INTERROGATORIO DI VENTURA GIOVANNI PRESSO LE CARCERI GIUDIZIARIE DI MONZA DEL 20 MARZO 1973 ALLE ORE 18

 

La strategia di Ventura - 20/3/73

 

G.I. – DOTT. D’AMBROSIO

P.M. – DOTT. ALESSANDRINI

 

PARTE PRIMA

 

 

 

Ventura – Confermo la nomina dell’avv. Giancarlo Ghidoni di Bologna che è presente all’interrogatorio.

 

 

E’ presente all’interrogatorio l’avv. Odoardo Ascari della parte civile. A questo punto interviene l’avv. De Poli parte civile di Lorenzon.

 

 

Ventura – Non intendo avvalermi della facoltà di cui all’art. 78 C.P.P.

 

 

Ventura – Sulla questione delle armi e dei silenziatori vorrei precisare che alcune armi sono mie; per l’esattezza:

1) – una pistola di cui parla Lorenzon da me acquistata tra il ‘60 e il ’63 da un certo Piero Brusatin di Castelfranco che ora abita ad Asolo, ed è amico anche di Comacchio.

2) – una pistola Beretta cal. 9 da guerra di mio padre con una decina di cartucce, due o tre delle quali sono state trovate in casa di mio fratello a Roma nel corso dell’ultima perquisizione;

3) – ho acquistato sempre tra il ’60 e il ’63 una Beretta e due Machine-pistole quando ero in collegio a Borca di Cadore. La pistola mi fu poi rubata nell’armadietto del collegio e il Lorenzon che allora era istitutore si dovrebbe ricordare l’episodio;

4) – una Berett ed un esemplare di silenziatore da un certo Silvestri di Castelfranco Veneto della CISNAL nel 1963.

 

Tutte le altre armi sono del Comacchio; i silenziatori furono costruiti dal Comacchio, su sua iniziativa, tra il 67 e il 69; per applicare i silenziatori alle pistole furono sostituite le canne.

 

Nel mio confronto con il Comacchio credo che questi abbia fatto riferimento ad un tizio di Vicenza cui consegnò le armi; può darsi che il Comacchio i silenziatori o li ha fatti lui presso il signor Dotto o li ha fatti fare a Vicenza.

 

Dopo la mia prima scarcerazione, incontrai il Comacchio il quale mi disse che le armi si trovavano a Vicenza, io insistetti al che il Comacchio si disfacesse delle armi; la sollecitazione gli venne anche da mio fratello, in quanto noi non volevamo avere niente a che fare con esse; e che da quel momento la responsabilità della detenzione era soltanto sua.

 

Questo spiega la mia linea difensiva, sin qui tenuta, di attribuire al solo Comacchio il possesso delle armi.

 

I sacchi di tela bianca che custodivano le munizioni e quello che custodiva il mio passaporto credo li abbia confezionati la moglie del Comacchio.

 

In occasione del primo arresto mio fratello consegnò al Comacchio vari documenti tra cui un passaporto falso di Freda. Consegnato al Comacchio anche un tesserino universitario senza fotografia intestato a non ricordo chi; venni in possesso del tesserino e del passaporto con la fotografia di Freda nella libreria “Ezzelino” nell’estate del ’69 dove mi ero recato per ritirare un libro sui Borboni; sotto il libro vi erano i due documenti che io presi.

 

Comacchio ricevette anche degli appunti di mano del Loredan, tre o quattro menabò, alcuni indirizzari, alcuni fascicoli editoriali, credo anche un copia del catalogo che il Freda si riprometteva di stampare.

 

In altra occasione ha consegnato al Comacchio il mio passaporto. La cassa delle armi data a Pan comprendeva anche una pistola del Freda; il Freda nel 64-65 mi pregò di tenergli due pistole tedesche; una me la richiese subito. Nel ’70 Freda mi riferì che il Pan gli aveva detto che teneva qualcosa per mio conto, mi chiese quindi se avessi affidato a Pan delle armi; io gli risposi che avevo affidato a Pan alcuni vecchi catenacci, fra cui la sua pistola. Seppi poi che qulche tempo dopo il Pan andò a riportare la pistola al Freda.

 

 

 

G.I. – Tornando ai suoi rapporti con Freda dopo il colloquio chiarificatore dopo i treni, quale fu il suo atteggiamento con l’amico italiano e con l’amico rumeno a cui doveva riferire informazioni?

 

 

Ventura – Mi fu detto che io dovevo continuare nelle informazioni senza peraltro compromettermi direttamente, né con incontri particolarmente impegnativi, né con azioni operative.

I miei contatti per vere informazioni si limitavano solo al Pozzan, con cui peraltro i rapporti avevano anche un contenuto professionale in quanto io utilizzavo il Pozzan per la contabilità. Pozzan mi manifestava generiche preoccupazioni per la strada che il Freda aveva intrapreso; tutta via non mi fece mai dei riferimenti specifici a cose che dovevano accadere.

 

 

D.R. – Prendo atto che nelle dichiarazioni di Lorenzon all’avvocato Steccanella si dice che io gli parlai di ordigni che contemporaneamente sarebbero dovuti esplodere; prendo atto che dai rilievi tecnici emerge che gli ordigni di Torino e di Roma (tutti nei Palazzi di Giustizia) erano identici tra di loro.

Debbo però dire che non sapevo di tale contemporaneità e di averlo potuto dire al Lorenzon che avevo detto alla persona incontrata a Torino di collocare l’ordigno dietro uno schermo, possibilmente un armadio. Posso avere ipotizzato di altri ordigni, ma non ne ebbi mai nozione specifica; con Freda si parlò del mio ordigno che non era esploso, ma non si parlò di altri ordigni a Roma.

 

 

D.R.: Sulle bombe del 25 aprile Freda non mi fece alcun riferimento preciso se non che si era trattato di una operazione della “seconda linea”.

Mi è sembrato sempre strano che Pan abbia riferito che il Freda si era vantato con lui di esserne stato l’autore. Credo però che l’abbia fatto per stimolare il Pan.

 

 

Ventura – Come esempio dell’attività della seconda linea posso portare la posizione di Pino Romanin.

Io conobbi Sartori verso la metà del 1969 nelle circostanze già note. Freda una volta mi manifestò una completa conoscenza dell’attività politica del Sartori, esponente del partito marxista-leninista, linea rossa. Seppi poi che aveva infiltrato in questo partito il Romanin. Attività di infiltrazione per conto di Freda fecero pure Pino Di Lorenzo e Claudio Orsi, che in quell’epoca fondò l’associazione Italia-Cina.

 

Quando Freda pubblicò il libretto rosso mi disse che aveva difeso con linguaggio di sinistra un gruppo di neofascisti perché il suo libro doveva servire a dare copertura anche ad attentatori di provenienza non fascista; mi menzionò a tale proposito gli attentati al Questore ed al Palazzo di Giustizia di Padova. Freda aveva agganci anche a Trento, anche con personaggi della radio GAP [gruppo vicino a Feltrinelli,n.d.c.].

 

In quel periodo vi fu un rapporto stretto tra Freda ed Emilio Vesce; a quanto mi risulta era Freda a pagare l’affito dei locali dell’agenzia libraria “Einaudi” di cui era titolare il Vesce, noto elemento di estrema sinistra (Potere Operaio).

 

 

Ventura: La notte del 24 luglio 1969 tra Freda e il personaggio di Roma si parlò dei contrattempi di carattere tecnico per cui vari ordigni non erano esplosi. Il “romano” disse però che l’introduzione negli ordigni di orologi, tra l’altro di basso costo, senz’altro per il futuro l’inconveniente sarebbe stato eliminato.

 

Fu in quella occasione che il “romano” disse che Stefano aveva dato l’ordine di insistere sull’attività di seconda linea. Del resto se Freda a Padova cercava i contatti con la sinistra certamente a Roma, da dove partiva questa direttiva, si stava facendo altrettanto.

 

Dopo gli attentati dell’agosto, dei treni, seppi da Freda che gli ordigni erano costati centomila lire per il confezionamento e centomila lire per il collocamento (tali cifre sono molto approssimate).

 

Io al Lorenzon dicci che erano tre i centri (e non tre persone) a finanziare: tali centri erano: Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo e il Freda.

 

Freda poteva finanziare perché oltre a guadagnare come legale riceveva denaro da simpatizzanti politici e aveva in tal senso varie forme (anche per esempio riceveva elargizioni da professori universitari di Padova).

 

Preciso che quando ho parlato di “Ordine Nuovo” come centro di finanziamento non ho inteso con ciò dire che Ordine Nuovo come organizzazione politica fosse interessata direttamente agli attentati.

 

Letto confermato e sottoscritto

(seguono le firme)

 

 

Riletto il verbale il Ventura precisa che nel corso del colloquio avvenuto a Milano il 24 luglio la persona venuta da Roma accennò che in relazione al fatto che l’ordigno di Torino non era esploso era stato provveduto a modificare il congegno d’accensione.

 

 

Ventura - Era stato adottato un orologio di poco costo che si poteva trovare nei supermercati o meglio nei grandi magazzini, mi pare che disse proprio alla Standa. Ciò lo disse in relazione anche alla previsione degli attentati ai treni per il ferragosto.

 

Come ho già detto gli attentati erano previsti per il giorno di ferragosto, successivamente a mia insaputa fu anticipata la data degli attentati perché si voleva che l’esito influisse sull’esodo di ferragosto.

 

 

 

Il Ventura precisa inoltre che allorchè tornò da Roma il 26 luglio andò nello studio di Freda e gli esibì il Corriere della Sera del 25 luglio, facendogli presente che non parlava dell’attentato a Milano. Il Corriere della Sera fu lasciato nello studio di Freda insieme ad altro giornale di Roma.

 

D.R. Ricevetti dallo zio di Freda nel ’68 allorchè rilevai la libreria di Treviso, in prestito la somma di L. 3-5 milioni. Restitui tale somma a piccole rate durante il ’69-70. Non restituii tutta la somma, mi pare che sono ancora debitore di circa un milione e seicentomila lire. Faccio presente però che ho fornito a Freda libri per circa 5 milioni che non sono stati pagati.

 

D.R.: L’ordigno che poi portai a Torino mi fu consegnato da Freda nel suo studio in Padova. Nell’occasione il Freda non mi mostrò altri oggetti. Me lo consegnò la sera precedente.

Letto confermato e sottoscritto

(seguono le firme)