MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

La rivolta dell’Africa

 

 

 

372-373 d.C.

In Africa negli anni 372-373 una rivolta scuote dalle fon­damenta l’amministrazione imperiale romana. Il princi­pe mauro Firmo, figlio del regulus (re locale) Nubel, pren­de le redini di un gravissimo ed esteso sommovimento politico contro Roma, in ciò spinto con molta probabi­lità dai maneggi di Romano, comes d’Africa, e dalla ini­micizia con il fratello, Zammac, amico del funzionario im­periale. Firmo infatti fa uccidere Zammac e Romano ini­zia a creare difficoltà al principe mauro.

 

 

Poco per volta cresce il malcontento in un ambiente già di per sé osti­le a Roma. Nel momento in cui anche i reparti romani si schierano con Firmo contro l’amministrazione imperia­le (gli equites della quarta coorte dei Sagittarii e una par­te dei pedites Constantiam) si è a un passo dall’usurpa­zione vera e propria. Non c’è prova che Firmo abbia avuto intenzione di nominarsi imperatore, resta il fatto che il principe ribelle trova appoggi in tutti gli strati so­ciali. Gran parte dei Mauri della Sitifense e della Cesa­riense sono con lui.

 

 

 

La rivolta, una volta scoppiata, pare inarrestabile: viene presa, saccheggiata ed incendiata Cesarea, capitale del­la Cesariense. Pure lcosio e Tigava subiscono la stessa sorte. La città di Tipasa invece resiste ad un assedio. Do­po la prima fase della rivolta Firmo adotta una tattica di movimento. Si sposta verso la Numidia. Rusicade apre le sue porte solo per il tradimento di un vescovo donatista, altri centri invece resistono. Ma l’estendersi della rivol­ta verso la popolosa e fertile Numidia scuote il governo imperiale.

 

 

In Africa viene immediatamente inviato il ma­gister equitum Teodosio (padre del grande imperatore innalzato al trono nel 379). Reduce dalle vittorie in Bri­tannia, sul Reno e sull’Illirico, Teodosio è in questo mo­mento l’ufficiale più quotato per una operazione così delicata quale quella africana. Teodosio parte dai castra di Arelate (Gallia) e sbarca ad Igilgili nella Mauretania Si­tifense. Le truppe provenienti dal comitatus imperiale lo seguono più tardi.

 

 

Siamo nell’estate del 373 e tutti i mo­vimenti di Teodosio sono segreti. Segreto è pure l’in­contro con il comes Romano al quale Teodosio, per il mo­mento, nulla rimprovera. Impartisce solo ordini militari, per riorganizzare le guarnigioni di frontiera. Si sposta ver­so la Cesariense e invia in avanscoperta il fratello di Firmo, Gildone, con l’incarico di arrestare il vice di Roma­no, Vincenzo. Lo stesso comes Romano, ora, viene posto sotto sorveglianza.

 

 

Arrivato tutto l’esercito Teodosio sposta il suo quartier generale a Sitifis. Teodosio deve combattere il clima e la tattica da guerriglia dei ribelli. E Firmo, avvertito del­l’intervento militare romano, mostra intenzioni di pace. Teodosio dal canto suo cerca di recuperare consensi e dà disposizioni per alleggerire il peso fiscale per il man­tenimento dell’esercito. Passa in rassegna le truppe ro­mane africane, cerca di sollevarne il morale. Nel frat­tempo tra Firmo e Teodosio è tutto uno scambio di am­bascerie e di ostaggi. Ma le trattative vanno a rilento e Teodosio porta avanti la sua strategia militare. Un primo scontro con i ribelli si risolve in un successo romano.

[A Mediolanum (Milano) il 7 dicembre viene battezzato, or­dinato prete e nominato vescovo Ambrogio, già gover­natore delle province Emilia e Liguria, avvocato, vir spec­tabilis.]

 

 

375

In Africa la crisi diventa pericolosa. In ballo molte questioni, il grano per Roma, il potere politico e la pace religiosa. Continua il duello a distanza tra Firmo e Teo­dosio. Dopo altri scontri di secondaria importanza ma che rialzano il morale delle truppe romane il capo ribelle pensa sia venuto il momento di trattare. Alla presenza di Teodosio attorniato dai suoi ufficiali Firmo fa atto di sot­tomissione. Il principe mauro si impegna a rifornire di vi­veri le truppe romane e a liberare i prigionieri fatti all’i­nizio della rivolta. Libera la città di lcosio e restituisce le insegne.

 

 

Sono dei primi atti di pace, non la pace vera e propria. Infatti Teodosio si sposta verso occidente e rag­giunge Ipasa, poi Cesarea, ridotta ad un cumulo di rovi­ne. Ma la tranquillità dura poco. Firmo, infatti, sta già rac­cogliendo nuovi armati. Teodosio, fiutato il pericolo, si sposta ad occidente verso la città di Zucchabar ove tro­va i disertori romani della quarta coorte dei Sagittarii. Tut­ti vengono puniti con la degradazione al primo grado del­la milizia. Anche altri disertori romani, i soldati di fanteria detti Constantiani, vengono riuniti a Tigava. Davanti al­l’esercito schierato Teodosio pronuncia il giudizio di condanna per i disertori: la pena capitale per i capi, il ta­glio della mano per gli altri. La severità della condanna peserà poi sul destino di Teodosio alla fine della cam­pagna.

 

 

Ristabilita la disciplina militare con l’atroce esem­pio verso i traditori la campagna riprende con lo spo­stamento dei reparti verso occidente. L’incontro con i Mau­ri in una situazione tattica di debolezza di Teodosio por­ta i Romani ad un passo dalla sconfitta. Ma la fortuna è dalla parte del generale romano e le truppe convergono verso Tipasa ove si acquartierano. Infatti Teodosio trae una lezione dall’esperienza accumulata in questa parte della campagna d’Africa: l’impossibilità cioè di venire a capo di forze molto mobili operanti in un territorio va­sto e per molti tratti inospitale.

 

 

Teodosio sfodera dunque l’arte della diplomazia e ma­novra accortamente per disgregare il fronte avversario alternando le lusinghe alle minacce. Firmo non regge a questa tattica e avverte il pericolo dell’isolamento. Per non essere tradito cerca scampo con la fuga lasciando i ribelli privi di un comandante valido e prestigioso.

 

 

Infatti la fuga di Firmo provoca un grande sbandamen­to e diserzioni massicce tra i ribelli. Gli accampamenti vengono occupati dai Romani che sconfiggono i ribelli ri­masti. Teodosio riceve l’atto di sottomissione di nume­rose tribù ma le sue truppe verso coloro che non si pie­gano a Roma adottano la tattica della terra bruciata. Fir­mo cerca scampo assieme al fratello Mazuca nell’Uadi Is­ser, poi presso la tribù degli Isafiensi. Teodosio che si è spinto troppo avanti con il suo esercito deve accettare uno scontro in condizioni di inferiorità. La disciplina ro­mana sopperisce alla sproporzione numerica ma Teo­dosio deve ritirarsi presso i castellum e, di tappa in tap­pa, fino a Sitifis per riorganizzare i contingenti.

 

 

Dopo un periodo di tregua la campagna riprende e la tribù degli Isafiensi viene alla fine sconfitta. II loro re capisce che non è conveniente sfidare la forza dell’impero e con­cepisce una soluzione per porre fine al conflitto ed evi­tare ulteriori guai con i Romani. Contatta Teodosio e gli propone la cattura di Firmo. II capo ribelle avverte il pe­ricolo ma viene circondato dai suoi ex alleati. II principe però, di fronte alla prospettiva di rendere conto a Teo­dosio del suo comportamento, preferisce darsi la mor­te. Presso il castellum Subicarense, dove l’esercito romano aveva posto il campo, avviene la consegna del cadave­re. La rivolta è finita, la Mauretania tira un respiro di sol­lievo dopo tanti lutti e rovine.

 

 

Teodosio, dopo la vittoria ed il trionfo a Sitifis, si reca a Cartagine per riordinare l’amministrazione delle pro­vince africane. In un primo momento il governo gli con­cede gli onori per i meriti di guerra ma poi, sia per le pro­teste dei partigiani di Romano (il deposto comes d’Afri­ca), sia per gli odi suscitati da una politica religiosa che aveva invelenito gli animi sia ai cristiani cattolici che ai pagani, sia in ultima per gli strascichi di una repressio­ne feroce, i meriti gli vengono revocati. Da Roma Valen­tiniano I impartisce l’ordine di uccidere il vecchio gene­rale, fedele allo Stato ma diventato, a sua insaputa, un im­barazzante testimone della contorta politica delle clas­si dirigenti romane.