare il carattere di verosimiglianza e di non certa attendibilità. Mi chiese espressamente di non segnare per iscritto che l’essenziale o dati che altrimenti sarebbero stati irritenibili e che inogni caso le notizie le avrei trasmesse oralmente e che lui le avrebbe appuntate; che avrei rivisto l’amico rumeno solo eccezionalmente in occasione di casi particolari gravi.

 

Già in quella occasione (gennaio ’69) manifestai il problema relativo alla necessità di un accertamento funzionale agli ambienti osservati, diversamente si sarebbero potuti avere solo dati statistici desunti con analisi che potevano essere deformanti, riduttive. Precisai quindi che questa opportunità poteva significare anche una parziale compromissione.

 

Chiesi quale apporto mi sarebbe stato prestato in termini di copertura politica, perché non intenevo soprattutto compromettere la mia attività.

 

Mi fu detto che il problema sarebbe stato trattato in un successivo incontro. L’incontro successivo avvenne dopo pochi giorni ed io incontrai anche l’amico rumeno e da entrambi ebbi queste direttive:

 

a) – potevo prevedere di espormi nel senso voluto solo in casi di particolare interesse;

b) – nella previsione di tali ruoli avrei potuto naturalmente continuare ed avere contatti franchi con uomini ed ambienti della sinistra senza aderire formalmente a movimenti o gruppo alcuno;

c) – che ogni decisione su tali eventualità doveva essere preventivamente concordata. Indicai a loro come punti di indagine e controllo l’ambiente di “Ordine Nuovo” soprattutto lla frangia recalcitrante al rientro nel MSI, cioè quella che faceva capo a Graziani e in un’altra situazione il fronte di Borghese, le attività di Freda che andava frenetizzandosi.

 

Ogni mio movimento da quella notte del gennaio del 69 fu particolareggiatamente riferito e quasi sempre preventivamente concordato.

 

Tutto quanto andrò riferendo e quel che ho già detto e quel che dirò dopo è la traccia riassuntiva della grande quantità di elementi che riferii, naturalmente proporzionata al più ristretto tema dell’attività eversiva sviluppatasi durante il 1969.

 

Cioè non ci sono state solo queste notizie. Ce ne sono state molte altre. Il controllo nell’ambito delle attività eversive e delle altre attività antidemocratiche durò efficacemente fino alla fine di agosto del 69, agosto o primi di settembre. Quando ritenni impossibile ogni ulteriore compromissione seppure da una posizione critica resistente e limitativa.

 

Tale decisione fu ampliamente condivisa dai due anche se sette mesi non erano bastati a penetrare, per i motivi che vi dirò, abbastanza a fondo, in particolare dato l’uso scrupoloso dell’anonimato, non fu possibile individuare precisamente, se non in parte, a chi doveva essere fatta risalire l’attività di provocazione e pressione politica svolta dalla destra durante il ’69.

 

Tuttavia, anche dopo la fine di agosto, pur da una posizione distanziata, ho potuto ancora controllare, come da un cannocchiale capovolto, le linee dei movimenti dei gruppi e ambienti predetti.

 

Tale interessamento non è mai cessato anche perché c’era un interesse diretto, anche se, dopo la denuncia che mi colpì, i contatti con i due amici si andarono diradando.

 

Dopo il gennaio del 70 non ho più rivisto l’amico rumeno, mentre l’amico italiano lo incontrai anche nel 1971, prima di venire in carcere, e, comunque, sono tuttora in condizione di contattarlo.

 

Tuttavia la collaborazione e spirito di solidarietà sembrarono raffreddarsi già nel dicembre del ’69, improvvisamente, dopo che comunicai la denuncia nei miei confronti, anche perché si risentì quando successivamente, nel febbraio, uscì questa storia dell’attentato a Nixon, che mi avevano comunicato loro e che non era possibile che io avessi saputo da altra fonte.

 

Anzi quando fui interrogato in Questura a mia volta, dati i riferimenti esatti di tempo e di luogo e la precisione con cui venivano formulate alcune contestazioni, pensai di essere stato giocato. Invece poi seppi che era stato Lorenzon.

 

L’amico italiano mi assicurò ripetutamente della sua solidarietà e di quella dell’amico rumeno, mi ripetè, come l’altra volta, di tenere un rigoroso e assoluto riserbo sulle attività informative, mi sollecitò a disfarmi dei rapporti e di ogni traccia che potesse rimandare anche genericamente agli interessi coltivati durante il ’69 e prima.

 

Mi consigliò di rompere ogni tipo di consuetudine con Freda in particolare, di sospendere ogni contatto e di sottolineare il carattere normale e fortuito della mia frequentazione degli ambienti di cui mi ero occupato.

 

In realtà ciò mi fu possibile solo astrattamente, perché da quel momento fu Freda a tallonarmi con ammonimenti e intimidazioni, che io non ho denunciato per la mia posizione di debolezza, anche perché sulla vicenda finale, cioè quella per cui sono in carcere, non avevo elementi definitivi.

 

I rapporti sequestrati non costituiscono la totalità delle schede consegnatemi: in particolare mancano tutti i numeri doppi (cioè c’erano alcuni numeri, ad esempio 217/1, barra 2…tutti i numeri doppi che riguardavano notizie e documenti orginali).

 

Praticamente erano solo articoli tradotti o articoli in originale, oppure schede recensive. Un numero sugli attentati del 12 dicembre che ho già richiamato riferiva le notizie avute da Freda e che furono poi riprese da “Vie Nuove”, quelle relative all’addestramento in Germania.

 

Una scheda che parlava delle indagini non specifiche ma indirette del K.G.B. sugli attentati del 12 dicembre, sulla complicità di ambienti americani, notizia questa poi riportata da “A.B.C.”. Una scheda su Stefano Delle Chiaie del Ministero degli Interni con notizie da me passate sulle protezioni da parte della Questura di Padova nei confronti di Freda ed altri rapporti ancora che non ricordo, ma che avevano un particolare interesse.

 

Tutto questo materiale è andato alle fiamme per colpa di Munari [maresciallo dei carabinieri di Castelfranco, n.d.c.] assieme a due bobine.

 

Dunque, tutto ciò è andato bruciato unitamente a due bobine di registrazioni contenenti conversazioni con Freda, a microfilm relativi ad un incontro con Freda nel quale egli mi consegnò un involucro per un certo incarico di cui dirò dopo, conversazioni con Romualdi su “Ordine Nuovo” e l’ambiente romano e altri nastri. C’erano infatti altre registrazioni: una relativa alle ultime ore di Radio Praga fino a pochi minuti prima dell’invasione, ed altre registrazioni originali che ora non esistono più. Tutto questo è andato alle fiamme in quel di Levà di Badoere [frazioncina in provincia di Treviso, n.d.c.].

 

Ritengo che il Munari sia a conoscenza di questo incendio, in cui andarono bruciate anche alcune migliaia di copie di quel libretto – “Positions” – credo tremila copie – unitamente ad agende, indirizzari e materiale di carattere politico avuto da Freda e sottrattogli, avuto da Romualdi o Angelo Sonaggi e assieme ad un quadernetto in cui appuntavo notizie e verbali dell’amico italiano. Le schede sono state viste da Lorenzon, quattro o cinque, ne ha viste anche successivamente.

 

A questo proposito c’è da dire che, quando io gli mostrai quei rapporti gli dissi effettivamente che quella lì era persona che aveva buone notizie, però credo di avergli anche detto che questi documenti erano il frutto di una reciproca e specifica attività per cui anch’io passavo le notizie.

 

 

 

G.I. – Quel famoso rapporto del maggio 1969 in cui si fa riferimento agli attentati che sarebbero stati compiuti da gruppi isolati di neofascisti era una notizia che aveva fornito lei o era una notizia che aveva attinto da altre fonti?

 

 

Ventura – No, direi che era un dato filtrato da tutti gli elementi che io avevo indicato, ma che era confermato anche da altre fonti. A questo proposito, relativamente alla richiesta che lei mi ha fatto diverse volte sul Monti, è certo che la notizia su Monti è stata data: questo io l’ho saputo, cioè l’ho chiesto espressamente e quindi l’ho saputo anche perché dall’altra parte c’era Freda che parlava di Monti, ma non c’erano rapporti diretti.

La notizia di finanziamenti a gruppi neofascisti da parte di Monti è stata data da un funzionario della SAROM di Roma, in via Sardegna.Quel funzionario della SAROM non aveva un collegamento preciso con questo amico italiano, né con l’altro. E’ stata una indiscrezione, diciamo marginale, rispetto all’operazione più vasta che riguardava tutte le altre iniziative.

Comunque è sicuro che è uscita da quella fonte. Quindi le schede sono state viste da Lorenzon che ne ha viste 4 o 5, dal Sartori e dal Loredan che le hanno viste quasi tutte, meno i numeri doppi. I numeri doppi mi pare di non averli fatti vedere a nessuno. Quaranta le ha viste quasi tutte. Poi lei le ha viste queste schede?

 

 

G.I.- Non ci sono!

 

 

Ventura – No, perché volevo cercare di individuare quale era. Poiché Freda mi chiese una volta notizie su alcuni gruppi di sinistra interessati o comunque che avessero esponenti sionisti, richiesta che credo sia addirittura precedente al ’69, io segnalai questa richiesta di notizie a questa persona la quale mi fece avere una scheda e mi sembra sia “gruppi di sinistra, gruppi sionisti o elementi sionisti della sinistra internazionale”, qualcosa del genere.

Quindi io mostrai questa scheda a Freda, cioè levai il foglio della sigla, il 1° foglio nel quale c’erano le indicazioni con la sigla, i numeri, etc. ed in mia presenza gliela lasciai, gliela feci leggere e con la scusa che era in originale, che cioè non era fotocopiata, me la sono portata via. Però credo di avergli dato una copia, comunque è una scheda che gli serviva per avere una documentazione relativa ad una appendice da fare a un libro, “De Poncin, storico francese”, ad orientamento antisemitico o comunque antisionista.

Questo rapporto che ho dato al Freda fu poi dato alle fiamme e quindi non c’è più.

Comunque siccome i rapporti ci sono, almeno quelli non dati alle fiamme, e questo è un fatto indiscutibile, le dico anche quali erano le persone che erano a conoscenza di questa attività: il Quaranta dalla fine del ’69. Al Gallina non ho mai mostrato queste schede, però in diverse occasioni, poiché il Gallina aveva conosciuto il Freda in libreria a Treviso nel ’68 (il Freda veniva di tanto in tanto in libreria per curare l’accordo societario sotto il profilo legale, e il Gallina veniva spessissimo in quanto collaborava alla preparazione del programma editoriale), gli dissi in diverse occasioni e chiaramente (per lui era incredibile che io potessi frequentare il Freda) quali fossero i veri motivi dei miei rapporti con Freda.

Altra persona che era al corrente dei rapporti informativi era il Sartori, anche se ora non dice o dice in maniera distorta e inquinante.

In conclusione questi rapporti non sono né rapporti di carattere spionistico, né schede di agenzia. Non esistono schede di agenzia che abbiano questo tipo di articolazione informativa. Voglio dire questo taglio politico delle notizie. Sono schede e rapporti di carattere informativo politico che non hanno nessuna connessione né con un aspetto giornalistico, né con un aspetto di carattere segreto.

Chiuso questo argomento per proseguire preferisco far riferimento al verbale Lorenzon.

 

 

Il verbale Lorenzon è importante perché racchiude quasi tutto l’essenziale. Il primo punto riguarda l’episodio milanese del 24 luglio 1969.

Lorenzon dice: “Io dichiaro che nel maggio del 1969, il Ventura mi fece presente che sarebbe dovuto andare a Milano per collocare un ordigno esplosivo in un edificio pubblico (Prefettura, Pretura, altro) e al ritorno mi precisò che sarebbe andato di nuovo a Milano per esaminare se sarebbe stato possibile il recupero di un ordigno inesploso. Non ebbi conferma di questo secondo viaggio. Il 3 gennaio u.s. tornando sull’argomento il Ventura chiarì che nel maggio era solo passato a Milano in compagnia di altre persone, tra le quali nominò Giorgio Costeniero, agente UTET di Treviso, con tutt’altro intendimento che di collocare bombe.

Circa una settimana fa il Ventura precisò ulteriormente che nel maggio non erano state collocate bombe a Milano, bensì a Torino e che avrebbe accompagnato chi le aveva collocate. Anzi secondo il Ventura ciò sarebbe avvenuto in aprile. Lo stesso Ventura accompagnò colui che pose gli ordigni”.

 

 

Questo è il primo punto che denota una certa situazione confusionaria. Io ho effettivamente una contestazione che riguarda questi attentati di Milano, mentre sono certo che non mi è stato contestato l’episodio che è accavallato a questa situazione.

 

 

 

G.I. – Quello di Torino?

 

 

Ventura – Esatto. In queste battute sono inseriti due episodi. Il primo riguarda il maggio, non ricordo il giorno. Non so se sia il 12, il 13. Io andai a Torino con due persone: Giorgio Costeniero e l’avvocato Laurin di Portogruaro. Il viaggio venne effettuato di domenica. Se a proposito di questi fatti io dovessi essere impreciso, vorrei che non traesse conclusioni affrettate. Io andai a Torino con queste due persone, sapevo che avremmo alloggiato all’albergo “Genio”, credo, in un isolato a ridosso della stazione ferroviaria. E’ un albergo che ha l’ingresso su un porticato, di fronte c’è un altro porticato. C’è un bar, Alemagna o Motta. La sera dell’11 o forse il 12, incontrai in questo bar, indicatomi da Freda prima di partire, una persona che aveva la barba, era abbastanza alta, fu vista certamente dalle persone che mi accompagnavano.

 

 

Il contatto doveva essere stabilito in questo modo: io avrei dovuto sistemare sopra il tavolo, seduto al 3° tavolino di sinistra, l’involucro contenuto in una scatola che era l’elemento di individuazione (libro o una rivista di archeologia francese). Gli elementi rappresentativi di identificazione erano questi. Egli si accostò, non ricordo se rispettai il particolare del 3° tavolino. Sapevo che avrebbe avuto la barba. Si avvicinò, osservò la scatola sul tavolo, capì che ero il suo uomo e mi disse qualche frase convenzionale. L’incontro durò 5 o 7 minuti, il tempo sufficiente perché gli dicessi che quello era il pacco che dovevo consegnargli e che non conoscevo la destinazione, mi sarebbe piaciuto saperlo.

 

 

Mi fu detto che l’uso che ne sarebbe stato fatto era come lui credeva che io sapessi, invece come convenuto sarebbe stato deposto al Tribunale. Non mi disse dove, al Tribunale. Gli dissi che in fondo non era di grande rilievo che la bomba esplodesse.

 

 

 

G.I. – Come doveva essere azionato?

 

 

Ventura – Anche su questo ho un ricordo abbastanza vago. Mi fu detto però da chi me lo consegnò, poi diremo, chi è. Mi fu detto che dovevo badare a non tirare uno spago che usciva da un lato della cassetta.

 

 

G.I. – Sarebbe in condizione di riconoscere la cassetta e lo spago?

 

 

Ventura – Senz’altro! L’involucro di cartone, ricordo distintamente: “Revue de Theologie”, non ricordo la scatola. La aprii appena arrivato in albergo. L’avevo avuto due giorni prima. L’avevo tenuto nell’automobile, siccome mi era stato assicurato nella maniera più assoluta che poteva anche ricevere colpi e non sarebbe successo nulla, non avevo preoccupazioni di sorta. Adesso non so se tre giorni prima. Comunque mi era stato consegnato dopo 15 o 20 giorni dal preavviso.

 

 

G.I. – Da chi le era stato consegnato?

 

 

Ventura – Da Freda. All’ultimo momento sembrò che non arrivasse più questo pacco, che non fosse stato più pronto…

 

 

G.I. – Da dove doveva arrivare?

 

 

Ventura – Da tutta una serie di elementi che le dirò dopo e che riguardano soprattutto l’incontro di Milano del luglio, io presumo che non dovesse arrivare da vicino. Non sono in grado di dire se era un ritardo locale nella confezione del pacco o se era un ritardo dovuto alla distanza dal luogo della confezione del pacco. C’era qualcosa per cui comunque fu rinviato anche perché io scantonavo…poi. Comunque questa era una tappa obbligata: o si passava di là oppure il rapporto saltava. Quindi c’era poco da scantonare.

Tutto quanto avviene dopo quelle riunioni di Padova, è un rapporto concomitante e vincolante, reciproco. Quindi, io sapevo già da un mese di questo viaggio a Torino, sapevo….Io a Torino non volevo andare assolutamente, però prima o dopo la bomba dovevo portarla, non c’era niente da fare, se volevo continuare a tenere un rapporto con il gruppo.

 

 

G.I. – Lei ha confidato al Costeniero questa faccenda?

 

 

Ventura – No! No, assolutamente. Quindi bisognava passare attraverso questa…che probabilmente non sarebbe stata la sola se dopo….il rapporto non dico non fosse saltato, ma non si fosse incrinato, come dopo dirò, perché anche da parte di un altro personaggio, che io in quella situazione particolare, che è la situazione di un episodio che ho già genericamente riferito; da quella in cui mi fu detto il nome di Paglia.

 

In quella situazione non avessi spinto anche il Pozzan, il quale peraltro non c’era bisogno di spingerlo, perché aveva già subìto imposizioni al punto da essere quasi nevrotizzato da Freda, quindi non c’era bisogno di spingerlo. Comunque lo spinsi nel momento in cui capii, occasionalmente, perché quello che facevo io e quello che faceva il Pozzan non ci era noto vicendevolmente.

 

Ma, tornando all’episodio di Torino, io ad un certo punto per evitare che l’ordigno esplodesse, pensai in un primo momento di togliere la cordicella che usciva da un lato della cassetta di legno e che come ho detto serviva ad azionare il congegno (mi era stato detto infatti da un lato che se non fosse stata tirata la cordicella l’ordigno era del tutto inoffensivo e potevo trasportarlo con tutta tranquillità e dall’altro che la cordicella doveva essere tirata al momento della collocazione).

 

Evidentemente però una dimostrazione di sabotaggio di questo tipo mi avrebbe certamente scoperto il gioco e scartai l’ipotesi. Quando comunque consegnai a questo personaggio il pacco (ad esso non saprei neanche riferire il discorso perché sono discorsi irriproducibili che si fanno soltanto in un momento come quello) cercai di indurlo a non azionare l’ordigno, cioè cercai di fargli capire che se anche lo trovavano inesploso l’effetto sarebbe stato lo stesso.

 

Comunque se avesse dovuto collocarlo e azionarlo, che almeno lo avesse azionato in una zona in cui non poteva recar danno alle persone.

 

Comunque mi erano state date assicurazioni assolute sulla non pericolosità altrimenti non l’avrei neanche trasportato. Cioè mi era stato detto che la carica che era stata inserita non sarebbe stata comunque letale. Ora, poiché questo mi disse che sarebbe stato collocato in Tribunale, il mattino successivo, mentre il Costeniero andò alla direzione della UTET, io restai con l’avvocato Laurin. Assieme all’avvocato Laurin sono andato al Tribunale.

 

(continua al prossimo articolo – Parte seconda)