MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

384: L’impero d’Occidente di fatto si divide e, a sorpresa, il fatto è meno grave del previsto ...

 

 

 

 

Ambrogio (che con la sua mediazione riesce ad evitare - provvisoriamente - un attacco di Massimo all’Italia) torna a Milano nei primi giorni del mese di gennaio. Vittore invece aveva già abbandonato l’Italia poco tempo prima, portando con sé il prezioso ricono­scimento da parte dell’imperatrice madre (Giustina) della legittimità del governo di Treviri per i territori della Gallia, della Bri­tannia e della Spagna.

 

 

Valentiniano II con­serva Italia, Africa e Illirico. La mossa di Giu­stina è rafforzata dal consenso del governo di Costantinopoli. Per capire come si svol­gono i fatti occorre per procedere per gra­di, facendo attenzione alle date: Ambrogio in primavera-estate torna di nuovo a Treviri con una nuova ambasciata di Valentiniano: viene affrontato duramente da Massimo che gli rinfaccia di essere stato ingannato poiché la corte e il comitatus non si sono mossi da Milano, in violazione dei patti stretti nei me­si precedenti. Probabilmente seguono le mi­nacce concrete di una invasione dell’Italia.

 

 

Ma Teodosio nell’estate offre una immediata risposta all’acuirsi della tensione sui con­fini dell’Italia e dà il via (non tanto segreta­mente) ai preparativi militari contro Massi­mo: l’esercito si concentra ad Eraclea ma il via alla spedizione non viene dato poiché, do­po un mese di tensioni, alla fine arriva l’ac­cordo che congela la situazione. Si ipotizza per questo periodo un incontro con Giusti­na (Teodosio sembrerebbe a Verona il 31 agosto come risulta dalla data e località di una legge imperiale), ma con molta proba­bilità l’imperatore orientale in Italia nell’e­state non ci viene proprio. Le date degli spo­stamenti dei due imperatori legittimi (Teo­dosio e Valentiniano) dimostrano comun­que che la situazione resta sempre delicata: infatti il 9 settembre Valentiniano si trova ad Aquileia con tutta la corte.

 

 

Alcuni storici leggono questa data  e questa località come una scelta di fuga via mare, per tutelarsi da una eventuale invasione da parte di Massi­mo. Altri considerano che forse la corte era ad Aquileia per accompagnare il grosso del­l’esercito, impegnato in quei mesi con il ma­gister militum  Bautone contro i Sarmati in Pannonia.

 

 

 

Ma il 26 ottobre Valentiniano è già ritornato a Milano, ridiventata una sede sicura dopo l’accordo stipulato con l’usurpatore. L’im­peratore orientale (gli nasce il figlio Onorio il 9 settembre), per ricompensa, cede al­l’Occidente le diocesi di Dacia e Macedonia (temporaneamente occupate nel 383). La si­tuazione di stallo vede anche l’usurpatore Magno Massimo assicurarsi il successore: il figlio Vittore viene nominato augusto.

 

 

L’im­pero è ora diviso in tre parti, ufficialmente concordi (nelle monete e nelle iscrizioni). Il dissidio è solo sospeso e la risoluzione del­la questione dinastica rimandata. Teodosio usa a piene mani la simbologia comunicati­va del tempo: fa innalzare statue ad Ales­sandria in onore di Magno Massimo mentre la zecca orientale conia, a Costantinopoli, monete con l’effige dell’usurpatore-Iegaliz­zato.

 

 

 

A Milano, nel frattempo, tra cattolici e pagani il confronto è sempre acceso. Il magister mi­litum (ormai magister utriusque militiae d’Oc­cidente) Bautone, in auge per le vittorie ri­portate in questi mesi sui Sarmati, Jutungi e Alamanni alla frontiera dell’alto Danubio, pone sulla bilancia tutto il peso del suo pre­stigio per favorire la parte pagana. Molte cariche dello Stato vengono occupate da suoi compagni di fede. Rumoride viene no­minato magister militum, Pretestato prefetto al Pretorio, Aurelio Simmaco prefetto urba­no.

 

 

È di nuovo un momento magico per i pa­gani. Simmaco nell’estate di quest’anno chie­de formalmente davanti al concistoro im­periale la restituzione dei beni confiscati ai pagani e la ricostruzione dell’altare della Vittoria in Senato.

 

 

La petizione di Simmaco è sul punto di es­sere accolta ma un durissimo intervento di Ambrogio blocca il giudizio della corte im­periale: Ambrogio si rivolge direttamente a Valentiniano II, minaccia scomuniche e con­futa le argomentazioni di Simmaco per l’al­tare della Vittoria. In una drammatica sedu­ta del concistoro imperiale, alla fine, grazie a Valentiniano II, che intende dimostrarsi fedele alle disposizioni di Graziano, il ve­scovo di Milano esce vincitore.

 

 

Verso l’autunno arriva a Milano Agostino, le cui posizioni teologiche sono fondamen­talmente manichee. Quasi in contemporanea un altro grosso arrivo è da segnalare: quel­lo del vescovo ariano di Durostorum (Sili­stria), Mercurino, discepolo di Ulfila (il ve­scovo ariano artefice della clamorosa con­versione di massa del popolo dei Goti, vedi anno 382). Mercurino trova asilo presso l’im­peratrice madre Giustina e la corte milane­se, formata in massima parte da ufficiali e funzionari Goti.

- Muore a Roma il papa Damaso.

- Prefetto per il pretorio in Italia l’aristocrati­co pagano Agorio Pretestato.

- Teodosio condona alcune tasse in Tracia e Macedonia, regioni dell’impero che cerca­no di risollevarsi dopo le recenti devasta­zioni.

- Durante la prefettura di Quinto Aurelio Sim­maco si avverte un forte ritardo nella im­portazione di frumento a Roma. Si diffonde il panico tra la plebe e si chiede (ed ottiene) l’espulsione dalla città di tutti i peregrini. I re­sponsabili di questo ritardo sembra siano da individuare fra gli iudices e notarii della Dio­cesi Africana. Simmaco racconta che, pro­prio a causa di questo ritardo, quando le navi giungono con il grano (di rincalzo) egi­ziano e spagnolo alle foci del Tevere i venti molto forti (data la stagione avanzata) ne im­pediscono l’attracco nel Portus Augusti.

 

 

Nella primavera l’usurpatore Massimo, che aveva posto la sua residenza a Treviri, vi in­contra il vescovo Itacio di Ossonova e ha una relazione dettagliata (e di parte) della que­stione priscillianista. Un sinodo promosso dall’imperatore-usurpatore giudica i capi del movimento. Il contrasto si aggrava dram­maticamente poiché dalla discussione reli­giosa si passa al giudizio penale. Il prefetto Evodio viene incaricato del processo a Pri­scilliano e ai suoi adepti più illustri.

 

 

- Situazione quasi tranquilla ai confini della parte orientale anche se sono da segnalare alcuni movimenti di gruppi Goti in entrata. Ma il trattato di foedus con il popolo goto sembra reggere e la sorveglianza dei territori affidati ai foederati è senz’altro assicurata.

 

 

 

385

La crisi milanese specchio del braccio di ferro tra Stato e Chiesa ...

A Milano scoppia una grave crisi politica e religiosa. Ambrogio e la corte imperiale si scambiano reciproche e gravi accuse: ma­teria del contendere il ruolo della religione ariana e, quel che più conta, il sostegno che l’imperatrice Giustina concede al culto dei Goti. Giustina, approvata in ciò dalla corte, desidera sottrarre il figlio Valentiniano II all’influenza del vescovo Ambrogio.

 

 

Per Am­brogio in discussione è il ruolo predomi­nante della religione cattolica non solo a Mi­lano ma in tutto l’occidente. La presenza poi di Mercurino, il vescovo ariano, per Am­brogio rappresenta una vera sfida, l’esi­stenza cioè di un secondo polo cristiano in Milano, peraltro non giustificato da alcun vero consenso tra la massa del popolo. La scintilla, che rischia di incendiare la città, è causata dalla richiesta degli ariani di ottenere la basilica porziana. Il concistorio imperiale, chiamato a decidere di fronte ad una folla in tumulto, deve cedere e supplicare addirittura l’aiuto di Ambrogio per cercare di riavere il controllo della situazione in città. Ambrogio esce vincitore dal drammatico scontro e l’imperatrice madre Giustina decide di raf­freddare la situazione abbandonando tem­poraneamente Milano per la più tranquilla Aquileia.

 

 

Serena, figlia di Onorio, fratello di Teodo­sio, quindi nipote e figlia adottiva del gran­de imperatore sposa Stilicone, già alto uffi­ciale di Teodosio.

 

- A Simmaco succede nella carica di Prefetto Urbano Valerio Piniano che deve fronteg­giare un’altra grave crisi annonaria: ricchi speculatori provocano artificialmente sul mercato una carestia per ottenere un au­mento del prezzo del grano.

- Il barbaro Bautone che aveva stretto pa­rentela con la dinastia teodosiana (la figlia Eudossia aveva sposato il figlio di Teodo­sio, Arcadio), magister militum, viene no­minato console assieme a Valentiniano II.

- In Africa il principe Gildone, dopo circa die­ci anni dalla sconfitta della ribellione ca­peggiata dal suo fratello Firmo, viene pre­miato, per la lealtà dimostrata nei confron­ti dell’impero, da Teodosio con il grado di magister militum, (più probabilmente la ca­rica di comes et magister utriusque militiae per Africam, come appare da documenti piùtardi degli imperatori Teodosio, Onorio ed Arcadio del 393).

 

 

 

386

Lo Stato si accorge di essere nelle mani della Chiesa cattolica ...

A Milano la vittoria di Ambrogio è insidiata dal vescovo ariano Mercurino che attende il ritorno dell’imperatrice Giustina da Aqui­leia per ottenere un parziale risarcimento del­la sconfitta subita. Nella cancelleria imperiale si aprono gravi conflitti (dimissioni del ma­gister memoriae Benevolo, cattolico) ma la maggioranza (e Giustina) ottiene la pro­mulgazione di un editto in favore della reli­gione ariana.

 

 

Il 23 gennaio l’imperatore Va­lentiniano II promulga un editto in cui si di­ chiara che gli ariani hanno il diritto di eser­citare liberamente il loro credo e che chiun­que si opponga a ciò può essere accusato del delitto di lesa maestà. Per tutta risposta Am­brogio cerca di mostrare alla corte la mobi­litazione popolare attorno alla chiesa cat­tolica e, prendendo a pretesto il solito caso della basilica porziana (sempre in pericolo di essere assegnata agli ariani), si asserraglia all’interno di essa con una gran folla di fedeli, pronto a sostenere anche un assedio. Poi or­ganizza un concilio di vescovi dei territori li­mitrofi per ottenere un più vasto appoggio alla sua tattica.

 

 

Giustina e la corte si rendo­no conto della forza della posizione di Am­brogio, che non bluffa ma ha dalla sua la stragrande maggioranza dei milanesi. Da parte della corte si cerca un accomoda­mento, si propone addirittura, il 27 marzo, lo scambio della primitiva richiesta (la basili­ca porziana) con una basilica nuova, intra­muraria. Ambrogio rifiuta, annusa il tenten­namento imperiale. Dopo il no del popolo, in­terpellato nella chiesa, il 29 le autorità ten­tano la prova di forza: dichiarano di prendere il possesso della basilica. Si procede poi ad alcuni arresti di ricchi mercanti cattolici, fa­vorevoli ad Ambrogio, si dispongono pene pecuniarie, si consegnano le forze addette al­l’ordine pubblico nel palazzo imperiale af­finché non facciano causa comune con Am­brogio.

 

 

 

Il 1 aprile i funzionari imperiali ri­tornano alla basilica e ne richiedono il pos­sesso ad Ambrogio. Il vescovo rifiuta e ag­giunge di non poter più controllare il com­portamento della popolazione. Ambrogio si rivolge ai soldati Goti cercando di ottenerne l’appoggio. Il giorno dopo la crisi si fa più acuta: scoppiano gravi incidenti nella basi­lica grande mentre nella porziana Ambro­gio cerca l’appoggio dei soldati Goti che, in parte, gli offrono solidarietà. Intanto la ba­silica grande è in balia della popolazione, i ragazzi si divertono a strappare le tende del baldacchino imperiale (Storia di Milano).

 

 

Il 3 aprile la corte cede, viene levato l’asse­dio alla basilica, le pene pecuniarie vengono restituite ai mercanti. Ambrogio risulta vin­citore del braccio di ferro con la corte mi­lanese. E il 18 giugno, coram populo, an­nuncia la costruzione di una grande basilica. La grave crisi può dirsi risolta grazie pro­babilmente a due fattori concomitanti: i dis­sensi tra l’imperatrice madre Giustina ed il figlio e imperatore Valentiniano II, e i consi­gli che l’imperatore-usurpatore-Iegalizzato, Massimo, da Treviri, invia a Valentiniano. Massimo suggerisce una condotta modera­ta, indica nell’ortodossia cattolica dei terri­tori da lui controllati la via da seguire, in contrapposizione allo sfacciato arianesimo della corte di Milano. In ogni caso - scrive Massimo - si pratichi almeno la neutralità se­condo gli intendimenti del defunto Valenti­niano I.

 

 

Comunque, raffreddati gli animi, Valentinia­no II cerca di praticare i consigli ricevuti e (grazie alla diplomazia di corte) di rianno­dare i rapporti con la chiesa inviando in estate il vescovo Ambrogio a Treviri, latore di una sua lettera a Massimo. Il pretesto è tro­vato nella formale richiesta - tramite Am­brogio - di riportare a Milano le spoglie del defunto imperatore Graziano. L’ambascia­ta, dato il carattere del vescovo Ambrogio, porta però ad un totale fallimento: un di­saccordo gravissimo separa Massimo dal vescovo milanese, che - con ragione - oltre ai delicati problemi dinastici rimprovera al­l’imperatore-usurpatore la condotta tenuta nei confronti di Priscilliano.

 

 

A Treviri infatti, dopo un lungo processo viene emessa sentenza di morte contro Pri­scilliano e altri sei esponenti di primo piano della setta. Molti altri seguaci sono con­dannati all’esilio. L’eco della condanna è enorme. E Ambrogio non intende confon­dersi con i vescovi cattolici che hanno so­stenuto l’accusa, mentre il papa Siricio, da Roma, chiede una relazione sul processo (travolto dallo sdegno del mondo religioso ed ecclesiastico, il vescovo Itacio di Osso­nova, il feroce e principale accusatore di Priscilliano, viene esonerato dalla carica). È facile immaginare quale deve essere il clima tra Massimo e Ambrogio. La conclusione dell’incontro lo rivela: Massimo viene sco­municato e Ambrogio viene espulso da Tre­viri. AI ritorno a Milano Valentiniano viene informato da Ambrogio dei fatti. Del resto la situazione politica tra i tre imperatori è già abbastanza compromessa e certamente non sono certo le idee di giustizia di Ambrogio di fronte al comportamento di Massimo a sca­tenare il casus belli.

 

 

Tribù di Ostrogoti guidate da Odoteo tenta­no nella zona a nord del Danubio di forzare il confine. Vengono intercettati dalle forze romane comandate da Promoto, magister mi­litum per Thracias. In questa fase un episo­dio chiarisce il quadro della situazione: il co­mandante della guarnigione di Tomi, Ge­rontio, viola il foedus pattuito con i Visigoti nel 382 e organizza un attacco contro i bar­bari. Subisce poi un processo e rischia l’in­criminazione per abuso di potere. Gerontio si salva a stento, viene riconosciuta la le­gittimità della sua azione ma ne viene mes­sa in risalto anche l’inopportunità politica per lo Stato. Lo scontro si risolve in una gra­ve sconfitta per gli Ostrogoti che devono accettare le disposizioni dell’impero e ac­cettare di sistemarsi nella Frigia. Teodosio sembra incerto sulla politica da seguire: de­ve dare soddisfazione ai suoi ufficiali, tene­re a bada i gruppi polietnici di barbari sul li­mes danubiano, badare ai confini orientali e controllare le mosse di Massimo, che in Oc­cidente resta ancora la minaccia antidina­stica più consistente.

 

 

Ma il fatto politico importante è che Pro­moto, comunque, per ordini superiori strin­ge un foedus con i barbari.

- In questa fase turbolenta, un piccolo suc­cesso, tuttavia, viene raggiunto dalla diplo­mazia di Costantinopoli: sul confine orientale dell’impero viene firmato un trattato di pa­ce con la Persia. L’Armenia viene divisa in due zone di influenza.