VERBALE DI INTERROGATORIO DI VENTURA GIOVANNI PRESSO LE CARCERI GIUDIZIARIE DI MONZA DEL 20 MARZO 1973 ALLE ORE 18

 

La strategia di Ventura - 20/3/73

 

Trascrizione della bobina registrata a cura del personale della Polizia di Stato.

 

 

G.I. – DOTT. D’AMBROSIO

P.M. – DOTT. ALESSANDRINI

 

PARTE TERZA

(segue da Parte seconda)

 

 

G.I. – Quali altre confidenze ricevette da Pozzan, visto che lei rimase in rapporto con Pozzan il quale, dal punto di vista soggettivo, era sulla linea del dissenso rispetto alle decisioni di Freda? A un certo punto è logico che avendo questo colloquio in comune ogni tanto siete ritornati su questo discorso e che Pozzan le abbia detto: “Freda mantiene contatti con Tizio, Caio, Sempronio”, oppure “Hanno deciso di fare questo, quest’altro”. Tanto più che lei nel discorso con Lorenzon fa riferimento a questa collocazione di ordigni in luoghi chiusi. Ovviamente da qualcuno deve averlo saputo.

 

 

Ventura – Guardi che il collocamento di ordigni in luoghi chiusi è un tema di questo secondo incontro in cui si fa il nome di Paglia. Il riferimento ad attentati in centri significativi, rappresentativi dell’apparato dello Stato o comunque in sede di organismi pubblici è un discorso fatto in quell’occasione.

 

 

G.I. – Quale?

 

 

Ventura – Fine agosto, primi di settembre assieme a Pozzan.

 

 

G.I. – Cioè in effetti in questo discorso che lei, insieme a Pozzan, ha avuto con Freda, di che cosa si è parlato? Questo nuovo allarme. Cosa significa?

A un certo punto potrebbe anche essere finita lì. Posto che questo attentato aveva avuto determinati effetti politici, posto che in fin dei conti nessuna aveva fatto la rivoluzione per gli attentati, la carica di questa organizzazione si poteva anche esaurire.

Cioè si poteva dire: forse abbiamo sbagliato tutto, abbiamo sbagliato strada, possiamo anche fermarci, cambiamo strada, cambiamo strategia, facciamo qualcosa di diverso.

Oppure questo qualcosa di diverso era già stato stabilito e questo può aver suscitato allarme.

Ora, in concreto, qual’era la causa ultima del discorso che lei fece a Pozzan? Ormai gli attentati dell’agosto si erano esauriti; all’inizio del mese di settembre si era esaurito forse anche lei.

 

 

Ventura – Questa non è l’eco di chi conosce esattamente come stanno le cose.

 

 

G.I. – Cioè, a un certo punto, viene ripreso da lei il discorso su questi attentati dell’agosto e sul fatto che alcuni degli ordigni vennero collocati negli scompartimenti anziché nelle toilettes provocando dei ferimenti. Quand’è che si inserisce il discorso dell’ulteriore attività?

 

 

Ventura – Si inserisce, è già inserito nel primo incontro di Freda quando questo dice chiaramente che bisogna continuare su questa linea. Io d’altra parte asserivo che su questa linea non si poteva continuare perché non c’era stato il rispetto delle previsioni relative alla collocazione degli ordigni.

Il discorso viene portato avanti in questa seconda occasione con Pozzan in cui appare chiaramente che la linea che questi avevano tracciato e che volevano radicare, dal 18 aprile e dalle successive occasioni dell’ultimo viaggio a Roma, era quella medesima tracciata in ordine ai treni, però con una intensificazione ed un aggravamento degli effetti che avrebbe necessariamente portato a quel che è poi avvenuto.

 

 

G.I. – Questo discorso fu fatto da Freda? Quando lei parlò con Freda lamentando questo, Freda invece, fece il discorso opposto: non solo questa linea va continuata ma va intensificata anche dal punto di vista degli obiettivi rappresentativi e va intensificata la potenzialità degli ordigni.

 

 

Ventura – Esatto. Evidentemente se Freda avesse tenuto un’altra posizione non ci sarebbe stato nessun motivo di rottura.

 

 

G.I. – Questo avvenne nel colloquio a due tra lei e Freda?

 

 

Ventura – Questi temi non possiamo spezzarli recisamente in due. Nel primo incontro ci sono le conseguenze, le emozioni, le riflessioni sugli attentati ai treni ed il problema che andare avanti così non è positivo nemmeno politicamente e vi sono, almeno per me, i problemi che ho detto (saranno problemi da toilettes ma per me erano problemi) dall’altra parte c’è Freda che continua a dire: “Io non solo credo che questa sia la strada, ma credo che la si debba battere più radicalmente”.

A questo punto succede che trovo Pozzan in una posizione critica e di indisponibilità ed io gli dico chiaramente: “Andiamo da Freda e cerchiamo di indurlo a cambiare atteggiamento e decisione”.

Nel secondo incontro tutti questi temi del primo incontro vengono ripresi e vi è in più la particolarità di questa nuova notizia di Roma, c’è il nome di Paglia, c’è la previsione precisa di colpire centri nevralgici.

Quando si dice centri nevralgici si intende Ministeri, Uffici Pubblici, ecc. Non è stato detto chiaramente: le Banche e l’Altare della Patria. Si è detto: centri nevralgici in luoghi chiusi.

Io chiesi cosa significava colpire centri nevralgici, espressione che mi sembrava polivalente. Colpire centri nevralgici significava effettuare dei colpi in edifici pubblici e in luoghi chiusi con effetti di particolare intensità e significava anche che se si fosse arrivati a provocare la morte, non vi sarebbe stato problema alcuno.

Il discorso ebbe questa linea e su questa linea ci fu la rottura………

Da quel momento l’atteggiamento di Freda nei confronti miei e di Pozzan cambia. Ma, ripeto, nei confronti di Pozzan diversamente che nei miei confronti.

L’allarme di Pozzan è costantemente mitigato e depresso dall’atteggiamento di Freda, il quale per un certo verso cerca di tenerlo a bada, per un altro verso lo ammonisce, per un altro verso lo intimidisce.

E Pozzan, nella posizione in cui era, non sa più cosa succede. Comunque l’atteggiamento costante è che l’accordo con questi di Roma ha portato alla radicale disponibilità di Freda su questa linea. La preoccupazione era che prima o dopo, vista questa disponbilità radicale, doveva evidentemente succedere qualcosa.

 

 

 

P.M. – E lo schizzo del sottopassaggio era illustrativo?.....

 

 

Ventura – Lo schizzo fu fatto dopo gli attentati e prima che Lorenzon mi comunicasse che era stato lui a denunciarmi. Però, visto che si è parlato dello schizzo e lo schizzo dice: “descrizione di Giovanni Ventura a Lorenzon dei locali della Banca del Lavoro di Roma e in ispecie del sottopassaggio che dimostra di ben conoscere”, mi chiedo come si faccia a scrivere una cosa del genere. Non si scrivono queste cose: le forzature in questi termini sono delle provocazioni.

 

 

P.M. – Possibile che lei non conoscesse la B.N.L.?

 

 

Ventura – L’unica Banca del Lavoro in cui io sono andato a Roma si trova in quella piazza che si affaccia su via XX Settembre, tra il Ministero delle Finanze e l’Arma dei Carabinieri: Piazza S.Bernardo. Al quarto o quinto piano c’è l’Istituto di Finanziamento di Credito per l’Agricoltura che è gestito dalla Banca Nazionale del Lavoro.

Comunque quando lei si occupò delle borse e i giornali ne parlarono qualcuno si ricordò che c’era una deposizione nel processo Valpreda di un certo Pavan, mi sembra (ma ce ne sono forse due), il quale disse che la borsa era nera e non marrone o era marrone e non nera.

 

 

G.I. – Quello che aveva visto passando ha detto che era marrone. Poi, l’altro, che riferisce di averlo sentito dire da quello che aveva visto, dice che era nera. Ma era già stato sentito in fase successiva. Poi furono risentiti a distanza di tempo e dissero che era nera. Prima erano tre marrone e una nera, Poi scendono di numero e cambiano di colore….

Comunque erano appena ventidue i negozi che le vendevano in Italia. Cioè erano ben 36, ma solo 22 avevano avuto le borse “Mosbach & Gruber”, e solo tre contemporaneamente.

 

 

Ventura – In quali città?

 

 

G.I. – I negozi che le avevano contemporaneamente erano Milano e Padova. E di questi tre negozi quello che ha venduto più borse contemporaneamente è Padova. C’è una comunicazione al Giudice Istruttore che conteneva l’elenco di tutti i negozi. Dopo di che c’è una riserva di comunicare l’esito dell’indagine sulle borse che non è stata mai sciolta, se ben ricordo.

 

 

Difesa – Si è fermato addirittura l’elenco.

 

 

G.I. – No, l’elenco ci è arrivato.

 

 

Ventura – No, dico, questi poliziotti!

 

 

G.I. – Lei voleva fare il nome di quel poliziotto che avvertiva Freda delle intercettazioni telefoniche? Perché lo conosce?

 

 

Ventura – Sì, il nome lo conosco. Ma lo conosce anche lei, non serve che glielo dica io. Lo sappiamo tutti e due. Ed è bene che io non lo dica. Così io evito una denuncia e lei può fare ugualmente quel che deve fare.

Quindi torniamo un momento al sottopassaggio e a questo teste Pavan. Io mi sono avveduto di questa incongruenza soltanto quando ho letto la storia delle borse e del colore. A questo proposito il Guido dice:

“In ordine a tali fatti ho già riferito che il 3 gennaio u.s. il Ventura mi confidò, di domenica 4 gennaio, mi ha fatto lo schizzo del passaggio sotterraneo che collega i due edifici della Banca di Roma nel quale è esploso l’ordigno il 12 dicembre. Mi ha detto che rischiava molto chiunque avesse messo la bomba in un sottopassaggio del genere, trattandosi di un luogo molto frequentato da persone e aventi pareti lisce, tali cioè da rendere visibile un qualsiasi oggetto abbandonato. Precisò poi tuttavia che la borsa o altro involucro contenente l’ordigno era stato collocato in alto, fuori dal campo di visibilità diretto delle persone”.

Poi durante il confronto avvenuto qui con Guido abbiamo chiarito che effettivamente questo disegno era qualcosa di diverso da una descrizione particolareggiata: era soltanto l’indicazione di quel che solitamente è un sottopassaggio.

E’ la descrizione che appariva dai giornali che poi parlarono della borsa che era stata collocata sui tubi o dietro ai tubi.

Il problema è tutto qua. Qui invece diventa “descrizione dei locali della Banca Nazionale del Lavoro di Roma e in ispecie del sottopassaggio che dimostra di ben conoscere”.

 

 

 

P.M. – Questa particolarità di questa banca, del sottopassaggio che congiunge i due edifici era una particolarità un po’ singolare.

 

 

Ventura – Ma guardi che questo discorso è stato fatto il 3 gennaio, cioè 20 giorni dopo che è scoppiata la bomba, quando il sottopassaggio della BNL era stato ricostruito, fotografato prima e dopo. E’ un metro di valutazione. Questo discorso mi è sovvenuto soltanto quando ho letto di questo Pavan che dice di aver visto la borsa mentre qui è detto “fuori del campo di visibilità”.

 

 

G.I. – Con Pozzan, dopo gli attentati, ebbe modo di ritornare sull’argomento? Cioè Pozzan diede la sensazione di sapere qualcosa di questi attentati del 12 dicembre 1969?

 

 

Ventura – C’è tutta una serie di indicazioni che mi sono state date da Freda e da Pozzan. Evidentemente su questo punto non è che io abbia lasciato tranquillo Freda, perché, le ripeto, dai primi di gennaio sapevo di questo timer. Cioè non sapevo esattamente che era il timer. Quando ho saputo che timer significava conta tempo ed è fatto in un certo modo ho pensato (e dopo ne ho avuto la conferma, quando il Corriere della Sera pubblicò la fotografia) che se anche evidentemente c’era la possibilità che non fosse il timer di Freda, la possibilità che invece fosse il timer di Freda, dai i precedenti e le premesse, era decisamente prevalente.

E poi c’era l’episodio di Fabris, di quell’arnese con la manopola sul quale Freda continuava ad essere reticente e a parlare di radiolina. Freda, inoltre, ogni volta che io gli chiedevo cos’era quell’affare mi rispondeva: “Tu non c’entri, tu non sai niente”.

Secondo le notizie che ho avuto e che in parte ho già detto, la strage di Milano era avvenuta in seguito ad un errore.

 

 

G.I. – Un errore di che tipo?

 

 

Ventura – Precisò che si trattava di un errore tecnico, ma non chiarì mai che cosa significasse errore tecnico. La sensazione che io ho avuto quando mi parlò di errore tecnico fu che l’ordigno non avesse funzionato, che ci fosse qualcosa che non andava proprio nella meccanica della bomba.

Il discorso però non è quello che io feci a Guido Lorenzon tornando da Roma, che questo fatto doveva essere avvenuto per errore.

Il discorso dell’errore riguardava l’orario di esplosione della bomba. Per quel che ne sapevo io, infatti, le banche chiudono alle quattro e quindi era incredibile che questa Banca di Milano chiudesse alle quattro e mezza.

Non solo, ma il fatto era inoltre di una tale enormità per cui, anche presumendo di ricollegarlo al discorso dei risultati previsti, rimaneva incredibile che una bomba fosse stata collocata in una banca affollata e sapendo che sarebbe esplosa nel momento in cui era affollata; quando poi gli edifici pubblici ce ne sono a centinaia e gli effetti possono essere gli stessi senza arrivare ai 16 morti (allora non erano 16 ma il conto non ha molta importanza).

A questo proposito ci sono altri discorsi e valutazioni di Lorenzon che io vorrei precisare relativi al fatto che “vale più la vita di un rivoluzionario che 16 morti” e altre cose di questo tipo che, pur se inserite nel contesto (“dal punto di vista morale il ventura non condivise l’effetto provocato dallo scoppio delle bombe, cioè la strage” – “dal punto di vista politico espresse una valutazione negativa”) e pure con queste premesse sono frasi che vanno chiarite, in quanto di fatto sappiamo che ombre lasciano espressioni di questo tipo.

Ma su questo poi si ritornerà.

La strage era quindi avvenuta per un errore tecnico. Quando disse tecnico io chiesi cosa significava e lui praticamente non rispose. Tecnico: relativo alla bomba. Evidentemente lei adesso vuol sapere perché non ho richiesto ancora. Non è che io non abbia più chiesto, ho chiesto in tempi diversi e con insistenza diversa dopo essere uscito dal carcere la prima volta.

In carcere io non ho mai visto Freda, fummo isolati e quindi….Era una decisione particolare anche quella.

 

 

 

P.M. – Suo fratello?

 

 

Ventura – Non voleva stare in cella con Freda ed è andato col direttore per farsi trasferire, ma questi non lo voleva trasferire perché li teneva isolati in una cella.

Questa la storia dell’errore tecnico. Una valutazione che a me all’epoca e anche successivamente risultò problematica, soprattutto se collegata a quello che poi disse Pozzan e che mi sembra abbia già detto anche al Giudice a Treviso, riguardava il deposito di esplosivo sulla Tiburtina.

La notizia apparve sul giornale e Freda me ne parlò solo dopo che la notizia fu rivelata dai giornali.

Io avevo opinioni molto precise su Valpreda e sul gruppo del 22 marzo, cioè opinioni molto precise nel senso che comunque fossero andate le cose questi restavano in ogni caso le vittime di un’operazione di copertura. Cioè era impeccabile l’operazione di seconda linea o di doppia organizzazione nel caso che effettivamente dietro a tutto il gruppo ci fosse stata la mente di Merlino, il quale certamente poteva benissimo essere stato manovrato da altri.

Quindi gli dissi chiaramente a proposito di questa storia dell’esplosivo sulla via Tiburtina che se c’era di mezzo Merlino e Merlino si diceva amico di Stefano Delle Chiaie (la posizione di Stefano delle Chiaie non apparse subito ma solo successivamente), se dunque il Merlino era collegato a Stefano Delle Chiaie (e i collegamenti non sono mai fortuiti, soprattutto questi tipi di collegamento) si poteva benissimo trattare di un deposito di esplosivo di destra.

Si diceva “deposito esplosivo di sinistra anarchico” ed io dicevo “no, potrebbe essere di destra”. Freda mi rispose “può darsi”.

Poi c’è la notizia di Pozzan (il quale me l’ha comunicata in due tempi, quasi non volesse dirmela) relativa al fatto che Freda va a Roma e vede Delle Chiaie e da Delle Chiaie sente che confermerà l’alibi di Merlino.

In ogni caso il particolare più interessante che, se anche non ha un riferimento diretto con gli attentati per me istintivamente, soggettivamente, ha un’importanza decisiva, è l’atteggiamento di reticenza a proposito di quest’apparecchi e a proposito della comunicazione, che non mi è mai stata fatta, che aveva acquistato i timer a Bologna.

Freda a me questo non l’ha mai detto. Io evidentemente sapevo che almeno un timer l’aveva acquistato perché glielo avevo sottratto io. Ma Freda non mi ha mai comunicato di aver acquistato dei timer.

Questo naturalmente nel momento in cui io lo appresi, nel marzo, due giorni prima di essere trasferito a Milano, fu un ulteriore elemento di inquietudine. Da Freda io non seppi mai della storia che aveva visto Delle Chiaie e che aveva saputo preventivamente da Delle Chiaie che questi avrebbe confermato l’alibi di Merlino.

Questa notizia mi è stata riferita da Pozzan il quale, ripeto, quasi non voleva dirmela e me l’ha detta spezzettata in due occasioni. Prima mi disse che aveva saputo da Freda che era stato a Roma e che aveva rivisto questa gente, cioè il Delle Chiaie, e poi, in una seconda occasione mi disse che era stato a Roma, che aveva visto il Delle Chiaie e che questo gli aveva detto, ecc.

Ora, ci sono anche le impressioni, i timori, le illazioni di Pozzan che, se non rappresentano nessun elemento di particolare interesse, sono però un fatto ben preciso. Pozzan dopo gli attentati del 12 dicembre è vissuto in un clima di terrore.

 

 

 

G.I. – C’è qualcosa che non riesco ancora a inquadrare perfettamente. Cioè lei mi dice che Pozzan avrebbe fatto il nome di Rauti per ottenere la copertura del MSI…su istigazione di Freda.

 

 

Ventura – Guardi che questo io non lo so con certezza; è una mia conclusione. Siccome Rauti non c’era quella sera a Padova o Pozzan se l’è sognato oppure, cosa che secondo me è assai più probabile, gli è stato detto di dire che c’era Rauti.

 

 

G.I. – Questa accusa nei confronti di Rauti rimane in piedi pochissimi giorni. Dopo di che questa ritrattazione viene pubblicata su Candido. Viene pubblicata solo la prima puntata di questa intervista. Viene fatto anche un numero speciale del Borghese. E Pozzan sparisce. Cioè, dopo aver ribadito che in questa intervista non si trattava di Rauti, sparisce.

 

 

Ventura – Mi sembra che l’effetto, il proposito potesse essere quello di tirare le orecchie a Rauti e a un certo ambiente del MSI che non voleva avere a che fare con questo processo mentre obiettivamente i rapporti di Freda con ambienti missini e neofascisti erano tali e così articolati che era impossibile sostenere che non c’erano rapporti, che non c’erano convergenze.

Chiaramente c’era stato da parte del MSI, ancora prima della carcerazione del 71, tutta una serie di inziative per isolare Freda. Tra quelle di cui ho avuto notizia io la più importante è l’intervento di un deputato missino il quale si recò appositamente a Padova per convincere Fachini (questo me l’ha detto Freda) a scaricare Freda.

 

 

 

P.M. – L’incontro fra Freda e Delle Chiaie quando sarebbe avvenuto?

 

 

Ventura – Il discorso venne fatto quando sui giornali si parlò di Stefano Delle Chiaie che doveva deporre. Cioè, io prima non sapevo di Stefano Delle Chiaie collegato a Merlino. Si seppe di Stefano Delle Chiaie collegato a Merlino solo, credo, a febbraio/marzo [1970,n.d.c.].

 

 

G.I. – Quindi, commentando la notizia data dai giornali Pozzan le disse che……

 

 

Ventura – In due tempi. Me l’ha detto in due diverse occasioni. L’incontro è avvenuto prima che ne parlassero i giornali. Ma io ne ho parlato con il Pozzan allorchè discorremmo di Merlino, Delle Chiaie e della situazione; e questo dopo che ne avessero parlato i giornali.

Quindi, tornando a Rauti, mi sembra che l’effetto prodotto fosse quello che era stato coltivato. Non solo il MSI si è allineato e c’è stata una copertura, ma addirittura (se lei ha seguito attentamente il Borghese, che è come una antenna per valutare questi atteggiamenti) tutta una attività di discredito gettata sull’istruttoria di Stiz. Rauti in prima persona scrisse una serie di puntate sul Borghese.

 

 

G.I. – Freda dopo gli attentati, dopo la denuncia di Lorenzon, cercò di ottenere protezione da Rauti o no?

Verso settembre/ottobre c’è stata questa rottura, questa diffidenza di Freda nei suoi confronti. Quindi lei ha visto poco frequentemente Freda; non ne ha seguito più l’attività; Freda non le ha fatto più confidenze. Comunque una cosa risulta con assoluta chiarezza dalle deposizioni di Lorenzon e dai primi atti istruttori ed è che lei si rivolse o, per lo meno, si incontrò spesso con Freda.

 

 

 

Ventura – Questo punto bisogna chiarirlo subito perché è la terza volta che lei me lo dice.

 

 

G.I. – Io le ho detto che lei entrò di nuovo in contatti frequenti con Freda. Non le ho detto né perché, né di che natura fossero questi contatti. Esaminò insieme a Freda la denuncia di Lorenzon e direi che la seguì anche insieme a Freda. Tanto più che la ritrattazione di Lorenzon e la stessa dichiarazione di Gallina furono scritte proprio nello studio di Freda.

 

 

Ventura – Anche su questo è impreciso. La ritrattazione di Lorenzon è stata scritta da Lorenzon.

 

 

G.I. – E battuta a macchina nello studio di Freda. Ce l’ha detto la segretaria.

 

 

Ventura – Ma lei l’ha chiesto a Lorenzon dove è stata battuta a macchina la sua dichiarazione? Guardi che la dichiarazione di Lorenzon è stata battuta a macchina nel mio ufficio.

 

 

G.I. – Allora si trattava della denuncia per calunnia.

 

 

Ventura – No, perché Freda non è mai stato il mio difensore, non poteva. Vi dico che è stata battuta nel mio ufficio.

 

 

G.I. – Comunque lei ha esaminato il problema della denuncia di Lorenzon insieme a Freda.

 

 

Ventura – “Preciso che la dichiarazione fu da me volontariamente scritta e rilasciata a Ventura” e battuta a macchina da Guido Lorenzon nel mio studio, battuta neanche da me, da lui personalmente.

 

 

G.I. – Comunque, che questo problema della denuncia di Lorenzon sia stato esaminato anche da Freda e vi siate incontrati più volte con Freda per esaminare questo nuovo problema, mi pare che sia abbastanza chiaro. In questo quadro c’è stata una richiesta di appoggio di Freda a Rauti? Cioè è mai andato a Roma a raccomandargli di caldeggiare, di far iniziare una campagna di stampa?

 

 

Ventura – Freda ha certamente visto Rauti nel 1970. Freda interessò tutti gli ambienti possibili, politicamente sensilizzabili a questa vicenda a intervenire. Intendo dire il MSI. Rauti era nel MSI. Freda era direttamente collegato a Ordine Nuovo.

Adesso mi viene in mente un altro episodio. Fu pubblicato un articolo dal “Tempo” di Roma relativo alle richieste di Occorsio (mi pare nel luglio 1970, ma può darsi che mi confonda e che sia un articolo ancora precedente, forse del febbraio). Adesso non riesco a ricostruire la storia di questo articolo ma mi sembra che mi sia stato detto che l’aveva scritto materialmente Balzarini.

 

 

G.I. – Fu pubblicato poi dal Tempo? Comunque a me interessa sapere questo: ci fu una richiesta di protezione di Freda a Rauti, di copertura, di far sì che interessasse l’opinione pubblica per evitare il discredito?

 

 

Ventura – La risposta positiva su questo punto mi sembra che sia ovvia. Ma adesso io non riesco a riferirla a nessuna occasione, a nessun elemento specifico. E’ certo che ci furono richieste in tutte le direzioni da parte di Freda quindi, soprattutto perché con Ordine Nuovo aveva questi rapporti privilegiati e speciali, anche certamente nei confronti di Rauti.

 

 

G.I. – Freda i rapporti con Ordine Nuovo con chi li teneva?

 

 

Ventura – Io questo l’ho appreso da Romualdi il quale mi dava tutta una serie di riscontri in quanto, essendo a Roma, conosceva tutto l’ambiente. Non solo, ma Romualdi era informato con precisione ogni volta che Freda veniva a Roma, andava a Ordine Nuovo, cioè alla sede di Ordine Nuovo che è anche la sede di una agenzia di stampa, “Corrispondenza Europea”. I rapporti di Freda formali, pubblici, erano con un certo Battistini che mi sembra si chiami Attilio.

 

 

P.M. – Il direttore di “Men” o “Playmen”?

 

 

Ventura – Questo non l’ho mai saputo. C’è un Attilio Battistini che è il direttore responsabile della Tattilo ma non creda che sia quello. Alla Tattilo c’è De Boccarda il quale è l’uomo dei nuclei….Non è che se ne sia occupato De Boccarda. Però a sentire Freda, è l’uomo che aveva messo in piedi questa sigla che è stata utilizzata per quei manifestini di cui le parlavo stamattina.

 

 

G.I. – Quali manifestini?

 

 

Ventura – Nel 1965 o ’66 furono stampati dei manifestini. Sono….nel mandato di cattura. C’è anche una perizia che dice che io avrei scritto le buste. Invece io le buste non le ho scritte. Ho stampato i volantini ma non ho scritto le buste. Cosa che le ho detto da tempo.

 

 

P.M. – Scusi, il Battistini è di Ordine Nuovo?

 

 

Ventura – Sì, il Battistini è di Ordine Nuovo.

 

 

G.I. – Di Roma?

 

 

Ventura – Di Roma?

 

 

G.I. – Non lo so, lo domando a lei.

 

 

Ventura – Io le ho detto anche in passato cose che lei non sapeva e che invece diceva di sapere. C’è già sicuramente un vecchio verbale che parla di questo Battistini: è un nome che abbiamo già fatto. Comunque questo Battistini non è né un giurista né….

 

 

P.M. – Ha fatto della giurisprudenza in materia di pubblicazioni oscene. Tutte le sentenze, anche di Cassazione sulle pubblicazioni oscene hanno come imputato Battistini. E’ lo stesso di Playmen, della Tattilo. Deve essere il marito separato della Tattilo.

 

 

Ventura – Comunque ci sono altri nomi che adesso lentamente emergono. Questo Battistini l’ho visto anch’io una volta, l’ho conosciuto anch’io nel ’67 o ’66.

 

 

G.I. – E questo Battistini faceva parte di Ordine Nuovo?

 

 

Ventura – Questo Battistini è un esponente di Ordine Nuovo, è il direttore responsabile di questa agenzia “Corrispondenza Europea” che dà notizie sulla Rhodesia, sulla Spagna, sul Portogallo, sulla Grecia, fa propaganda contro i negri, foraggiata da Lisbona.

Perché poi c’è tutta una rete di finanziamenti da quella direzione. Ordine Nuovo è stato finanziato proprio per svolgere in Italia una propaganda di intonazione nettamente razzista del tipo “Africa addio”.

Quindi riceveva tutti questi finanziamenti che servivano per queste pubblicazioni. Io ho raccolto almeno una quindicina di opuscoli con la documentazione fotografica delle stragi in Rhodesia, l’”Uomo bianco”, ecc.

Gli altri rapporti li teneva non so se direttamente con il Graziani [Clemente, dirigente di Ordine Nuovo, contrario al “rientro” nel MSI, n.d.c.], comunque con persone che erao vicine al Graziani. Perché gli uomini di Ordine Nuovo che poi sono confluiti in questi gruppi erano controllati da Graziani.

Questo mi è stato detto ripetutamente da Pozzan. Freda di Graziani parlò solo una volta. Pozzan lo conosceva da vecchissima data, dalla guerra, credo. Cioè questo rapporto tra Pozzan e Graziani si era stabilito nell’immediato dopoguerra.

Non solo, ma c’è la vicenda dei due che abbiamo nominato stamattina, di Massagrande e Besutti, i quali sono stati al centro di una storia di armi con Freda. Io conoscevo l’uomo che in quel di Noale (Venezia), nell’agenzia della Reanault, aveva tenuto queste armi. A raccontarmi la storia è stato lui. Adesso mi dicono che è in Australia.

 

 

 

P.M. – In Australia?

 

 

Ventura – Era in Australia tre anni fa. Non so se ci sia ancora. Può darsi che sia tornato. Comunque è una vecchia storia di armi in cui c’è di mezzo Freda, c’è di mezzo questo Massagrande e questo Besutti. Se le sono rubate, se le sono prese e sono poi passate da questo tizio di Noale.

Il Romualdi padre viene a sapere dal Forlenza (generale dei Carabinieri, n.d.c.) che il Freda è coinvolto in un traffico di armi. (Molto probabilmente il riferimento, la frangia di Ordine Nuovo che non è rientrato nel MSI, riguarda questo episodio). Romualdi comunque l’ha saputo da Forlenza, credo nel ’68.

 

 

G.I. – E poi il viaggio di questo onorevole del MSI a Padova?

 

 

Ventura – Questo è del ’70. Il fatto di queste armi è di alcuni anni prima: cioè deve essere avvenuto nel 64/65/66. Non so esattamente. Donde, credo, tutta l’ipotesi sull’amico di Treviso che tiene le armi. Nel rapporto di Juliano c’è un riferimento ad uno di Treviso che tiene le armi. Non c’è altra spiegazione. Mi pare che il rapporto Juliano dica “tra Treviso e Conegliano”.

 

(continua al prossimo articolo – Parte quarta)