VERBALE DI INTERROGATORIO DI VENTURA GIOVANNI PRESSO LE CARCERI GIUDIZIARIE DI MONZA DEL 20 MARZO 1973 ALLE ORE 18

 

La strategia di Ventura - 20/3/73

 

Trascrizione della bobina registrata a cura del personale della Polizia di Stato.

 

G.I. – DOTT. D’AMBROSIO

P.M. – DOTT. ALESSANDRINI

 

PARTE QUARTA

(segue da Parte terza)

 

 

 

G.I. – Mi pare che lei volesse spiegare la faccenda delle armi e dei silenziatori.

 

 

Ventura – La faccenda è già spiegata però è da riprecisare. A questo punto, poiché c’è questa situazione di assoluta chiarezza, mi sembra che io debba dire, anche se dato il comportamento del Comacchio in linea di dovere non sarei tenuto, che alcune di quelle armi non sono di Comacchio ma sono mie e per l’esattezza quella pistola di cui parla Lorenzon.

 

 

G.I. – Quella che ha la forma della Luger ma che non ha niente a che fare con la Luger?

 

 

Ventura – Credo che si chiami PO8 o PO9. Questa è stata acquistata da me (forse dire acquistata è impreciso) credo nel 1960 ecc. da un certo Piero Brusatin di Cstelfranco che abita ad Asolo e tra l’altro è anche amico di Comacchio. Poi, una pistola Beretta l’abbiamo sempre avuta perché era di nostro padre.

 

 

G.I. – Mod.34 cal.9?

 

 

Ventura – Mi pare di sì. Mod.34 con 10 o 15 cartucce. Due o tre di queste cartucce sono quelle che lei ha sequestrato a Roma. Poi acquistai, sempre nello stesso periodo (62/63) in quel di Borca di Cadore, dove ero in collegio, un’altra Beretta e due mitra tedeschi che sono quelli con il calcio retrattile. La Beretta mi fu rubata in collegio. Credo che Lorenzon ricordi questo episodio perché lui in quel periodo era assistente.

Dicevo Guido Lorenzon è forse al corrente di questo episodio del furto. Mi fu scassato un baule o fu forzato, non so da chi. Queste armi le acquistai da uno di Borca di Cadore che non sono in grado di dire chi sia.

 

 

G.I. – Un ex partigiano o uno che ha una cascina?

 

 

Ventura – Certo in Cadore non c’erano molti fascisti. Esattamente da una persona che abitava oltre il torrente Boite. Cioè, scendendo da San Vito, prima di arrivare a Borca di Cdore, sulla destra c’è una località che all’epoca non faceva ancora paese. Io passeggiavo da quelle parti insieme a Guido Lorenzon di solito parlando di filosofia. Poi acquistai una Beretta, forse nel 1963, ed ebbi un esemplare di silenziatore da un certo Silvestri di Castelfranco.

 

 

G.I. – Chi è questo Silvestri?

 

 

Ventura – Il nome non lo so.

 

 

G.I. – Ma che cos’è?

 

 

Ventura – E’ uno che aveva dei traffici. E’ noto ai carabinieri. Approdò in questa epoca alla CISNAL (per un certo periodo io mi occupai anche marginalmente di sindacalismo) e mi vendette questo silenziatore. Ricordo che questo acquisto risale già a un’epoca in cui non mi interessava più. Forse non mi aveva mai interessato. Cioè non saprei spiegare il perché di queste armi.

 

 

G.I. – Lo provò questo silenziatore?

 

 

Ventura – No, non era avvitabile. La pistola non era collegabile al silenziatore. Era un pezzo autonomo che non aveva nessuna diretta utilizzazione con le armi delle quali ho detto. Era un pezzo sfuso. Tranne questi pezzi tutte le altre armi sono di Comacchio al quale sono state consegnate, come ho già detto. Forse sbagliamo nel tempo di qualche mese ma sostanzialmente la ricostruzione che è già stata data è esatta.

I silenziatori furono costruiti da Comacchio e per sua insistenza nel periodo dal ’67 al ’69. Io non lo sollecitai in nessun modo. Forse lei ricorda che durante il confronto, Comacchio amise cioè che le armi erano sue. Nel momento infatti in cui ammetteva che io gliele avevo restituite e che lui le aveva portate e sistemate a Vicenza da un suo amico a me pare che stesse ammettendo che le armi erano sue. Poi i confronti sono stati sospesi ma sarebbe interessante sapere di più.

Credo che la costruzione dei silenziatori abbia comportato la parziale sostituzione di alcuni pezzi delle pistole.

 

 

G.I. – Sono state sostituite le canne. Sono state messe delle canne lunghe che non sono quelle normali della Beretta per fare la filettatura, altrimenti non si poteva avvitare.

 

 

Ventura – E’ possibile che gli siano state date da questo vicentino.

 

 

G.I. – Lei non sa chi è questo vicentino?

 

 

Ventura – No, glielo deve dire Comacchio, è lui che lo sa. Io non posso dire quello che non so. A questo punto io potevo dirle: le armi sono di Comacchio e basta. Invece le sto dicendo quali sono le mie e dove le ho comprate.

 

 

G.I. – Io dico questo: se lei sa il nome di questo vicentino, ce lo dica!

 

 

Ventura – No, non lo so. Però è importante che qui Comacchio, di fronte a noi, abbia confermato che io gli ho restituito le sue armi assieme alle mie e che lui le ha consegnate a questo vicentino. Io credo che la ricostruzione del silenziatore sia stata fatta in collaborazione con questo di Vicenza. Possono essere stati costruiti anche da Dotto, dove questo lavorava. Mi spieghi ora questa storia dei godroni che io non capisco. Il godrone è il maschio che serve per filettare?

 

 

G.I. – E’ quell’apparecchio che serve per fare quella zigrinatura interna per svitarlo. All’apice i silenziatori hanno due tappi che sono zigrinati. Ci sono queste filettature per non farlo sciviolare di mano quando si vuole svitarlo. Potrebbe anche darsi che li abbia fatti senza godronatura e poi la godronatura l’abbia fatta dopo.

 

 

Ventura – Devo anche aggiungere, relativamente al Comacchio, che, incontratolo dopo la mia scarcerazione, gli dissi chiaramente che io di queste armi dovevo disfarmene e che non intendevo tenerle e che me le facesse avere. Fu allora che mi confermò che erano a Vicenza. Me lo aveva già detto prima; me lo confermò dopo.

 

 

G.I. – Lei non sa chi frequentasse a Vicenza, chi potesse avere come amico?

 

 

Ventura – Se sapessi questo nome glielo direi. Non lo so.

 

 

G.I. – Qualche altra indicazione oltre al fatto che risiede a Vicenza.

 

 

Ventura – Non mi fu mai detto niente. Esposto chiaramente questo mio proposito di disfarmene, poi non se ne è più parlato. Siccome mio fratello vedeva più spesso Comacchio di quanto lo vedessi io, perché era sempre a Castelfranco, su mia indicazione gli ripetè successivamente alcune volte che noi rivolevamo queste armi per buttarle o che quanto meno le buttasse lui.

Questi discorsi non ebbero nessuna conclusione perché questo non le restituì e, a quel che si è visto, non le buttò. Ci fu anche il seguente discorso fatto da me e successivamente da mio fratello: “Senti, se tu non vuoi disfarti delle armi, le armi sono tue. A noi non interessano più, noi non c’entriamo più, tu le vuoi tenere; sono tue, le tieni?

Donde l’atteggiamento mio, che credo sia legittimo da quel punto in avanti, di dire che tutte le armi erano di Comacchio. Atteggiamento che adesso (lei vede) ho reificato per uno scrupolo. C’è poi da dire delle cartucce che sono state trovate (non so se siano state trovate, comunque c’erano).

 

 

P.M. – 500 cartucce.

 

 

Ventura – Non so quante. Queste cartucce erano contenute in 2 cassette che credo abbia visto anche Lorenzon. Mi sembra di ricordare che erano di legno. Però lei l’altra volta mi ha chiesto se erano di latta.

 

 

G.I. – Le ho chiesto se erano di latta perché le cassette di munizioni, almeno le ultime, sono di latta.

 

 

Ventura – Sì, ma queste erano cassette con la scritta “Achtung”.

 

 

G.I. – Cassette tedesche.

 

 

Ventura – Almeno credo di ricordarmi che ci fosse scritto “Achtung”. La scritta era sbiadita. E comunque non erano munizioni NATO. Non so come sia nata la storia della NATO.

Dunque, da queste cassette, per poterle inserire meglio nella cassa sopra queste armi, furono versate in sacchetti di tela. Questi sacchetti di tela furono sequestrati. Credo che sia la stessa tela con cui poi fu spedito alla Questura di Treviso il mio passaporto perché anche quella busta fu confezionata dal Comacchio……. Al Comacchio furono effettivamente affidati dei documenti. E precisamente, alcuni giorni dopo il mio primo arresto: il passaporto di Freda falso.

 

 

G.I. – Quello intestato al sig. Maioni Andrea?

 

 

Ventura – Presumo che sia quello.

 

 

G.I. – Ma chi l’ha affidato al Comacchio?

 

 

Ventura – Io affidai questa cartella di documenti a mio fratello quando mi andai a costituire. Mio fratello si fidò della lealtà di Comacchio, sapendo che Comacchio sapeva che io mi stavo occupando di questa attività di indagine (non è che Comacchio sapesse è che era spesso insieme a me. Lo zio di Comacchio ha fatto una storia di Asolo che io ho pubblicato e altre cose. C’erano quindi rapporti precorsi che rimandavano a una certa consuetudine).

 

 

G.I. – Come ne era venuto in possesso?

 

 

Ventura – Fermiamoci un momento al Comacchio, altrimenti non si capisce. Questi rapporti col Comacchio erano arrivati al punto da sollecitare me e mio fratello (di fatto vedeva più lui di me perché avevano in comune il tempo libero) a iscriversi al partito socialista.

In fondo erano profferte abbastanza coerenti, mi sembra, stante il fatto che le mie posizioni all’epoca, se dovevano avere uno sbocco politico, potevano averlo su quella linea.

Io non ricordo se ho detto a Guido Lorenzon di aver votato per lo PSIUP nel 1968. (Mi sembra che lei in un interrogatorio mi abbia ricordato questo particolare).

Io non dissi a mio fratello di dare al Comacchio questi documenti. Però siccome Comacchio aveva queste armi già prima che io andassi in carcere, deve aver pensato che Comacchio fosse la persona che poteva tenere questi documenti. I documenti consegnati, come ho detto, un passaporto falso e un tesserino universitario.

 

 

G.I. – Di chi?

 

 

Ventura – Un tesserino universitario senza fotografia: è stato sequestrato un tesserino universitario.

 

 

G.I. – No, neanche il passaporto è stato sequestrato.

 

 

Ventura – Il passaporto falso?

 

 

G.I. – No.

 

 

Ventura – Non è stato sequestrato? E a chi è stato restituito allora? A mio fratello? A noi?

 

 

G.I. – Così dice Comacchio.

 

 

Ventura – In che epoca è stato restituito?

 

 

G.I. – In questo momento non ricordo. Comunque a un certo punto fu restituito a suo fratello.

 

 

Ventura – Il mio passaporto fu restituito.

 

 

G.I. – No, anche quello falso di Freda che effettivamente era stato rubato qualche tempo prima o comunque perso da questo dr. Maioni Andrea.

 

 

Ventura – Perso dove?

 

 

G.I. – in un albergo.

 

 

Ventura – Comunque io di questi documenti, cioè del passaporto evidentemente falsificato (c’era la foto di Freda e sotto il nome che non era Freda) e del tesserino venni in possesso in modo molto strano alla libreria Ezzelino.

Il Freda acquistò alla libreria di Treviso una Storia dei Borboni in Italia, pubblicazione che era in linea con la sua posizione. Questa Storia dei Borboni in Italia aveva alcuni fascicoli, alcune segnature, due o tre, che non erano state stampate, cioè erano state stampate solo sulla dritta e non sulla volta, e quindi risultavano alternativamente pagine stampate e pagine bianche. Donde l’esigenza di sostituirlo con un altro esemplare. Addirittura Freda mi scrisse delle lettere per questa Storia dei Borboni perché doveva regalarla non so a chi, forse allo zio.

Un giorno, era l’estate del ’69 (primavera/estate) io ero a Padova e quindi, dopo tutte queste insistenze, passai a prendere questo libro in questo bugigattolo. Sotto il libro c’erano questi documenti. In un attimo in cui mi pare ci fosse il Trinco e qualche altro (erano in due o tre) presi in mano il libro. Sollevandolo, sollevai anche il cartone del passaporto e vidi questa fotografia con questo nome sotto. Quindi io non feci altro che portarmi via il passaporto e il libro.

 

 

G.I. – Questo quando avvenne?

 

 

Ventura – Questo avvenne nell’estate del ’69. Inoltre c’erano questi documenti consegnati al Comacchio (mi sembra, ma non ne sono certo che alcuni non siano stati poi recuperati): fotocopie di alcuni manoscritti di Loredan; tre o quattro quaderni di appunti miei; dei menabò in cartoncino lucido monoplatinato. Erano dei menabò che io usavo per appuntarmi certe notizie.

In uno c’erano notizie sull’avvocato De Poli o meglio su rapporti tra l’avv. De Poli e l’avv. Rosini. C’erano tre o forse quattro di questi menabò. All’epoca mi ricordo che Stiz mi disse che era uno solo. Quindi vuol dire che tre sono spariti. Poi c’erano alcuni fascicoli di carattere editoriale, riservati (in senso molto generico). C’erano alcuni indirizzari ed altre cose che adesso non ricordo. Forse c’era una copia del catalogo di Freda.

Cose di questo tipo, insomma. Dunque il mio passaporto invece fu consegnato a Comacchio in seguito, disgiuntamente da questo plico di documenti, con il passaporto falsificato, il tesserino, ecc.

 

 

 

G.I. – A questo punto viene spontanea un’osservazione. Il fatto già di possedere un passaporto falso di Freda era una cosa abbastanza importante per la sua eventuale decisione di rilevare un po’ la verità su Freda. E lei questo passaporto lo affida al Comacchio. Quindi due sono le cose: o il Comacchio dice il falso quando dice di averlo restituito a lei, o questo passaporto dovrebbe esserci ancora.

 

 

Ventura – Io presumevo addirittura che fosse stato sequestrato. Il problema è che Comacchio restituì solo il mio passaporto. E lo ricordo perfettamente perche, le ripeto, lo restituì dentro una busta di tela che poi servì per la spedizione alla Questura di Treviso. Non restituì altri documenti. Questo è certissimo……….

Quindi succede che queste armi calano dalla soffitta inopinatamente, non si sa perchè.

 

 

G.I. – E’ caduta la soffitta perché stavano riparando il tetto. Il tetto è caduto sulla cassa delle armi.

 

 

Ventura – Che poi non era una cassa, erano delle valigie. La cassa non c’era più.

 

 

G.I. – Erano state tolte dalla cassa?

 

 

Ventura – Cioè Comacchio le aveva tolte dalla cassa ed erano state trasferite. Quindi a quel punto deve essere successo qualcosa. O era preesistente la decisione di inscenare la provocazione.

 

 

G.I. – Questa provocazione sarebbe poi stata inscenata da chi, dal Comacchio e Marchesini che fanno trovare le armi in casa di Marchesini così poi vanno a finire in galera? O gliele mettevano sotto casa?

 

 

Ventura – Se le mettevano anche là sotto non è che dovessero necessariamente addebitarle a me. Comunque allora si deve dire che la provocazione è scattata nel momento in cui sono state rinvenute le armi. E’ poco importante che sia stata decisa prima.

 

 

G.I. – La vicenda delle armi sarebbe molto marginale in questo processo se non ci fosse stata la faccenda dell’esplosivo, e a un certo punto Comacchio non avesse accompagnato i Carabinieri a quel buco nella roccia.

E’ proprio la scoperta di questa esplosivo che, fra l’altro, Pan ricorda. Per lo meno ricorda i sacchetti a strisce verticali che contenevano poi, a dire del Comacchio, questo esplosivo. Quindi quello che ci interessa nella vicenda delle armi non sono le armi in sé. Il problema è l’esplosivo. Cioè a un certo punto, sarà una combinazione, ma comunque certamente….che è l’unico esplosivo che ha un colore bluastro, come fu constatato dai vari artificieri……e con ogni probabilità era proprio…..esplosivo rosso, sono esplosivi che contengono quel…..che poi ritroviamo negli ordigni della Banca Nazionale dell’Agricoltura, sia della Commerciale.

Se l’indagine su questo tipo di esplosivo avesse detto che era esplosivo che non conteneva….anche la faccenda delle armi rimaneva una faccenda marginale, accantonata.

Nessuno avrebbe fatto indagini su quelle armi se non ci fosse stata la faccenda dell’esplosivo. Quindi quello che c’è da chiarire in questa vicenda, non sono tanto le armi (che siano sue o del Comacchio, del reato rispondete tutti e due. Le avete tenute, sono passate in casa sua, in casa di Pan, sono passate in casa di Marchesini. Quindi tutti e quattro rispondete di detenzione di armi).

Ma la faccenda è l’esplosivo.

 

 

 

Ventura – Su questo punto io non sono in condizioni di dire niente. Sono solo in condizione di dire che i famosi sacchetti con le strisce blu nere, con la Juventus sopra, ecc……

 

 

G.I. – Per il semplice fatto che, dice lei, non esistevano questi sacchetti.

 

 

Ventura – Non esistevano nel senso che io non li ho inseriti, non li ho messi.

 

 

G.I. – Non li ha mai visti. Quindi secondo quello che dice lei, questi sacchetti dovrebbero essere pervenuti a Pan in tempo successivo al settembre/ottobre del ’69. Mi pare che lei le armi le abbia date in quell’epoca, quando stava per scadere il contratto d’affitto.

 

 

Ventura – Guardi che secondo me questi sacchetti non sono proprio mai esistiti. E’ l’ultima notizia che han tirato fuori qui prima di venire dentro. La storia dei sacchetti è una produzione fantastica dell’ultimo momento.

 

 

G.I. – Che abbiano avuto la possibilità di parlarsi, questo è sicuro. Però è altrettanto sicuro, certo e indiscutibile, che a un certo punto su indicazione di Comacchio viene trovato l’esplosivo.

 

 

Ventura – Ma questo cosa significa? Che il Comacchio aveva a disposizione l’esplosivo?

 

 

G.I. – Perché avrebbe dovuto scaricarlo addosso a lei?

 

 

Ventura – Perché mi sta scaricando addosso tutte le armi.

 

 

G.I. – A un certo punto Comacchio non aveva nessun interesse a far trovare l’esplosivo. Da un punto di vista logico se Comacchio fa trovare questo esplosivo vuol dire che lui ha ricevuto l’esplosivo da Pan. Se no non avrebbe nessun interesse.

A un certo punto Comacchio, messosi in un determinato stato d’animo di voler collaborare alla ricerca di queste cose dice: “Guardate che quando andammo a casa di Pan, prendemmo non solo le armi, anzi la cassa conteneva anche l’esplosivo”.

 

 

Ventura – Sì, ma c’era una disponibilità e un’animazione ben delineata e politicizzata.

 

 

G.I. – Lei aveva accennato ad una serie di rapporti tra Pan e Freda. Lei l’atteggiamento di Pan l’ha visto anche durante il confronto. Pan sostiene, credendo anche di ottenere attendibilità, che lui non ha mai aperto neppure per curiosità questa casa. Il che è molto strano.

 

 

Ventura – Vedrà che dopodomani dirà che l’ha aperta. Non si preoccupi. Per il motivo molto semplice che ci sono dei bigliettini di Pan in cui scrive “La prego di venire a prendere quella roba perché non posso più tenerla”. Quindi si figuri se questo non dirà che l’ha aperta. L’ha aperta e come la cassa. Comunque se non l’ha aperta prima, l’ha aperta quando hanno trasferito questa roba. Allora sarebbero emersi questi famosi sacchetti. Non allora. Sono emersi due mesi fa, non allora.

 

 

G.I. – Ma ammesso che Comacchio ad un certo punto per un motivo di risentimento nei suoi confronti voglia tirar fuori l’esplosivo, per quale ragione poi Pan gli deve dar bordone su questa strada?

 

 

Ventura – Perché gli ha dato bordone sin dall’inizio. Perché sono stati in carcere insieme a Treviso e gli ha dato bordone sin dall’inizio. In quel famoso memoriale di Pan in cui sono contenuti degli elementi obiettivi, ci sono delle zone puntuali. A un certo momento ha trovato anche la storia dell’esplosivo, questo tentativo di scaricabarile.

 

 

G.I. – Freda sapeva che Pan teneva queste armi?

 

 

Ventura – Adesso arriviamo a questo. Quando io consegnai queste armi a Pan (la consegna avvenne in due tempi, nel senso che la pistola di famiglia che avevo gli fu consegnata mi pare in un’altra occasione) gli dissi che le armi erano mie.

Non gli dissi: “Sono di Comacchio” oppure: “Queste sono mie e queste sono di Comacchio”. Gli dissi: “Queste sono mie; non parlarne con nessuno, evidentemente”.

Però nella cassa c’era anche una pistola di Freda. Freda mi consegnò nel 1964, credo, o forse nel 1965, due pistole pregandomi di conservargliele.

 

 

G.I. – Che pistole erano?

 

 

Ventura - Due pistole tedesche, molto grosse. Sono quelle di cui abbiamo detto l’altra volta. Una me la richiese subito e gliela restituii, un’altra non me l’ha mai richiesta. Me la chiese solo nel 1970 (primavera) ed in un contesto particolare, cioè dicendomi che Pan gli aveva detto che teneva qualcosa per me. E mi chiese: “Cosa tiene Pan per te? Ha delle armi tue per caso?”.

A questo punto dissi: “Sì, ha queste due cianfrusaglie”. Ma non gli dissi: “Ha una cassa di armi, mitra,ecc…..Sono di un altro, sono mie”. Gli dissi solo: “Sì, gli ho dato questa roba che avevo a casa perché dopo la denuncia di Lorenzon non potevo più tenerle. Anzi, c’è anche la tua pistola, quella che mi consegnasti alcuni anni fa. Sarebbe meglio che tu te la riprendessi”. Allora a questo punto dissi a Pan che prendesse questa pistola e addirittura andai io ad identificarla.

Ma ce ne erano anche altre: probabilmente non era quella che mi aveva dato Freda, era un’altra dello stesso tipo e Pan gliela portò personalmente.

Conferma di questa restituzione io l’ebbi poi a Treviso (non ebbi una conferma immediatamente dopo perché io non parlai più né di questa pistola né del fatto che Pan gliela avesse riportata). Ebbi la conferma a Treviso in carcere. Quando sono stato in carcere 10 giorni con Freda nel dicembre 71 mi disse che Pan…….

 

 

 

G.I. – Non le disse niente della faccenda dell’esplosivo?

 

 

Ventura – Io all’epoca avevo elementi per ritenere che Pan potesse aver ottenuto l’esplosivo per conto di Freda. Per me questo esplosivo è un’operazione di Comacchio; lo è ancora adesso. Ma tenendo conto di questo episodio può essere anche che sia andata diversamente.

Quel che è certo è comunque che l’esplosivo, se è stato inserito e messo assieme a quelle armi, è stato messo dopo che io le consegnai a Pan. Non ci sono dubbi. Anche perché, se io avessi avuto, tenuto l’esplosivo, a questo punto lo direi senza esitazione. Adesso sentiremo durante questo confronto cosa ci dirà Pan.

 

 

P.M. – Come mai avevate messo insieme tutte queste armi?

 

 

Ventura – A un certo momento Comacchio, che doveva sposarsi, trasferirsi, aveva dei problemi e a casa non poteva più tenerle, mi consegnò le sue. Quelle che avevo io sono state a Castelfranco per un certo periodo, poi a Treviso.

Vedo che Lorenzon ha detto di averle viste in un sacco o comunque avvolte in una tela di juta e ha individuato l’altezza delle armi (quella di un fucile che poi è stato esibito qui). Se lei accosta uno di questi mitra al calcio in posizione di uso vedrà che le altezze collimano perfettamente.

 

 

G.I. – Tornando al discorso su Freda. Lei ci ha dichiarato che a un certo punto dopo quel colloquio a tre voci con il Pozzan i rapporti si diradarono.

 

 

Ventura – Scusi, lei mi ha accennato l’altra volta di aver sentito la segretaria. Io ho la certezza assoluta che dal 10-15 novembre al 15-18-19 dicembre non ho mai veduto Freda. Non so se lei ha chiesto questo alla segretaria. La segretaria cosa ha detto?

 

 

G.I. – Pare che abbia risposto che l’ha visto una sola volta.

 

 

Ventura – Quando, scusi? In questo periodo una sola volta? Consolante. Comunque è stata precisa sul fatto di aver dattiloscritto la denuncia per calunnia. Comunque su quel punto è stata certamente smentita da Lorenzon. Non l’ha fatta la denuncia per calunnia. Però non bisogna arrivare alla conclusione che c’erano rapporti di tale coesione e vicinanza per cui…….

 

 

G.I. – Quello che rimane sempre da spiegare….

 

 

Ventura – Scusi, come si chiamava questa segretaria?

 

 

P.M. – Viviana….

 

 

Ventura – Io ricordo solo una Camozza.

 

 

G.I. - Fernanda Camozza.

 

 

Ventura – Diceva che resta un punto da spiegare.

 

 

G.I. – insomma lei dice che dal novembre in poi non ha avuto più rapporti con Freda.

 

 

Ventura – Non è che non abbia avuto più rapporti: non l’ho visto in quel periodo.

 

 

G.I. – Dopo la chiarificazione che ci fu, lei con l’amico italiano e con l’amico rumeno ebbe delle spiegazioni? Cioè le fu detto: “Guarda che evidentemente stanno combinando qualcosa di grosso”?.

Visto che in quell’occasione a Freda sfuggì la frase: “Guarda che ho parlato con Stefano e Guido Paglia. Loro vogliono proseguire su questa strada”.

 

 

Ventura – Guardi che in quell’occasione non parlò di Stefano Delle Chiaie. Parlò solo di Paglia. Però l’altro era implicito. Preciso: la prima volta che io sentii parlare di Guido Paglia fu in quell’occasione e solo in quell’occasione prima degli attentati. Dopo gli attentati io chiesi a Freda: “Non sono per caso quelli di cui mi hai già parlato?”. (non mi ricordavo il nome). E lui mi rispose in quella maniera che ho già detto, in termini mefistofelici.

 

 

G.I. – Quello che mi interessa sapere è questo: questa reazione che ebbe di fronte al fatto che alcune delle bombe fossero state collocate negli scompartimenti e non nelle toilettes lo portò a troncare questo rapporto che era apparentemente di finta collaborazione con il gruppo Freda per conoscerne le attività, rapporto che si era iniziato anche perché sollecitato, come ha spiegato l’altra volta, dall’amico italiano e dall’amico rumeno.

Naturalmente è chiaro che ad un certo punto lei doveva anche scegliere, oltre che se andare ancora avanti con Freda, anche se fornire ancora informazioni sul gruppo Freda. Non solo. Ma ci deve essere stata una discussione tra lei, questo amico italiano e questo amico rumeno per arrivare a dire: “Io non voglio più saperne di questa storia, non faccio più da infiltrato in quel gruppo perché rischio grosso”.

Cioè ci fu un discorso del genere? Certo questo problema non potè essere affrontato solamente a livello suo, di Freda e basta. Visto che lei questo lavoro informativo sul gruppo Freda lo svolgeva per conto di questo italiano e di questo rumeno, ad un certo punto deve esserci stato anche un discorso con loro.

Perché è chiaro che lei aveva un interesse ben preciso. E a questo punto il suo interesse poteva anche non coincidere con quello dell’italiano e del rumeno i quali invece, proprio perché la faccenda cominciava a diventare grossa, avevano tutto l’interesse ad avere un informatore in questa cellula eversiva.

Questo mi pare che sia abbastanza chiaro. Cioè è chiaro che chi vuole informazioni si preoccupa fino a un certo punto del rischio che corre chi fornisce le informazioni. Tanto è vero che lei dice che le fu assicurato, ma sì e no, una copertura. Quindi il problema che intervenne tra lei e Freda e tra lei e Pozzan ad un certo momento dovette essere discusso anche con gli altri, cioè con questi che l’avevano mandato in questo gruppo.

E naturalmente a quel momento è certa anche un’altra cosa: che questi due avevano tutto l’interesse a che lei rimanesse nel gruppo perché pareva che su questa strada volessero proseguire, anzi, lei aveva detto, proseguire e intensificare. Quindi avevano tutto l’interesse a conoscere quale fosse l’attività di questo gruppo, a che cosa mirassero e a che cosa volessero approdare.

 

 

 

Ventura – Il problema era di stabilire che costi aveva questa continuazione.

 

 

G.I. – Esatto.

 

 

Ventura – Ma io questo l’ho detto.

 

 

G.I. – Lei dice solamente: “Guardate che io potrò correre rischi. Che copertura mi date?”. “Fino a un certo punto. Poi ne discuteremo quando si porrà il problema”.

Questo l’avevamo detto prima di arrivare alla spiegazione di tutto. Poi, in concreto, non abbiamo precisato cosa avvenne. Agli inizi di settembre, quando lei si spiegò con Freda, che cosa avvenne dall’altra parte? Che cosa le fu detto? “Va bene, lasciamo stare perché correresti rischi troppo grossi?”.

 

 

Ventura – No, mi fu detto: “Tu devi continuare a fare quello che hai sempre fatto, esimendoti però nella maniera più assoluta di assumere una partecipazione che in qualche modo possa rappresentare una compromissione diretta. Infatti io non è che non abbia continuato ad informarmi, a sentire, a vedere Pozzan.

 

 

G.I. – Allora visto che lei ad un certo punto viene consigliato a non compromettersi direttamente, non compromettersi direttamente che cosa vuol dire? Vuol dire: non fare più quello che ha fatto lei l’altra volta, cioè il trasporto delle bombe perché se ti prendono tu rimani compromesso?

 

 

Ventura – Non solo, ma neanche partecipare a riunioni sia come quella del 18 che del 24.

 

 

G.I. – Quindi lei a un certo punto si trova un’altra volta di fronte ad un bivio. Lei desidererebbe uscire fuori dal gruppo Freda perché non le piace, non ne condivide le idee. Però dall’altra parte ha questo interesse, che è suo e degli altri, a sapere cosa fa Freda. Come ha mantenuto i rapporti con Freda? Cioè, visto che lei non voleva compromettersi direttamente, come è avvenuto in epoca successiva al settembre questo lavoro di informazione? Questa è la domanda.

 

 

Ventura – A un certo momento, valutata la disponibilità da parte di Pozzan che era l’uomo che poteva darmi più notizie di ogni altro o quanto meno l’uomo con cui avevo un rapporto che non avevo con altri (perché da Balzarini non potevo sapere niente in quanto l’avevo visto due o tre volte e quindi non c’era nessuna possibilità né di accostarlo, né tanto meno di un discorso qualunque), l’unica persona che poteva tenermi in qualche modo informato era Pozzan.

Le ho detto che a settembre c’è stata questa biforcazione, quando smisi di avere un rapporto diretto con Freda e quindi di avere un discorso con lui. Perché a quel punto l’unico possibile discorso (e lei che ha conosciuto Freda può benissimo intuire) era o un discorso di adesione a questa linea o un discorso di rottura. Non è che ci fossero vie di mezzo.

 

 

G.I. – Quindi lei con Freda ruppe?

 

 

Ventura – Ruppi su questo tema specifico. Evidentemente non ruppi sul tema globale di discussione politica. Ruppi su questo tema specifico, su questo tema di una operatività specifica con questi scopi e con questi metodi.

 

 

G.I. – Lei disse chiaramente a Freda: “Non contare su di me su questo tema”?.

 

 

Ventura – Dissi: “A questo livello, in questa prospettiva, non ci sono più”.

 

 

G.I. – “Non ci saranno più forme di collaborazione tra me e te”. Questo in sostanza dovette essere il discorso.

 

 

Ventura – Esatto. Infatti adesso non stiamo a vedere se la segretaria dice che mi vide una volta, due volte o cinque volte. In concreto io in quel periodo, dal settembre/ottobre, lo vidi rarissimamente: possono essere state due o tre volte.

 

 

G.I. – Ma mantenne i rapporti con Pozzan. Cioè si servì di Pozzan per sapere quello che aveva intenzione di fare Freda.

 

 

Ventura – Sì, ma non bisogna assolutizzare questa vicenda. Cioè i rapporti con Freda e Pozzan non avevano come veicolo solo questo tipo di interesse. Avevano come veicolo anche altre situazioni che poi erano strumento per potere arrivare a sapere una serie di cose.

Il fatto che Freda avesse tutta una mia situazione di carattere civile per le mani (più che lui era poi di fatto Riello Pera che operava); infatti dopo quella data i rapporti con Freda sono avvenuti praticamente solo su queste occasioni. Invece con Pozzan avevo altre occasioni, come ho detto, e durante i mesi che vanno dal 15 settembre, forse anche dai primi di settembre, al gennaio/febbraio del ’70 avevamo avuto un discorso con Sestili, Maggiore….ed avevamo sviluppato tutta una serie di ipotesi per questa azienda [si riferisce alla Litopress, n.d.c.].

Queste ipotesi non erano altro che dei conti economici, cioè dei conti economici diversi, conti economici alternativi, che prevedevano accomodamenti diversi di investimento.

Di questi conti economici si sono occupati tre persone, non una sola. Se n’è occupato un commercialista di Treviso, certo Pandolfi; se n’è occupato il contabile che avevo a Treviso, cioè il cav. Dal Ponte, e se ne occupò Pozzan perché, le ripeto, Pozzan era un ottimo contabile e quindi non vedo perché non dovesse occuparsene.

 

 

G.I. – Quali informazioni precisamente ebbe sugli attentati del 12 dicembre? Prima degli attentati e dopo gli attentati?

 

 

Ventura – Mi consenta un inciso. Siccome ho nominato questo Dal Ponte e siccome verosimilmente l’11 dicembre questo Dal Ponte era in ufficio insieme a Cavorzo e ad una segretaria, Paola Montini, può darsi che questi signori non ricordino niente, ma può darsi anche che si ricordino che il giorno prima della strage di Milano io ero a Treviso. Non si sa mai.

Ora, le notizie sugli attentati del 12 dicembre in sostanza sono quelle che ho detto. Non ce ne sono altre. C’è da aggiungere che in occasione del discorso su Paglia, Freda mi sgnalò questo addestramento in Germania che poi è stato recepito in un rapporto. Non c’è altro.

 

 

G.I. – Da Pozzan invece cosa sapeva?

 

 

Ventura – Gliel’ho detto. Da Pozzan c’era da una parte un atteggiamento complessivo che era già di per sé un’indicazione ben precisa anche se non si professava in nessun allarme specifico. Però, evidentemente, Pozzan doveva avere altre indicazioni. E le aveva certamente perché il rapporto con Freda, se pure saltato su quel tema, continuava per una comunione di tipo diverso, squisitamente politica.

Poteva orecchiare molto di più anche perché in fondo era a Padova, si telefonavano, vedevano le stesse persone e quindi il rapporto c’era. Ora, in tutti quei mesi ci fu un’inquietudine. Tutte le volte che parlavo con Pozzan di Freda, ci fu un atteggiamento di allarme che, ripeto, non è che avesse una motivazione precisa. Era un allarme motivato da quell’incontro e, evidentemente da conferme emerse successivamente sull’atteggiamento tenuto da Freda in quell’incontro.

Poi ci sono le altre cose che ho detto. C’è questo discorso di Pozzan che mi viene fatto in due tempi, relativo al Delle Chiaie, (Freda che va a Roma; probabilmente alla fine di dicembre, E poi in una seconda occasione integra il discorso e mi dice che quando Freda vide il Delle Chiaie gli disse che avrebbe sostenuto l’alibi)

La cosa mi fece particolarmente effetto perché quando Pozzan mi fece il primo accenno non era ancora emerso dalla stampa che Merlino aveva indicato in Stefano Delle Chiaie l’uomo con cui aveva passato il pomeriggio.

 

 

 

G.I. – Lei sapeva che contemporaneamente all’attentato a Torino al Palazzo di Giustizia ne sarebbero stati compiuti altri due a Roma? Possibile che Freda non gliel’abbia accennato?

 

 

Ventura – Ripeto, l’ordigno arrivò con molto ritardo.

 

 

G.I. – Forse arrivò con molto ritardo perché ne dovevano essere fabbricati tre.

 

 

Ventura – La sensazione che io ebbi è che l’ordigno arrivasse da distante.

 

 

G.I. – Io ricordo che Lorenzon a un certo punto fece menzione di un armadio dietro cui sarebbe stato collocato un ordigno. Fatto sta che l’ordigno è stato collocato proprio sopra un armadio e per questa ragione, non essendo scoppiato, fu trovato a distanza di un certo periodo di tempo

 

 

Ventura – Non equivochiamo su questo punto. Io riferii a Lorenzon, in riferimento all’attentato di Torino, che avevo detto a questa persona alla quale avevo portato il pacco (la bomba) che possibilmente non azionasse il dispositivo e che comunque se doveva azionarlo, lo collocasse in posizione da non renderlo offensivo o letale, a persone che stazionassero, che lo collocasse cioè dietro a un armadio o comunque dietro a uno schermo che consentisse, una volta che la bomba fosse scoppiata, di non essere offensiva. Questa è la spiegazione. Non so nemmeno se a Roma ne sia stata collocata una o due.

 

 

G.I. – Fatto sta che noi abbiamo controllato questi ordigni di Roma in due tempi successivi e sono perfettamente identici a quelli di Torino….

 

 

G.I. – Sono assolutamente identici. Non c’è nessuna differenza; stesso pezzetto di legno, stesso modo di mettere le pile, stesso interruttore collegato col filo, stesso relais, stessa marca del relais. Quindi evidentemente quando Lorenzon parla di attentati che dovevano avvenire contemporaneamente a Torino e a Roma non può che far riferimento a questi attentati che poi erano effettivamente del maggio (anche se stabilire che gli ordigni erano stati messi a maggio è stato un po’ più complesso).

Quindi mi pare strano che in quel momento Freda non lo mettesse neanche a conoscenza del fatto che dovevano avvenire contemporaneamente degli altri attentati a Roma. E’ assolutamente strano per non dire inverosimile. Tanto è vero che a Lorenzon lei lo riferisce.

 

 

Ventura – No, ma guardi che non è assolutamente certo che sia così.

 

 

G.I. – Possibile che Freda non gliel’abbia detto? O non lo vuol dire perché dovrebbe anche dire chi andava a Roma?

 

 

Ventura – Scusi, io le ho già detto esattamente come sono andate le premesse.

 

 

G.I. – Io le sto facendo una domanda in più. Freda le disse che contemporaneamente a Roma sarebbe stata messa un’altra bomba identica?

 

 

Ventura – Io in questo momento non lo ricordo. Evidentemente se c’è questo riferimento……

 

 

G.I. – Un’altra particolarità si nota in queste due bombe; la mano di un provetto elettricista e di uno scadentissimo artificiere. Possibile che non abbiate mai discusso di questo? Ventura, queste bombe non scoppiano. Quali furono i discorsi fatti dopo? Perché non è scoppiata, che è successo?

 

 

Ventura – Scusi, io dovevo consegnarla a uno, non dovevo mettere la bomba. Sui dettagli di questo tipo non solo non mi sono mai diffuso, ma non volevo neanche diffondermi.

 

 

G.I. – E’ chiaro che a un certo punto Freda è al vertice di una determinata organizzazione.

 

 

Ventura – No, non al vertice. Ho detto che c’è stato un incontro su posizioni equidistanti, parallele. E’ probabilmente in posizione di emanazione di altri non in posizione emanante.

 

 

G.I. – Comunque è chiaro che a un certo punto, non essendo scoppiati né l’ordigno di Torino, né l’ordigno di Roma, ci si sia posto il problema del perché. Tanto più che lei davanti a Freda la coda di paglia su quell’attentato la doveva avere. Se lei ha consigliato a quello là: “non tirare il filo se no poi scoppia”; “è solamente dimostrativo”.

E invece Freda le ha detto: “Deve tirare il filo, digli che deve tirare il filo”, se poi la bomba non scoppia Freda si meraviglia. Se poi non scoppia anche quella di Roma, altrettanta meraviglia. Possibile che con lei, che alla fin dei conti non è solo uno che è andato a fare un lavoro prezioso per l’organizzazione quale quello di portare l’ordigno a Torino ma è anche un amico, perché vi conoscevate, eravate a un certo punto in ottimi rapporti, questo fatto che le bombe non scoppiano non si commenta neanche? Veramente strano.

 

 

Ventura – Non ricordo su questi temi apprezzamenti specifici.

 

 

G.I. – Mi sembra strano che Freda non commenti.

 

 

Ventura – Il commento ci sarà stato è che io non lo ricordo.

 

 

G.I. – Quindi su tre bombe che mettono contemporaneamente a maggio, al Palazzo di Giustizia di Roma e una a Torino (e non c’è dubbio che sia la stessa organizzazione perché sono assolutamente identiche) nessuna scoppia…..

Possibile che non si faccia neanche un commento? O dovevano fare solo impressione? Certo che se fosse stata avvicinata una miccia qualsiasi, sarebbero scoppiate tutte e tre!

 

 

Ventura – Domani viene Lorenzon e sentiremo cosa dice.

 

 

G.I. – A parte il problema di quel che dice Lorenzon (Lorenzon ha detto delle cose che poi vai a vedere e sono sacrosante), le tre bombe sono assolutamente identiche. Quindi partono da una persona che le fa in serie tutte e tre, se fa capo ad una determinata organizzazione, uno che è al vertice o quasi di questa organizzazione sa che vengono collocate tutte e tre contemporaneamente. Combinazione Lorenzon ci dice che l’attentato doveva avvenire contemporaneamente a Torino e a Roma. Combinazione noi poi troviamo che……

 

 

Ventura – Scusi, ma a Roma quando sono state rinvenute?

 

 

G.I. – Una il 21 maggio e una è stata rinvenuta ad agosto addirittura: quella sopra l’armadio.

 

 

Ventura – Sì, ma sulla contemporaneità non vi è nessuna indicazione a questo punto. Possono essere state messe prima o dopo.

 

 

G.I. – Tutte e tre le bombe, quando furono rinvenute, presentavano le batterie con fuoriuscita di acidi perché erano batterie vecchie che si erano quindi esaurite. Si può presumere che siano state collocate tempo prima.

 

 

Ventura – Non sono in condizioni di escludere di poter aver detto o ipotizzato che mentre avveniva in un posto avvenisse anche in un altro; che ci fossero attentati in una città e contemporaneamente in un’altra. Questo assolutamente no.

 

 

G.I. – La domanda che le ponevo era questa: se Freda le aveva detto che c’erano attentati contemporaneamente a Roma, e se, una volta che tutte e tre le bombe non erano scoppiate, avevano commentato.

 

 

Ventura – Il commento con me è avvenuto sulla mancanza di esplosione. E’ stato un commento assolutamente generico: “Qualcosa non deve essere funzionato”. Una cosa del genere. Anche perché questa era una iniziativa che aveva una portata limitatissima, m’è parso.

 

 

G.I. – Questo episodio ebbe una portata limitatissima perché nessuna delle tre scoppiò e furono trovate in tempi successivi. Se fossero scoppiate tutte e tre contemporaneamente, tre bombe che scoppiano contemporaneamente nello stesso giorno, magari alla stessa ora o a distanza di qualche ora l’una dall’altra, due a Roma e una a Torino, un certo effetto lo fanno!

 

 

Ventura – Guardi che l’agitazione che c’è stata per gli attentati ai treni non c’è stata in questa occasione. E’ stato un episodio marginale.

 

 

G.I. – Secondo la perizia di Cerri un’elettrocalamita e interruttori del tipo che furono usati qua o di tipo molto simile, cioè il sistema di accensione, era identico per le bombe del 25 aprile, quelle della Fiera e quella dell’Ufficio Cambi di Milano. Freda su quelle bombe cosa le ha detto, posto che avvenivano fra l’altro, a distanza di una settimana appena da quella famosa riunione?

 

 

Ventura – Sulle bombe del 25 aprile io non ho saputo più di quanto ho già detto: cioè pressoché zero. Non solo non se ne è parlato prima. Quando ne abbiamo parlato dopo ha fatto sempre riferimenti a gente di seconda linea: nessun riferimento preciso. Al punto che mi ha sempre sorpreso che Pan dicesse queste storie della borsa che era sparita.

Non solo ma non ho mai sentito Freda dire “La bomba l’ho collocata io”. “Io c’entro”. Io sono convinto che Freda non ha mai collocato bombe direttamente, che non si è mai esposto. Cioè, di fronte a questo tipo di domande e di discorsi Freda rispondeva sempre: “Io ero a cena” o cose del genere.

Come ha fatto a proposito della bomba al rettorato di Padova. Facendo capire che sapeva ma senza indicazioni tipo: “Ho preso io la bomba”. “Sono andato io”. Le ripeto, sull’episodio del 25 aprile non ho saputo niente. E infatti anche qui non ce n’è traccia; non ne ho mai parlato.

 

 

G.I. – Lei sabato, nel corso dell’interrogatorio, che è stato poi una sua esposizione, ha più volte detto: “Di questo parleremo dopo”. Per esempio in relazione alla seconda linea. Vogliamo farli questi riferimenti? Lei ha parlato di riferimenti concreti, specifici.

 

 

Difesa – Prima di passare ad un altro argomento mi sembrava che Ventura stesse dicendo che aveva commentato con Freda….

 

 

Ventura – Non è che delle bombe del 25 aprile non se ne sia parlato. Non sono mai riuscito ad avere elementi apprezzabili.

 

 

G.I. – Non ho ancora verificato l’identità della struttura dell’ordigno e quindi in questo momento non faccio altre domande sul 25 aprile. Era una domanda fatta perché si parlava di attentati.

Quindi, vogliamo fare questi riferimenti specifici?

“Seconda linea, doppia organizzazione, organizzazione parallela che viene però manovrata da una o due persone soltanto, cioè da persone che siano in grado di avere rapporti con persone che siano su posizioni politiche diverse e che siano in grado di utilizzarli, indurli, coartarli e strumentalizzarli. Poi più avanti darò una serie di esempi concreti di cosa sia questa seconda linea”.

Vogliamo sciogliere questa riserva? Gli esempi concreti: lei ha detto che avrebbe dato una serie di esempi concreti.

 

 

 

Ventura – Il primo esempio riguarda la posizione di Giuseppe Romanin. Io conobbi Sartori nel 1969 (metà del 69) in un’occasione che credo sia nota. Naturalmente questo rapporto con Sartori era un rapporto normale oltre che un rapporto in qualche modo politico. Cioè c’erano altri scopi: la costituzione di questa azienda (la Litopress, n.d.c.), ecc.

Siccome Freda era in qualche modo informato della mia situazione finanziaria perché c’era in corso questa operazione che sarà portata in porto parecchi mesi dopo con la Banca Nazionale del Lavoro di Padova incidentalmente, ma neanche in riferimento al fatto che Sartori fosse in una posizione di partecipazione di interessi a questa azienda che si andava costituendo, bensì in relazione al fatto che Freda in studio aveva pubblicazioni della linea rossa, cioè aveva il giornale del partito, si parlò di Sartori.

Quindi l’occasione di parlare di Sartori fu proprio questo foglio. E Freda su Sartori sapeva praticamente tutto. Sapeva che era stato partigiano, sapeva che era stato in Francia, sapeva che era uscito dal PCI e sapeva soprattutto che era stato in qualche modo il protagonista del congresso straordinario del ’68 che fu all’origine della scissione fra la linea rossa e la linea nera.

Subito non mi fu chiarita l’origine di queste notizie. Per notizie così precise bisognava evidentemente essere aggiornati in continuazione e soltanto chi aveva una qualche misura di partecipazione alla vita del movimento poteva essere aggiornato.

Però quasi immediatamente dopo mi fu chiaro perché seppi dell’accordo che c’era stato con il Vesce. (Poco dopo cioè Vesce aprì questa agenzia vicino alla libreria. Chi pagava l’affitto era Freda, non era Vesce: Vesce era ospitato da Freda).

Seppi così che Pino Romanin era stato al congresso straordinario della linea rossa e in quella occasione aveva conosciuto Sartori e aveva avuto appunto le notizie che poi mi aveva riferito Freda.

A chiudere questo cerchio di infiltrazioni (perché non possono essere qualificate diversamente) c’è la figura di questo Pino De Lorenzo che io ho incontrato almeno una decina di volte nello studio di Freda in epoca precedente e successiva a quella famosa riunione filo-palestinese di cui il Pino De Lorenzo è stato il propugnatore….

 

 

 

P.M. – Questa riunione filo-palestinese si sarebbe tenuta nella primavera del ’69?

 

 

Ventura – Sì, forse in primavera. Dunque tutte queste conoscenze si saldavano con Claudio Orsi, il quale aveva già costituito all’epoca, o andava costituendo, l’associazione Italia-Cina ed era, per altra via, in diretto rapporto con Osvaldo Pesce che era invece linea nera.

Questa è una premessa per dare il quadro. Gli episodi sono questi: quando Freda pubblicò il libretto rosso, stampato, come le ho detto a Brescia, nel momento in cui io gli evidenziavo l’incongruenza di difendere i fascisti con una tematica e un linguaggio apparentemente di sinistra, mi disse chiaramente che la difesa dei neofascisti padovani andava molto al di là dell’occasione specifica del caso Viviani e che rappresentava una copertura anche per autori di altri attentati che non erano di provenienza neofascista, anche se lui non ne conosceva la provenienza (e mi indicò l’attentato alla casa del Questore e poi, in altra occasione, l’attentato che fu compiuto davanti al Tribunale di Padova).

Ora, quando diceva seconda linea si riferiva a questi uomini e a questo orizzonte che va da Claudio orsi a Pesce, a Vesce, a De Lorenzo, naturalmente con tutti gli ambienti collaterali con cui questi erano collegati.

Romanin era iscritto al PCD (Partito Comunista d’Italia, m-l, n.d.c.), era uno dei giovanotti più attivi di Pisani (altro elemento marxista-leninista fuoruscito dal PCI, n.d.c.).

 

(Fine dell’interrogatorio di Ventura Giovanni del 20 marzo 1973)