MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

 

Avvenimenti che precedono la battaglia di Adrianopoli (378 d.C.)

 

 

 

A Nicea, nell’estate del 364 gli imperatori Valentiniano I e Valente si dividono con concordia fraterna l’impero e l’esercito. Valentiniano I, l’imperatore più anziano, pren­de sotto il suo controllo la parte occidentale dell’impe­ro, e pone la sua capitale a Mediolanum (Milano). Il fra­tello minore Valente assume il potere sulla parte orien­tale con capitale a Costantinopoli, la Nuova Roma. I pro­blemi militari causati dalle incursioni dei Goti nella re­gione del Danubio non sono ancora un pericolo morta­le per la struttura dell’impero, ma non per questo è pos­sibile alla classe dirigente distogliere l’attenzione verso il limes.

 

 

 

Il 19 giugno del 365, infatti, Valentiniano I dà l’ordine di restaurare le torri di guardia del confine e di farne costruire di nuove. Valente diffonde le medesime indicazioni per la parte orientale. Il decreto ha lo scopo di impedire il passaggio di bande di predoni. Nella pri­mavera del 365 Valente è in viaggio per la Siria. Nell’estate riceve dai suoi comandanti una lettera con cui lo si infor­ma della nascita di una federazione di popoli Goti sul con­fine del Danubio e della grave minaccia che sta profi­landosi.

 

 

Dal Comitatus imperiale [esercito al seguito del­l’imperatore] Valente invia dei distaccamenti per arginare il pericolo. Ma le truppe scelte attraversando Costanti­nopoli vengono prese sotto il controllo di un usurpato­re, Procopio, che grazie al loro sostegno riesce a diven­tare, autonominandosi, imperatore. Procopio, mentre Valente è ancora in Siria, riesce ad annettersi tutta la Tra­cia e stringe un patto di foedus (alleanza) con Atanarico, un re visigoto (Tervingi). Atanarico invia in soccorso di Procopio un corpo di 3000 uomini, comandati da Colias e Suerido, ma all’arrivo a Costantinopoli la situazione si presenta rovesciata: Procopio è già stato giustiziato. Il contingente dei Tervingi allora si ritira ma, nei pressi del Danubio, viene circondato dalle truppe romane. Nella trat­tativa che segue, senza alcun spargimento di sangue, tutti i soldati tervingi vengono indotti ad arruolarsi co­me foederati e acquartierati presso alcune città della Tra­cia.

 

La guerriglia dei Goti

 

 

Valente, dopo l’usurpazione fallita di Procopio, nutre ti­mori forse eccessivi nei confronti dei Visigoti. La sua po­litica estera ne risente a tal punto che il pericolo gotico alle frontiere del Danubio forse viene strumentalizzato, a piacimento dell’imperatore. Comunque sia Valente, nel 366-367 ordina l’inizio di una operazione militare che dura fino al 369.

 

 

Nei pressi di Transmarisca viene co­struito un ponte di barche che permette il transito del­l’esercito romano. Atanarico evita lo scontro ritirando le forze della lega barbarica nei Carpazi. Nel 368 la guerra riprende con un tentativo romano di penetrare in Bes­sarabia. Lo scontro non dà risultati apprezzabili e Valente nel 369 deve riconoscere l’impossibilità di venire a capo della mobilità delle forze visigote. I Visigoti, per parte lo­ro, devono garantirsi condizioni di sopravvivenza ali­mentare data la precaria situazione dei loro territori.

 

 

A Noviodunum, in un battello ancorato nel mezzo del Da­nubio, per due giorni le ambascerie dei Romani e dei Vi­sigoti trattano la pace. Atanarico muta forma e sostan­za dei rapporti con i Romani: dal foedus si passa ad una semplice amicitia. Da parte romana si restringe a due po­sti di frontiera il libero passaggio delle merci. È una pa­ce armata ma permette ad Atanarico di occuparsi dei ne­mici interni al suo popolo (Fritigerno ed Alavivo), men­tre Valente può fare bella figura celebrando il trionfo a Co­stantinopoli.

 

La repressione anticattolica di Atanarico

 

 

Intanto, nei territori visigoti (attuale Moldavia), Atanarico scatena una grande persecuzione contro i cristiani, do­vuta con tutta probabilità al tentativo del re di serrare le fila di fronte alla sfida della cultura romana (di cui il cri­stianesimo è ora espressione dominante) e al timore di una disgregazione dell’ordinamento sociale e tribale del suo popolo. Ne è prova la repressione contro la setta di Audi (stile di vita ascetico) la cui predicazione viene considerata da Atanarico una minaccia concreta alla tradizione tribale del popolo goto.

 

 

Ma la questione reli­giosa provoca delle spaccature sociali: non tutti i Goti se­guono le indicazioni del loro re. Il vescovo Ulfila, goto an­ch’esso, e forse sostenitore di Fritigerno (ariano), si op­pone con energia alla repressione anticristiana. Friti­gerno, per motivi politici (il suo arianesimo assomiglia tanto ad uno strumento per colloquiare con l’impero d’Oriente e con Valente, pure lui ariano), si oppone ad Ata­narico e favorisce il riprendere della predicazione dei mis­sionari.

 

 

Tra la Gothia e le regioni dell’impero, soprattut­to la Cappadocia (da cui erano stati deportati parecchi cristiani durante le incursioni del passato) si infittisco­no i rapporti, tra i Goti (cristiani) e i cristiano-orientali. L’organizzazione tribale dei barbari al momento del con­tatto con il mondo romano versa in profonda crisi: la struttura egalitaria del clan e della tribù ha modificato le sue caratteristiche diventando sempre più elitaria. Il po­tere si concentra in poche mani e parallelamente muta­no anche i riferimenti culturali e religiosi connessi alla vecchia struttura politica.

 

 

In questo stato di crisi ha un notevole successo l’opera dei primi missionari cristiani. Tra i Goti non è solo Ulfila (arianesimo radicale) e i suoi seguaci ariani a introdursi per tentare la conversione ma anche altri gruppi cattolici tentano di fare presa sul po­polo. Tuttavia Ulfila è il primo ad insediarsi nella Gothia, al centro e non ai margini, favorito da un fatto importante: l’identificazione fra romanità e cristianità esclude de facto et de jure i barbari dalla comunità ecclesiale.

 

 

Da par­te ecclesiastica non si pensa mai seriamente di conver­tire i barbari ma si intraprende ogni sforzo per conver­tire i pagani presenti dentro l’impero. Di questa carenza approfittano Ulfila e i suoi seguaci, trovando di fronte un popolo, i Goti, che riconosce la sua inferiorità culturale nei confronti dei Romani. I sentimenti dei Goti verso i Ro­mani sono un misto di ammirazione e di odio perché i Ro­mani rappresentano pur sempre il nemico. Il successo del­l’arianesimo può venire così spiegato: il cristianesimo at­tira i Goti perché proviene dal mondo romano tanto am­mirato e desiderato (tenore di vita, ecc.), mentre il cri­stianesimo ariano minoritario, nemico dell’impero e per­seguitato da questo, evita ai Goti di affrontare il cristia­nesimo dominante, espressione religiosa divenuta or­mai una istituzione dell’impero. Con questa scelta i Go­ti ottengono di soddisfare sia il loro desiderio di avvici­narsi al mondo romano in campo culturale e religioso e al tempo stesso di distinguersi, rimarcando l’ostilità di un rapporto tra diversi e nemici.