MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

387: Massimo, usurpatore efficiente, tenta il colpo risolutore contro la dinastia ...

 

 

 

 

A Milano la corte di Giustina e di Valenti­niano, dopo aver tracciato un bilancio del fal­limento dei rapporti con Massimo (grazie ad Ambrogio) cerca un nuovo approccio e gio­ca la carta di un’altra missione, questa vol­ta capeggiata dal siro Domnino. Nonostante Ambrogio abbia messo in guardia la corte dal pericolo di un intervento armato di Massimo l’ambasciata chiede ed ottiene aiuti militari per far fronte alla minaccia barbarica sul Danubio.

 

 

Ma le truppe che Massimo conce­de a Domnino non sono altro che la prima te­sta di ponte della successiva invasione in grande stile. Infatti cosa succede? Con astu­zia Massimo accoglie Domnino, con grandi onori (Zosimo, Storia Nuova, Libro 42-43, Mi­lano 1977, p.240). Lo convince della sua ami­cizia per Valentiniano e gli concede un eser­cito da riportare in Italia. Ma appena Dom­nino con le truppe di Massimo supera le Al­pi, l’usurpatore, che lo aveva seguito con altre truppe, riprende il comando e marcia speditamente su Aquileia.

 

 

Valentiniano, colto dal panico, trasferisce la corte ad Aquileia e di qui si imbarca su di una nave alla volta di Tessalonica, assieme a Giustina e alla figlia Galla. Qui viene raggiunto da Teodosio e da alcuni senatori accorsi da Costantinopoli. È urgente prendere delle decisioni, occorre riprendere il controllo dell’Occidente. Ma a volte in politica contano pure le vicende in­time e private dei protagonisti.

 

 

Zosimo ci riferisce infatti (Storia Nuova, op. cit.) del­l’incertezza di Teodosio, mette in luce le sue brame sessuali verso la figlia di Giustina, Galla, che viene chiesta in sposa. Galla po­ne però sul tavolo una condizione: il sì alle nozze alla condizione che Teodosio ricupe­ri l’impero d’Occidente a Valentiniano. Teo­dosio accetta e la sposa, in Tessalonica, ver­so la fine dell’anno. Giustina raggiunge così un importante risultato politico: salva la di­nastia immettendovi quella teodosiana.

 

 

 

Intanto nel territorio sotto il controllo di Magno Massimo si rispettano con cura tut­te le formalità di governo, importanti sotto il profilo dell’immagine e della legalità: il 22 novembre viene festeggiato l’anniversario dell’assunzione al trono di Valentiniano II. Ma Massimo non trova in Ambrogio e nei mi­lanesi in genere alcun sostegno: egli è sem­pre considerato corresponsabile della mor­te di Graziano, per Ambrogio poi la sua or­todossia è solo strumentale. Aver favorito gli ebrei e mantenere nella carica di magister mi­litum l’assassino di Graziano, Andragazio, sono tutti elementi che depongono a sfavo­re.

 

 

- Probo prefetto del pretorio per l’Italia.

- Gravi disordini ad Antiochia dopo l’imposi­ zione di una nuova tassa. Viene abbattuta la statua dell’imperatore. Nuovo attacco di bar­bari alle province della diocesi di Pannonia.

- Il 25 aprile a Milano il vescovo Ambrogio impartisce il battesimo al trentaduenne Ago­stino (dal grande avvenire).

 

 

 

388

Teodosio esce vincitore e la crisi dinastica può dirsi superata ma sono sempre i barbari a condizionare la politica ...

Il 19 gennaio Massimo fa ripetere la farsa del falso unanimismo: si festeggia pure il de­cennale di Teodosio. Intanto Teodosio, per nulla impressionato da queste formalità, cer­ca di organizzare la risposta alle mosse tat­tiche di Massimo: si stacca dall’osservanza dei patti sottoscritti con Massimo e ottiene di esercitare nei fatti la tutela politica sul­l’impero d’Occidente.

 

 

Massimo si comporta da militare di buona preparazione: non si fa trovare impreparato, organizza la mobilita­zione militare e civile, poiché ha capito che la politica di Teodosio è in rotta di collisio­ne con la sua. Pone il centro dello schiera­mento ad Aquileia, al figlio Vittore e ai suoi generali Quintino e Nanneno lascia il con­trollo del limes barbarico, ad Andragazio af­fida il blocco del Mediterraneo occidentale. Massimo cerca con difficoltà il consenso al­l’interno, soprattutto in Italia. Ma ha contro il vescovo di Milano Ambrogio (è recente la scomunica) che non gli perdona l’ingerenza in materia religiosa. Ad aggravare il contra­sto con il cristianesimo ortodosso di Am­brogio la tolleranza verso ebrei e pagani.

 

 

 

In Africa Gildone (vedi nota più avanti) si schiera con Massimo e assicura il riforni­mento e vettovagliamento dell’esercito. Teo­dosio da parte sua fa altrettanto: nomina due comandanti nelle persone di Promoto per la cavalleria e di Timasio per la fanteria. Si viene inoltre a sapere che Massimo aveva promesso doni ai barbari arruolati nelle le­gioni romane perché tradissero. Scoperta la congiura alcuni dei responsabili vengono uccisi (così Zosimo libro IV, 45-46). Un’altra mossa giusta porta consensi nel campo di Teodosio e di Valentiniano: quest’ultimo abiura l’arianesimo e accoglie la fede cri­stiana ortodossa. Timasio, magister peditum di Teodosio, parte nel giugno. Intanto Mas­simo, informato del fatto che la madre di Valentiniano stava per attraversare con una flotta il mar Ionio, affida ad Andragazio, il suo magister militum, molte navi veloci per in­tercettare la spedizione orientale.

 

 

In un documento del 14 giugno si ha notizia della prossima partenza di un esercito le­gittimista dall’Egitto verso le province occi­dentali dell’Africa, in mano a Gildone. Nel continente intanto Teodosio con Timasio varca con rapidità le Alpi e, dopo aver vin­to in due scontri (a Siscia e a Poetovio), gra­zie ai cavalieri Goti, Alani ed Unni, le truppe di Massimo, conquista Aquileia e cattura l’usurpatore. Massimo viene subito giusti­ziato, il 28 agosto, davanti a Teodosio. An­dragazio, che era impegnato a perlustrare lo Ionio viene a sapere della disfatta e viene sui­cidato dai suoi. Infatti è lui l’unica vittima re­gistrata in questa campagna navale, del tut­to incruenta, perché giocata politicamente. La flotta, infatti, di fronte alle notizie giunte dal continente, ridiventa legittimista all’i­stante.

 

 

In Gallia viene inviato Valentiniano, assieme al magister militum Arbogaste che ha il compito di sconfiggere gli ultimi seguaci di Massimo e di eliminare il figlio Vittore. L’ufficiale, di ascendenza barbarica, riorganizza le forze romane ed annulla ogni strascico dell’usurpazione anche nell’amministrazione della prefettura gallica. Infatti i Franchi avevano approfittato del caos antidinastico per passare il Reno, attaccare Colonia Agrippina (senza riuscire ad assediarla) e de­vastare il territorio circostante. Quintino (uno dei generali di Massimo), che si era arrischiato ad affrontare l’invasione, era sta­to sconfitto nella Selva Cesia, rimanendo sul terreno. Il comando del limes ora viene rior­dinato da Arbogaste, che pone la sua sede a Treviri.

 

 

Uno strascico del tentativo di corruzione di Massimo nei confronti delle milizie barbari­che gote produce una situazione molto gra­ve all’interno dell’esercito di Teodosio. Il co­mando generale viene a conoscere il nome dei reparti Goti che avevano dato la loro adesione al tentativo di Massimo. Vistisi scoperti molti di costoro disertano e si trin­cerano in una zona ad ovest di Tessalonica, diventando per alcuni anni (fino al 391) un grosso problema per la sicurezza interna.

 

 

- A Costantinopoli ricopre la carica di comes et magister utriusque militiae il franco Fla­vio Ricomero già comes domesticorum sotto Graziano (377-378). È zio di Arbogaste.

- Insufficiente il grano per Roma, mentre tut­to il nord dell’Italia (anche se il raccolto era stato abbondante) soffre di una grave care­stia dovuta (secondo Ambrogio) alle razzie dell’esercito di Massimo (sceso in Italia nel­l’autunno del 387).

- Nella cittadina di Callinico (in territorio adia­cente all’Eufrate) un gruppo di cristiani, in accordo con il loro vescovo, distruggono la sinagoga degli ebrei. L’imperatore Teodosio dispone la ricostruzione a spese del vesco­vo cattolico. Il vescovo di Milano Ambrogio alla notizia insorge e intima a Teodosio di ri­tirare la disposizione, cosa che l’imperatore accetta di fare a malincuore. Di fronte al po­polo, nella basilica, Ambrogio pronuncia una durissima predica avendo di fronte Teo­dosio che cerca di rintuzzare le accuse e di giustificarsi.

 

- Nel mese di marzo un decreto dell’impera­tore vieta agli apollinaristi (i seguaci del ve­scovo Apollinare di Laodicea-Siria) di cele­brare funzioni e procedere alle consacra­zioni.

- In Africa il vescovo Ottato, della chie­sa donatista, si comporta da principe. Esal­ta con le opere architettoniche la grandezza della sua chiesa e di se stesso, organizza pure il movimento dei circoncellioni carat­terizzandolo in senso paramilitare. La trup­pa diviene l’esercito personale del vescovo e il terrore dei proprietari terrieri della Nu­midia e dei cattolici. Ottato diviene alleato del magister utriusque militiae Gildone, a cui offre l’appoggio della chiesa donatista, la maggioranza dei cristiani d’Africa. Per quanto riguarda Gildone, il braccio secolare del­le prepotenze dei donatisti, egli pur essen­do di nascita un principe africano, è un fun­zionario romano, anzi il funzionario di gra­do più elevato nell’Africa romana. Il suo po­tere è smisurato, da lui dipendono le truppe e, quel che più conta, i rifornimenti di grano alla capitale. Durante il tentativo di Massimo è bene ricordare che Gildone prende le par­ti dell’usurpatore salvo poi cancellarne an­che la memoria una volta riaffermatosi il potere legittimo. Teodosio poi, terminata la guerra, non intende aprire altre crisi e ac­cetta di buon grado le profferte di Gildone, sostenute sembra anche dal matrimonio del­la figlia Salvina con il nipote (Nebridio) del­la defunta moglie di Teodosio, Flaccilla.

 

 

 

 

389

Vittoria del franco Arbogaste, magister mi­litum, su Sassoni e Franchi.

Teodosio si stabilisce a Milano. Ma i rapporti tra l’imperatore e il vescovo Ambrogio re­ stano pessimi. Forse proprio a causa di que­sta situazione molto tesa Teodosio preferi­sce lasciare per un po’ Milano scegliendo di soggiornare a Roma nel periodo dal 13 al 30 giugno. Il 15 giugno, insieme al cognato Va­lentiniano e al figlio Onorio, celebra il trionfo in Roma. L’atmosfera di Roma, con le sue fe­ste paganeggianti incide sull’animo dell’im­peratore favorendo le speranze dei circoli pagani per la revoca del provvedimento di rimozione della statua della Vittoria dal Se­nato e del rifiuto alle sovvenzioni ai sacer­doti pagani. Ma Ambrogio non desiste, e il suo intervento viene considerato dalla cor­te una ingerenza non dovuta. Teodosio cer­ca di districarsi a fatica da questo delicatis­simo affare affrontando con diplomazia la questione dei rapporti con il vescovo di Mi­ lano.

 

- Continua la scarsità di frumento nel nord dell’Italia. Il fiume Po provoca una inonda­zione.

 

 

 

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Non si era mai visto un imperatore, tenuto in disparte dalla comunità dei fedeli, chiedere perdono ...

“Gli Unni si sono gettati sugli Alani, gli Ala­ni sui Goti; i Goti sui Taifali e i Sarmati. Espul­si dalla loro patria, i Goti hanno a loro volta espulso noi dall’Illirico, e non è ancora fini­ta... La carestia e la peste minacciano gli uo­mini e gli animali... Siamo alla fine del mon­do”.

Così Ambrogio, vescovo di Mediolanum (Milano) registra gli avvenimenti di quel pe­riodo. Le popolazioni, d’altro canto, vedono in tutto l’impero introdursi numerosi i bar­bari sotto le spoglie di soldati, ufficiali, con­tadini.

E nelle città dell’impero, soprattutto in oriente, cresce di giorno in giorno l’odio per la presenza delle truppe barbariche, ar­ruolate nell’esercito romano.

Pregiudizi etnici, dovuti anche al compor­tamento discutibile tenuto da questi solda­ti nei confronti della popolazione civile fan­no scoppiare, nel mese di agosto, gravissimi incidenti allo stadio di Tessalonica.

Per di­fendere un auriga, imprigionato per ordine di Buterico, comandante in capo dell’esercito per l’Illirico, una folla esasperata giunge a lin­ciare l’alto ufficiale barbaro.

 

 

Avuta la notizia, Teodosio, già facile all’ira per carattere, or­dina senza esitazione che la folla del circo venga circondata dalle truppe gote e ster­minata. Si contano migliaia di morti.

 

 

Grande l’eco in tutto l’impero. Critiche feroci piovono dagli ambienti ecclesiastici. Ambrogio criti­ca aspramente la condotta dell’imperatore. Fa di più: abbandona per un certo tempo Mi­lano e scrive una lettera all’imperatore af­fermando di non voler più celebrare la mes­sa al suo cospetto sino a che non si fosse pentito e non avesse espiato.

 

 

Teodosio sulle prime ostenta sicurezza (con­sigliato dal magister officiorum Rufino e dal­Ia Corte ostile ad Ambrogio) poi, in preda al­l’angoscia (già nell’agosto decreta a Verona che per l’esecuzione di ogni condanna a morte si devono attendere trenta giorni dal­Ia data della sentenza) per le conseguenze del gesto nei rapporti con la Chiesa, nel no­vembre ritorna a Milano e, tramite Rufino, chiede ad Ambrogio le modalità della peni­tenza.

 

 

Ambrogio stabilisce che Teodosio de­ve dichiarare in pubblico la sua colpa e in­tervenire alle cerimonie religiose, per un certo periodo, senza i segni esteriori del suo potere, da semplice penitente. Teodosio accetta.

- L’impressione in tutto l’occidente è enorme e favorisce grandemente, oltre al vescovo di Milano Ambrogio, il credo cat­tolico. È’ ovvio che Teodosio si muove anche per un calcolo politico ma il risultato di una simile sfida è tutto a favore della Chiesa.

- Il prefetto al pretorio d’Italia diviene il pagano Nicomaco Flaviano.

 

- Il 21 giugno Teodosio stabilisce per legge il divieto che nella successione patrimoniale l’intero ammontare dei beni passi dalla ve­dova a persone della Chiesa attraverso un at­to di ultima volontà della vedova fattasi dia­conessa (A.Solari: Il rinnovamento dell’im­pero romano, Roma, 1938, p.200). Evidente l’accusa di estorsione all’ambiente eccle­siastico ai danni della famiglia della diaco­nessa. Due mesi dopo comunque la legge viene abrogata. Anche questa volta risalta in tutta evidenza la vittoria della Chiesa guidata da Ambrogio.

 

 

 

 

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L’Occidente scricchiola e manca di una vera leadership mentre Teodosio alterna sconfitte a vittorie ...

Il 24 febbraio, in Milano, Teodosio, riconci­liato con Ambrogio, promulga il primo vero atto di proscrizione della religione pagana. In esso lo Stato vieta ogni cerimonia esteriore del culto pagano in Roma e stabilisce pene pecuniarie severissime per i funzionari che trasgredissero dall’osservanza e dall’appli­cazione della legge. Nel decreto, ovviamen­te, sono comprese anche le sette ereticali cri­stiane.

 

 

Nell’aprile Teodosio lascia Milano diretto a Costantinopoli. In città restano a corte solo due donne della casa imperiale, le sorelle di Valentiniano II, Giusta e Grata. È’ un vuoto no­tevole di potere (confermato anche dalla sospensione del lavoro nella zecca milane­se), visto che l’altro imperatore legittimo, Va­lentiniano II, è lontano in Gallia. L’unica au­torità restante è il vescovo Ambrogio.

 

 

A Vienna, in Gallia, intanto, Valentiniano av­verte un inquietante e minaccioso isola­mento politico e il contrasto con i circoli fi­lobarbarici della corte lo fa sentire una sor­ta di ostaggio nelle mani del potente suo primo ministro, il magister militum praesen­talis, il franco Arbogaste.

 

 

In oriente è di nuovo guerra con i Goti. Teo­dosio rientrato a Costantinopoli nel luglio ne riparte quasi subito per condurre una cam­pagna contro i barbari disertori attestati nelle paludi della Macedonia e Tessaglia. Il quartier generale viene posto a Tessalonica. L’obiettivo di rastrellare e sconfiggere le bande che imperversavano nelle campagne viene raggiunto. Ma durante il viaggio di ri­torno verso la capitale Teodosio, lungo la via Egnazia, trova di fronte numerosi gruppi po­Iitenici, tra cui dei Goti (che avevano da po­co attraversato il Danubio) che gli infliggo­no una grave sconfitta sull’Hebrus (Maritza).

 

 

Questi Goti sono guidati da Alarico, pro­veniente dalla Mesia, zona soggetta al foedus (del 382). Teodosio nella battaglia rischia la vita ma Promoto, il suo magister militum, in un contrattacco notturno riesce a sal­varlo. Le operazioni militari poi continua­no stancamente senza grandi risultati né per una parte né per l’altra.

Il rientro a Co­stantinopoli di Teodosio, a novembre, si­gnifica che la situazione si stabilizza, senza grandi cambiamenti nei rapporti di forza tra le parti in lotta.

 

 

- Ad Alessandria, in Egitto, avvengono aspri scontri tra pagani e cristiani dopo una pro­cessione canzonatoria tenuta da quest’ulti­mi con oggetti sacri tolti ai templi dei paga­ni. Responsabile in parte è il vescovo Teofi­lo. Teodosio alla notizia di questi disordini fa chiudere il grande tempio pagano di Se­rapide consegnandolo poi ai cristiani che lo trasformano in chiesa.