MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

375: Intanto nei territori dell’Impero d’Occidente…

 

 

 

 

Nel mese di giugno del 375 l’imperatore d’Occidente Valentinia­no I raggiunge Carnuntum, sul Danubio, ed induce alla re­sa i Sarmati. In autunno l’esercito romano supera il Da­nubio ad Aquincum per una campagna contro i Quadi. AI ritorno dalla spedizione Valentiniano riceve a Brigetio, in Pannonia, gli ambasciatori dei Quadi che chiedono una tregua. II 17 novembre, durante un colloquio con costo­ro, l’imperatore non riesce a frenare la sua ira. Ha di fronte dei delegati che non dimostrano buona volontà e che addirittura pretendono di dettare condizioni. Al­l’improvviso la parola gli manca e si accascia esanime al suolo.

 

 

 

La moglie Giustina (ariana) fa eleggere imperato­re dalle truppe della Pannonia il figlioletto di quattro anni Valentiniano (Il), mentre la reggenza viene affidata al fratellastro, il mite e cattolico Graziano, sedicenne, già augusto dal 367 e sposo da un anno alla figlia dodicen­ne di Costanzo II, Flavia Massima Costanza. La corte vie­ne stabilita a Sirmium.

 

 

Valente, imperatore per la parte orientale, e zio di Va­lentiniano II, riconosce l’elezione del nipote.

- Prefetto del pretorio in oriente è Modesto.

- Prefetto del pretorio per l’Italia, Africa e Illirico è Petro­nio Probo.

- Prefetto urbano di Roma Rufino.

- Un seguace di Apollinare (vescovo di Laodicea nella Si­ria occidentale), il presbitero Vitale, presenta e illustra a papa Damaso a Roma le tesi cristologiche del suo su­periore. Per Apollinare il Logos e la carne sono una co­sa sola (in Cristo), formano una natura unica realizzata attraverso una combinazione di Dio e uomo.

 

 

 

376

Al di là dei territori dell’Impero d’Oriente gli Unni spingono i Goti alla fuga oltre la frontiera danubiana

Nella regione danubiana, parte orientale dell’impero, si profila un dramma dalle dimensioni gigantesche. Decine di migliaia di Visigoti (o Tervingi) guidati dal re Alavivo, nei mesi dell’autunno, vengono traghettati al di là del Da­nubio in territorio imperiale per sottrarsi alla pressione delle tribù unne.

 

 

 

Questo grande movimento di popoli va spiegato analiz­zando i fatti che accadono nei primi mesi dell’anno. In pri­mavera infatti Atanarico, nella Moldavia, dopo aver fat­to costruire un accampamento fortificato, cerca di por­tare a compimento la costruzione di un terrapieno di­fensivo che si addentra sino in Bessarabia. È costretto a questi grandi lavori da una minaccia concreta che si sta­ glia nelle pianure della steppa: l’immensa massa noma­de degli Unni provenienti dalla zona del Dniestr. Grazie a queste fortificazioni lo scontro finale con gli Unni, do­po il solito periodo di scorrerie più o meno devastanti, è rinviato.

 

 

Gli Unni infatti (come i romani nella campagna di Valente degli anni 367-368) riescono a incidere sul­l’infrastruttura alimentare dei Visigoti (Tervingi, Taifali, ecc.) mettendo gli avversari in una situazione insoste­nibile. Atanarico di fronte al profilarsi di un disastro di immani proporzioni (vista la necessità di abbandonare la sede della Moldavia) perde tutto il suo carisma e il con­trollo della lega barbarica. La fazione di Alavivo e Friti­gerno a questo punto si fa avanti. I suoi esponenti si vantano di avere buoni rapporti con l’impero romano e propongono di abbandonare il territorio e di intavolare trattative per il passaggio del Danubio. Nell’ambasceria che Fritigerno invia a Valente ci sono pure ecclesiastici Goti (segno eloquente del fallimento della persecuzione anticristiana di Atanarico).

 

 

Da Antiochia (Siria), l’imperatore della parte orientale, Va­lente, dopo un vivace e contrastato dibattito all’interno del Concistoro (una sorta di Consiglio dei ministri del­l’epoca), dà l’ordine di accogliere i Goti (Tervingi) guidati da Alavivo e Fritigerno. Il permesso di entrata nei terri­tori dell’impero viene negato invece ai gruppi di Goti al seguito di Alateo e Safrace, gruppi i cui componenti so­no per la maggior parte pagani.

 

 

 

Il progetto di Valente con­siste nella sistemazione diffusa sul territorio della Tracia, con la promessa di un vettovagliamento generalizzato. Tra le garanzie dovute è da notare, da parte dei Goti, la consegna di ostaggi che vengono smistati in varie città orientali. In un primo momento, dunque, i Goti dovreb­bero ricevere i viveri dagli ufficiali romani per vivere poi del frutto delle terre (latifondi imperiali o privati) a loro assegnate.

 

 

Un altro aspetto importante di questo pro­getto è l’inserimento nell’esercito di notevoli contingenti tratti da queste popolazioni. Non si conosce se l’impe­ratore abbia dato l’ordine di disarmo dei Goti in entrata nell’impero. Sta di fatto che l’ordine, se dato, non viene eseguito.

 

 

 

Il passaggio del Danubio viene effettuato dai Tervingi di Alavivo e Fritigerno presso Durostorum (Silistria). I Tai­fali entrano invece in territorio romano dalla Muntenia, i Greutungi entrano invece presso Noviodunum. Atanarico nel frattempo, con una parte del popolo visi­goto, abbandona pure lui la Moldavia e conquista un suo spazio vitale in Transilvania scacciando le tribù dei Sarmati.

 

 

[Nota: E’ interessante ed importante notare che, proprio a causa delle migrazioni, i popoli della Gothia (Visigoti, Taifali, Tervingi, Sarmati,ecc.) modificano sensibilmente la loro struttura sociale e gerarchica. Da tribale, avente una molteplicità di capi ed una stratificazione della classe dirigente assai composita, la confederazione dei popoli goti diventa exercitus gothorum, massa armata in movimento, ancora polietnica ma guidata e comandata da un re, un solo monarca.]

 

 

 

Graziano, imperatore reggente per la parte occidentale, tra maggio e agosto, soggiorna a Milano brevemente in­contrando il vescovo della città Ambrogio.

 

 

Il 17 maggio Graziano pubblica una legge che si riferi­sce ai reati in materia religiosa: i colpevoli devono essere giudicati dalla giurisdizione sacerdotale, mentre la ma­gistratura ordinaria deve giudicare sui reati comuni com­messi dai sacerdoti.

[In Gallia viene destituito, e poi giustiziato, il prefetto del pretorio Massimino, resosi responsabile di numerose condanne a morte nei confronti di senatori pagani.]

 

 

 

377

Scoppia la rivolta per fame dei rifugiati goti oppressi dall’ottusa burocrazia imperiale...

Nel settore orientale la crisi assume dimensioni sempre più drammatiche. I Visigoti che hanno ricevuto dal go­verno di Valente il permesso di entrare nei territori del­l’impero, per sottrarsi alla pressione delle tribù unne, nel corso dell’anno, si lamentano del fatto che i rifornimen­ti alimentari sono venuti a mancare e indicano nell’am­ministrazione romana, in mano al comes rei militaris per Thracias Lupicino, la responsabile di crudeli strumenta­lizzazioni e discriminazioni.

 

 

 

In un primo momento il capo del contingente dei Tervingi (o Goti), Fritigerno, con i Greutungi in retroguardia, ri­spetta gli ordini dei romani. Marcia lentamente fino a Mar­cianopoli, città ove ha la sua sede il comando generale delle truppe della Tracia. Lupicino, responsabile delle ope­razioni per l’impero, non riesce a controllare la situa­zione che gli scappa di mano. In questa congiuntura si ve­rifica un grave incidente tra i soldati delle due parti men­tre i capi visigoti Fritigerno e Alavivo sono ospiti, a pran­zo con Lupicino, nella città di Marcianopoli. La loro scor­ta viene annientata. Fritigerno si salva fuggendo dalla città. La notizia arriva alla massa dei barbari accampata fuori delle mura e la rivolta da strisciante diventa guerra aper­ta. Nella confusione, passano il confine anche contin­genti di Ostrogoti. Si ribellano i Visigoti appena entrati nel­l’impero, ma anche i connazionali già ridotti in schia­vitù, i minatori delle miniere d’oro della Tracia.

 

 

 

Tutti in­sieme costoro sono una massa imponente di uomini. Non può mancare, in tale marasma, anche il passaggio di campo di un contingente di Tervingi inquadrato nell’e­sercito romano. Il reparto, comandato da Colias e Suerido, acquartierato nei pressi di Adrianopoli, si ribella quan­do si vede attaccato da una moltitudine di cittadini fat­ti armare dai magistrati della città nella locale fabbrica di armi. Il motivo è ovviamente da ricercare nel clima di aperta ostilità che, dopo l’episodio di Marcianopoli, or­mai divide l’elemento romano e le etnie barbare. Il reparto comunque respinge l’attacco e si unisce poi alle forze go­te nell’inutile e frustrante assedio della città.

 

 

 

Di fronte alla gravità della situazione finalmente gli alti co­mandi dell’impero prendono coscienza della ecceziona­lità della crisi militare. Si prendono tardivi ma necessa­ri provvedimenti. Si spostano precipitosamente numerose legioni dai confini orientali verso l’area invasa. Nell’in­verno la gran massa dei Visigoti si mette in movimento. È una ondata inarrestabile, una invasione vera, non più una scorreria. I Goti, rinforzati da nuovi alleati, superan­o il confine nelle zone tra il Danubio e i Balcani. Nelle prime settimane l’invasione è tenuta a freno dal magister peditum Traiano che ne rallenta la velocità di penetra­zione.

 

 

 

Per capire bene la situazione e interpretare corretta­mente le mosse degli ufficiali di Valente (in Siria con par­te dell’esercito per una campagna contro i Parti) è ne­cessario analizzare più a fondo le relazioni tra i governi orientale e occidentale.

 

 

 

La nomina a imperatore (per la parte occidentale) di Graziano non aveva certo lasciato indifferente Valente, che si era risentito. Subalterno da sempre al fratello Va­lentiniano, Valente, dopo la sua morte (375) aveva len­tamente intrapreso un indirizzo politico indipendente, giu­stificato a suo modo di vedere dal venir meno dell’unità dinastica familiare. Le conseguenze di questo allonta­namento tra le due parti dell’impero si concretizzano drammaticamente sul terreno militare. Valente, nell’af­frontare la grande crisi gotica costruisce la sua tattica op­ponendo all’avanzata di massa dell’esercito invasore la tattica dell’assalto singolo, molto forte, per sbaragliare la compattezza avversaria.

 

 

Nella regione della Tracia la disposizione delle fortezze sostiene la tattica scelta da Valente. In ogni caso non è possibile scoprire il fianco a Costantinopoli e lasciare aperta la via della Grecia, per cui per Valente è indispensabile portare l’esercito sulla Maritza e disporre la linea di difesa. Il vantaggio di que­sta mossa è quello di assicurare la difesa della capitale.

 

 

Adrianopoli, in questo schema, rappresenta il punto centrale della difesa e dell’offesa. A lato, altre truppe at­testate presso il fiume Pravadia, nei pressi di Marciano­ poli, chiudono la via della costa (sul Mar Nero) verso Co­stantinopoli. Ma il debutto della campagna avviene sot­to i peggiori auspici: come abbiamo visto precedente­ mente la prima linea di difesa a Marcianopoli viene sfon­data: Lupicino viene sconfitto a sole nove miglia dal suo quartier generale. Salva la vita ma il suo esercito viene annientato. Sulla linea di Adrianopoli i comandanti bar­barici, Fritigerno, Suerido e Colias cercano di espugna­re la fortezza ma invano.

 

 

Un consistente gruppo di Taifali (popolo alleato dei Vi­sigoti e dei Tervingi) chiede ed ottiene l’ingresso in Ita­lia per sfuggire all’invasione degli Unni. Vengono sistemati nei dintorni di Modena, Reggio e Parma nell’Emilia. Una parte di essi viene inviata in Gallia inquadrata nell’eser­cito romano.

 

 

In Italia, nell’estate, il papa Damaso, a Roma, condanna in forma solenne le tesi del vescovo di Laodicea, Apolli­nare, sulla natura di Cristo. La condanna è estesa anche agli apollinaristi, cioè ai seguaci del vescovo siriano. Nell’autunno arrivano a Milano, cacciati da Roma per or­ dine imperiale, l’antipapa ariano Ursino e Giuliano Valente, un prete ariano del Norico. Ma il soggiorno in Milano dei due ecclesiastici ariani non dura molto: ci pensa subito l’imperatore Graziano a internare in Gallia Ursino. Graziano il 5 marzo dispensa dagli obblighi personali i sa­cerdoti e gli addetti al culto in genere, compiendo un at­to di riguardo verso la religione intriso di significati po­litici.

- A capo della prefettura del pretorio per le Gallie viene po­sto Magno Ausonio.

 

 

 

378

In Oriente la rivolta si trasforma in guerra del popolo goto contro l’impero e lambisce la stessa Costantinopoli...

Nel settore la crisi si aggrava ancora di più. L’ap­parato militare romano perde colpi. In campo goto, in­vece, a Fritigerno si uniscono adesso anche Unni, Taifali e Alani che superano in massa il Danubio. Fritigerno sconfigge i Romani una seconda volta a Tomi. I rinforzi occidentali di Graziano, guidati da Ricomero, Barzimero e Frigerido, essendo insufficienti, si predispongono a di­fesa nell’Illirico.

 

 

 

I Goti, avvertiti del pericolo del con­giungimento di forze imperiali occidentali e orientali, mostrano di ritirarsi. Ma è una finta. Infatti, arrivati i nuovi rinforzi di Alani e Unni, la marcia verso sud ri­prende. Marcianopoli viene superata e vengono inviati contingenti di cavalleria fino al Bosforo. Un assalto di as­saggio a Costantinopoli viene stroncato dalla cavalleria saracena guidata da Saturnino. Valente, per il momento ancora in Siria, dà ordini ai suoi ufficiali di attendere l’arrivo dell’esercito della campagna persiana. Nel frat­tempo Graziano, interpellato su un possibile aiuto deve fronteggiare nel mese di febbraio l’inizio di una irruzio­ne di Alamanni Lenziesi, nella zona della Raetia, nell’al­ta valle del Reno (battaglia di Argentaria e spedizione nel­la Foresta Nera).

 

 

 

L’occasione è offerta dal ritiro di parte delle truppe limitanee spedite di rinforzo a Valente. Da parte dello stato maggiore di Graziano non si nutre, co­munque, soverchia fretta nell’aiutare l’imperatore orien­tale in difficoltà e questo atteggiamento è dovuto alla po­litica di Valente nei confronti dei Goti, politica osteggia­ta dagli occidentali.

 

 

Valente, informato dei fatti, lascia di fretta Antiochia (Siria) e arriva a Costantinopoli il 30 maggio. Su suo ordine Traiano viene sostituito nel comando da Sebastiano, ufficiale di provenienza occiden­tale. Pochi giorni dopo Valente raggiunge l’accampamento militare di Nice, in Tracia, con l’esercito. Ora, l’e­sercito riunito viene guidato dallo stesso imperatore e dal magister militum Sebastiano. Ma Graziano a mezzo di messi veloci fa sapere allo zio Valente dei pericoli di uno scontro con il numeroso esercito dei Goti e chiede tempo per una azione congiunta, con forze numerica­mente più consistenti, per tentare di stringere la massa dei nemici in una tenaglia. Ma l’imperatore orientale, ro­so dai complessi di inferiorità nei confronti del defunto fratello Valentiniano e desideroso di compiere un’im­presa esaltante nonostante il rischio enorme, decide co­munque di schierare il suo esercito dopo una marcia forsennata di diciotto chilometri sotto un sole bestiale nella pianura di Adrianopoli.

 

 

Il disastro di Adrianopoli

 

 

Il 9 agosto, dopo finte trattative tra le parti, che proba­bilmente permettono ai Goti di sistemare le loro forze, la battaglia scoppia quasi per caso. Alcuni reparti romani attaccano senza un ordine preciso dei comandi alcune unità gote. Nella confusione che segue i Goti, fin dall’inizio, manovrano benissimo con la cavalleria e riescono a cir­condare alcuni reparti romani provocando in breve tem­po una catena di cedimenti. La massa di fanteria poi ha ragione della tecnica romana. Le migliori legioni vengo­no annientate (più di quindicimila uomini restano sul ter­reno). Riescono a sottrarsi alla catastrofe la cavalleria e l’esercito di riserva tattica che si chiudono nelle città. Le massime autorità dell’impero, Valente e il suo stato mag­giore (Sebastiano e Traiano), periscono nei combatti­menti.

 

 

Alla notizia è il caos. Gran parte dell’area orientale si trova ora alla mercé dei visigoti. La stessa città di Adrianopoli è investita dall’urto ma, a sorpresa, resiste. Lo stesso accade per Eraclea (mentre per la stessa Co­stantinopoli abbiamo visto il contemporaneo attacco sui fianchi non andato a segno). In questo frangente le guarnigioni delle città si comportano benissimo ripor­tando vittorie significative sugli ingenui tentativi di as­sedio dei Goti.