MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

392: È’ sempre la Gallia a fornire l’appoggio politico per gli usurpatori ...

 

 

 

 

Un tentativo di Valentiniano di prendere le redini della politica militare verso i barbari che minacciano le frontiere (la crisi è sul confine della Pannonia) viene frustrato da Ar­bogaste. Il magister barbaro teme che, qua­lora l’imperatore scendesse in Italia, il suo potere di controllo verrebbe meno e Valen­tiniano sarebbe senz’altro passato sotto la tu­tela di Teodosio.

 

 

Il giovane imperatore scri­ve allora una lettera a Teodosio e una ad Ambrogio pregando in quest’ultima il ve­scovo milanese di andare da lui per riceve­re il battesimo. Nel frattempo la situazione si va deteriorando sempre di più: tutto il confine orientale danubiano è in agitazio­ne, il pericolo si avvicina pericolosamente al­l’Italia.

 

 

Il prefetto al Pretorio di Milano si ri­volge ad Ambrogio perché faccia qualcosa, si rechi in Gallia per invitare Valentiniano a tornare a Milano per mettersi a capo dell’e­sercito.

 

 

Ambrogio accoglie l’invito ma poi, a causa di una falsa notizia sulla partenza di Valentiniano da Vienna, interrompe i prepa­rativi. Un’altra lettera accorata di Valenti­niano che supplica Ambrogio di aiutarlo nel contrasto con Arbogaste spazza via ogni dubbio al vescovo milanese. Ambrogio si mette in viaggio ma, giunto ai valichi alpini, gli giunge notizia della morte del suo giova­ne protetto. Le apparenze parlano di suici­dio ma pochi ci credono veramente. Tutto in­vece parla delle responsabilità di Arbogaste nella scomparsa di Valentiniano il 15 maggio a Vienna.

 

 

Ed è proprio il magister franco a es­sere ritenuto il mandante dell’assassinio­-suicidio. Infatti Arbogaste, pagano dichia­rato (risiede abitualmente a Treviri), aveva riempito gli alti gradi militari e la stessa bu­rocrazia civile di Franchi, spostando il peso politico e amministrativo su basi franco-gal­licane. Alle rimostranze dell’imperatore per questa politica reagisce effettuando un col­po di stato strisciante.

 

 

Dopo l’oscura morte del suo imperatore (e dopo tre mesi di va­canza di potere) fa proclamare augusto dal­l’esercito Flavio Eugenio, maestro di gram­matica latina, un alto funzionario di corte che poteva, ovviamente, vantare l’amicizia del­l’elemento franco.

 

 

Teodosio, alla notizia, non si pronuncia, cer­ca solo di avere maggiori informazioni e mantiene buone relazioni formali con il go­verno occidentale.

 

 

In Gallia Eugenio, il 22 agosto viene procla­mato dalle truppe imperatore d’Occidente. L’elemento religioso gioca un ruolo molto im­portante in questa crisi: la coppia Arbogaste-­ Eugenio cerca di favorire la parte pagana, an­che se non trascura di coltivare il consenso della componente cristiana. Eugenio, infat­ti, si preoccupa subito di scrivere ad Am­brogio per avviare una politica di buoni rap­porti.

 

 

In settembre, a Milano, davanti ad una corte molto preoccupata per la piega presa dagli avvenimenti, vengono celebrate le ce­rimonie funebri in onore di Valentiniano.

 

 

Il problema per Ambrogio è quello di non di­re nulla di compromettente in attesa che la situazione venga ben analizzata, sia alla cor­te milanese che a Costantinopoli dove ri­siede ora l’unico potere legittimo sufficien­temente forte. La partita tra Teodosio e Eu­genio-Arbogaste è ancora tutta da giocare: le parti si studiano da lontano e Milano giuo­ca un ruolo mediano. Da Roma i circoli pa­gani fanno sapere ad Eugenio che, in cambio del loro appoggio si aspettano da lui la re­voca dei decreti di Graziano del 382 e un at­teggiamento di tolleranza nei confronti del paganesimo.

 

 

In oriente il magister militum Promoto cade in una imboscata tesagli da gruppi di Ba­starni aizzati dal prefetto del Pretorio Rufi­no. La breve guerra con i Goti si chiude con un intervento militare risolutore di Stilicone. Il generale di Ravenna ha la meglio e chiude in trappola i resti delle truppe nemiche. Ma Alarico, circondato e vinto, viene lasciato an­dare per ordine dello stesso Teodosio.

 

 

Ru­fino, prefetto nonché consigliere imperiale, per evitare che l’Occidente si immischi nel­le cose orientali chiede ed ottiene l’aiuto degli Unni. La politica dimostra così il suo predominio sulla cieca arte della guerra. Sti­licone in questi frangenti impara a fondo come si deve trattare il problema barbarico e fa sua la lezione, che gli servirà per il futuro. Stilicone dunque molla la presa e, chinato­si all’ordine di Teodosio, stringe un foedus con Alarico (accordo allargato anche agli Unni presenti in Tracia).

 

 

A Costantinopoli l’8 novembre Teodosio pro­mulga una legge severissima contro il culto pagano: divieto di cuIto domestico dei Lari e dei Penati, proibito accendere lampade, bruciare incenso, appendere ghirlande. Le trasgressioni vengono punite con la confisca della casa o della fattoria, se la trasgressio­ne avviene in luogo pubblico o in casa altrui la multa è di 20 libbre d’oro.

 

 

In oriente prefetto del pretorio Rufino.

 

 

 

393

Strana questione quella della politica romano-nazionalista: non è facile distinguere chi la facesse veramente ...

A Costantinopoli, il 10 gennaio, in risposta al­l’usurpatore Eugenio e al suo consigliere (e padrone) Arbogaste, Teodosio investe della porpora imperiale per I’Occidente il figlio Onorio. Il consolato di Eugenio per l’Occi­dente viene, anche formalmente, rifiutato. A Teodosio è ormai chiaro il quadro politico: la lotta contro Massimo in sostanza si ripe­te. Il semibarbaro, o barbaro romanizzato, Arbogaste, con il suo imperatore fantoccio, Eugenio, che viene in Italia e prende pos­sesso del palazzo imperiale di Milano (Am­brogio invece è vagante tra Bologna, Firenze, Faenza), intendono contendere a Teo­dosio il controllo dell’Occidente. Lo strano è che le forze nazionali romane sono rap­ presentate, per una sorta di paradosso, pro­prio dall’accoppiata Arbogaste-Eugenio, mentre Teodosio rappresenta il tentativo dell’Oriente di estendere la sua supremazia.

 

 

I due contendenti preparano la guerra preoc­cupandosi di stringere alleanze preziose in termini politici e militari: Arbogaste schiera le legioni romane e contingenti barbarici, soprattutto germanici, Teodosio schiera un esercito composito guidato da Timasio (Sti­licone luogotenente) per le forze romane mentre il goto Gainas, ufficiale che aveva militato a lungo nell’esercito imperiale (aiu­tato da Alarico che guida un gruppo di Goti di Tracia), viene nominato comandante del­le forze foederate gote e Saul comandante del­le truppe alane. Lo spagnolo Bacurio, già tribunus sagittariorum nella battaglia di Adria­napoli (378) diventa il terzo comandante che guida i contingenti orientali. Sono uffi­ciali (Alarico a parte) che hanno salito tutti i gradi della carriera militare, dimostrando lealtà e zelo.

 

 

Dall’Africa Gildone, che pure mantiene re­golari rapporti con il potere legittimo (Teo­dosio), sembra spalleggiare nei fatti l’usur­patore Eugenio. Con Eugenio a Roma i rifor­nimenti di grano sono regolari, mentre (co­me lascia intendere Claudiano) richieste di aiuto militare da parte di Teodosio (navi e soldati), vengono lasciate cadere. In realtà Gildone sta alla finestra ad aspettare che la crisi si risolva in un senso o nell’altro. Di questa ambiguità di comportamento ap­profitta Eugenio con l’invio in Africa del pro­console Marciano.

 

 

In Africa, il 24 giugno, un sinodo riunisce (per alcuni a Cartagine, per altri a Cabar­sussi nella Byzacena) 100 vescovi della chie­sa donatista favorevoli a Massimiano, di cui metà provenienti dalla Byzacena e dalla Tri­politania. Viene destituito Primiano, vesco­vo troppo radicale ed autoritario. Il tono delle decisioni prese è abbastanza modera­to per lasciare aperta la porta al ripensa­mento della parte avversa. Massimiano vie­ne eletto vescovo di Cartagine. Ma Primiano non accetta il volere di gran parte della sua chiesa e passa al contrattacco usando i mez­zi della calunnia e della violenza, avvalendosi del potere dello Stato e di quello del movi­mento ribeIlistico dei circoncellioni. Ad Ippona, invece, ha luogo il primo sinodo della chiesa cattolica d’Africa, presieduto dal vescovo di Cartagine Aurelio.

 

Nel continente una eclissi totale di sole vie­ne interpretata come un presagio di sven­tura.

 

 

 

394

Teodosio ancora una volta deve risolvere la questione dinastica bonificando il corpo politico dell’impero ma sempre grazie ai barbari foederati ...

Teodosio convoca per il 29 settembre un concilio a Costantinopoli per tutto l’Oriente.

 

 

Teodosio ritarda la partenza per l’Italia (cam­pagna contro gli usurpatori) a causa della morte in aprile per parto di sua moglie Gal­la. Nel frattempo riceve la carica di capo del governo orientale un patrizio nativo di Elusa (Gallia meridionale), Flavio Rufino (che già abbiamo conosciuto nella sua qua­lità di magister officiorum a corte). II vesco­vo Ambrogio rientra a Milano verso i primi del mese di agosto. La guerra è alle porte, tut­to è pronto, da una parte e dall’altra. Sono pronti anche i conti e le rappresaglie tra le parti, se è vero che il prefetto al pretorio d’I­talia, Virio Nicomaco Flaviano, e il magister militum Arbogaste, lasciando Milano per condurre l’esercito alla frontiera orientale d’I­talia, si permettono di minacciare la chiesa milanese.

 

 

Superato il periodo di lutto Teodosio deve far fronte alla grave crisi dinastica. Nel mese di maggio Teodosio con l’esercito lascia Co­stantinopoli, fa sosta il 20 ad Eraclea (pe­rinto) e il 20 giugno ad Adrianopoli, poi muo­ve sollecitamente verso l’Italia lungo la stra­da che costeggia il Danubio e la Sava. L’e­sercito (una massa turbolenta e difficile da gestire, come abbiamo già detto,è formato per gran parte da milizie foederate gote gui­date da Alarico, ma ci sono anche gli Unni di Tracia e altri barbari) dopo due scontri vit­toriosi (a Siscia-Sisak e a Poetovio-Ptuj) su­pera le Alpi Giulie (e il vallo difensivo di Ai­dussina, vedi cartina di pag.30-31) e sor­prende le forze di Eugenio presso il fiume Fri­gido (battaglia di Vipacco).

 

 

Una curiosità: le insegne dell’esercito di Eu­genio hanno una chiara impronta anticri­stiana. L’immagine di Ercole si staglia sui la­bari delle legioni e si contrappone alla cro­ce, presente invece sui labari delle forze di Teodosio.

 

 

II 5 settembre nello scontro l’imperatore orientale Teodosio usa nelle prime file le forze barbare di Gainas e di Alarico. II ma­gister militum Bacurio muore in combatti­mento. La battaglia dura a lungo (i Goti di Gainas e i foederati barbari vengono battuti e solo la fuga può saIvarne una parte), la stra­tegia di Arbogaste sembra dare i suoi frutti. Le truppe di Eugenio sfiorano la vittoria. La notte interrompe la strage. All’indomani in­vece, 6 settembre, la sorpresa: il disfattismo religioso (e politico) sconvolge la tenuta del­l’esercito di Arbogaste. Un comandante ro­mano, di convinzioni cristiane, Arbizione, passa con le sue forze al nemico, ai teodo­siani, riportando un certo equilibrio fra i due schieramenti. La battaglia finale vede le truppe romane di Teodosio sopraffare le stanche (e superstiziose) milizie di Eugenio (forse l’aiuto della bora istriana contribuisce parzialmente alla confusione tra le fila degli eugeniani).

 

 

Eugenio cerca scampo nella fu­ga ma viene raggiunto e gli viene tagliata la testa. II macabro trofeo messo su una lancia viene portato in giro tra i soldati. Le sue truppe vedendo che l’imperatore è morto si arrendono in massa chiedendo perdono a Teodosio. La richiesta viene accettata con benevolenza. Con le spalle al muro invece so­no Arbogaste e il prefetto del pretorio d’Ita­lia Virio Nicomaco Flaviano che, inseguiti nelle Alpi Giulie, dopo due giorni di pere­grinazioni si uccidono.

 

 

Dopo la battaglia viene riorganizzato l’eser­cito. Stilicone viene nominato magister utriu­sque militiae praesentalis (capo di esercito al­la presenza imperiale) delle forze romane. Ambrogio viene a sapere della vittoria tota­le di Teodosio e, sapendo del malumore del­l’imperatore nei suoi confronti, invia una ambasciata per chiarire il senso dell’atteg­giamento tenuto dalla chiesa milanese du­rante il periodo dell’usurpazione. Ambro­gio chiede anche clemenza per i seguaci di Eugenio che si sono rifugiati nelle chiese.

 

 

Do­po altre due missive il vescovo ritiene di doversi muovere incontro al vincitore per ot­tenere un riappacificamento completo. I due grandi avversari e concorrenti si incontrano e chiariscono le questioni religiose e politi­che (vengono ovviamente abrogate le leggi in favore dei pagani, emanate dall’usurpa­tore), nonché personali. II rientro dei due, as­sieme, a Milano acquista il rilievo di un trionfo. Ma Teodosio sente che la sua salu­te è minacciata e chiama accanto a sé i suoi due figli, Onorio e Galla Placidia (Arcadio è a Costantinopoli), quasi a metterli sotto la protezione di Ambrogio. Il viaggio di Onorio (nei mesi dell’autunno-inverno) verso Mila­no si svolge con molta difficoltà, segno che la situazione difensiva nelle province orien­tali è lungi dall’essere stata ristabilita. Si de­ve tenere presente che gran parte dell’eser­cito è al seguito dell’imperatore e che quin­di l’area è assai sguarnita.

 

 

È necessario fare attenzione su di un avve­nimento minore, ma che avrà ripercussione in futuro. Il malumore del goto Alarico, co­mandante in sottordine delle milizie foede­rate, preferito e sorpassato da Gainas a cui l’imperatore Teodosio aveva affidato il co­mando dei Goti, cova sotto la cenere e non promette nulla di buono. I Goti hanno l’im­pressione che i comandanti militari romani li abbiano mandati avanti al macello, nella battaglia del Frigido, per dimezzarne il nu­mero. Le perdite nello scontro infatti sono tutte dei Goti. Ciononostante le truppe bar­bare restano nell’esercito fino al momento del congedo (anno 395).

 

- In Italia settentrionale in autunno il mal­tempo produce danni e alluvioni (anche que­sti fatti vengono interpretati come segni di possibili ulteriori e più grandi sventure). Co­minciano a sentirsi le prime conseguenze della sconfitta di Eugenio: Gildone, comes d’Africa, rallenta le esportazioni di grano verso Roma. La plebe è in tumulto e addebita ai prefetti urbani la responsabilità delle dif­ficoltà alimentari.

- In Africa continua la lotta fratricida tra i due settori in cui si è divisa la chiesa donatista. Primiano, al sinodo di Bagaj (24 aprile), da­vanti a 310 vescovi in gran parte della Nu­midia (della sua corrente), fa scomunicare Massimiano (eletto vescovo di Cartagine l’anno precedente), e distrugge la sua sede vescovile provocando gravi tumulti nelle città. Questo comportamento facilita in mol­ti donatisti il passaggio al cattolicesimo. Nuove violenze vengono compiute dal mo­vimento dei circoncellioni guidati dal ve­scovo Optato di Thamugadi (legato a filo doppio a Gildone). Box legato all’Africa (pag.623) di P. Roma­nelli.

 

 

 

395

Muore a Milano Teodosio I, un grande imperatore, un uomo di stato, dopo di lui gli augusti saranno quasi tutti delle comparse ...

In Milano il 17 gennaio (dopo aver assicurato la tutela dei figli al magister militum, il van­dalo Flavio Stilicone) muore, assistito da Ambrogio nel palazzo imperiale, Teodosio. Quaranta giorni dopo, il 25 febbraio, al co­spetto del giovanissimo figlio e augusto, Onorio, e anche alla presenza di Stilicone e della corte intera, il vescovo Ambrogio ce­lebra la funzione funebre in onore dell’im­peratore scomparso e benedice la salma in partenza per Costantinopoli. Nel discorso fu­nebre (De obitu imperatoris Theodosit) af­fiora la preoccupazione della chiesa che la corte possa lasciare la città, magari spo­standosi ad oriente.

 

 

Ora anche Ambrogio è alla fine della sua missione. Per ben dodici anni del suo epi­scopato (durato in tutto ventiquattro anni, 374-397) è stato il vescovo della corte im­periale, l’unico e più alto rappresentante della chiesa in tutto l’impero. Nella sua per­sona, per un insieme di circostanze, si sono riunite funzioni e prestigio ad un altissimo li­vello, mai più raggiunto. Ecco perché la sal­ma che parte per Costantinopoli si porta via gran parte del significato della missione del vescovo milanese.

 

 

A Costantinopoli intanto la notizia della mor­te di Teodosio preoccupa molto il capo del governo Rufino che teme la reazione di Sti­licone. Ma Stilicone, in primavera, ha altro a cui pensare. È alle prese con affari impor­tanti di politica estera e interna: i due augusti sono in tenera età, le due parti dell’impero sarebbero da riunire sotto un unico coman­do sia militare che politico, ma il generale sa bene che a Costantinopoli opera Rufino, ov­viamente, ostile, mentre dalla penisola bal­canica ha notizia del ritorno di Alarico con i suoi Goti (reduce dalla battaglia del Frigi­do), carichi di bottino per le troppe requi­sizioni effettuate sulla via del ritorno (e pre­sto tramutatesi in aperto saccheggio).

 

 

A par­ziale discolpa di Alarico occorre notare che i Goti in Tracia trovano una situazione di­sastrosa: le loro sedi sono state tutte di­strutte da gruppi di barbari (a maggioranza Unni) che hanno nei mesi della primavera at­traversato il Danubio. Oltre a questi pro­blemi giganteschi, attinenti alla sicurezza militare del territorio, c’è un’altra spina nel fianco di Stilicone: a Milano, sopravvive co­me una roccia, il vescovo Ambrogio, che non nutre soverchia simpatia per il semi­barbaro ufficiale di Teodosio.

 

A Costantinopoli intanto si intrecciano affa­ri dinastici e avvisaglie militari.

 

- La dinastia (orientale) cerca una sua risi­stemazione: dopo il periodo di lutto, il 27 aprile, l’altro figlio di Teodosio, l’imperato­re Arcadio, sposa Elia Eudossia (figlia del franco Bautone) colpendo gli equilibri che si erano venuti consolidando a corte. Rufino, capo del governo, oriundo della Gallia, gran­de accumulatore di ricchezze, vede svanire le speranze di far sposare sua figlia ad Ar­cadio e pensa di vendicarsi col togliere di mezzo l’eunuco di corte Eutropio, colui che aveva organizzato il matrimonio.

 

- Per quanto riguarda la tenuta del foedus con i Goti la scomparsa di Teodosio azzera tut­ti i giochi. Per di più illimes orientale è qua­si sguarnito, dato che gran parte delle trup­pe comitatensi aveva seguito Teodosio in Italia e qui ancora vi staziona. Bande di Un­ni, nel frattempo, imperversano impunite per tutta l’Asia minore. Pure il Danubio (co­me abbiamo accennato pocanzi parlando di Alarico e dei suoi Goti) viene attraversa­to dai Marcomanni che devastano alcune province della Pannonia giungendo fino al mare Adriatico.

 

 

Alarico è pronto ad appro­fittare della situazione. Davanti a sé ha un ter­ritorio devastato, un popolo che reclama vendetta. Prontamente riorganizza i suoi, medita sul da farsi dopo una campagna mi­ litare che lo ha profondamente offeso (il suo contingente aveva sopportato le perdite più numerose nella battaglia del Frigido). Pur essendo giovane, il capo goto ha intelligen­za politica e carisma di leader del suo po­polo. Capisce di trovarsi di fronte ad un cambiamento nei rapporti con l’impero. È deluso per aver offerto alla dinastia un aiu­to e per non aver ricevuto in cambio alcun vantaggio tangibile (anche le indennità ali­mentari sono in forse) in relazione alla iden­tità nazionale del suo popolo. È altresì offeso per la troppo evidente strumentalizzazione e per le mancate regalie promesse.

 

 

Al suo co­mando i Visigoti si ribellano, devastano in parte la penisola balcanica e giungono (nel mese di marzo) davanti a Costantinopoli. Qui, privi di tecniche di assedio, indeboliti da una sortita delle truppe orientali, ma so­prattutto appagati parzialmente da un ri­scatto in oro, decidono di ritirarsi nell’Illiri­co.

 

 

A Milano le notizie che giungono dalle pro­vince orientali creano molta preoccupazio­ne. Stilicone capisce che se vuole imporre la sua tutela ad Arcadio, per ripristinare un minimo di unità dell’impero, deve sbaraz­zarsi di tutti gli impedimenti militari nell’a­rea. E, primo fra questi, l’ex alleato Alarico. Il generale romano prepara in gran fretta una spedizione militare. Le sue truppe par­tono nello stesso periodo in cui i Goti di Alarico si stanno ritirando da Costantino­poli.

 

 

Ma Alarico è molto bene informato e pos­siede una visione chiara dei rapporti di for­za: nota che Stilicone entra in dissidio con la corte orientale che rifiuta di riconoscere la sua reggenza su Onorio (a causa della poco chiara questione della rivendicazione occi­dentale sulle diocesi di Dacia e Macedonia). Alarico capisce cioè che può inserirsi nel contrasto tra le due parti dell’impero e fare il suo gioco. Manco a farlo apposta c’è un al­tro attore che non aspetta altro che di tra­mare per aumentare il suo potere: il prefet­to orientale Rufino. Costui, con i suoi consigli interessati, spinge Alarico ad insediarsi en­tro la diocesi di Macedonia onde poterla sottrarre alle mire di Stilicone e dell’Occi­dente. Alarico inizia l’attacco alla Grecia nel marzo.

 

 

Le sue truppe, giunte nella pianura di La­rissa, si barricano dietro ai carriaggi e at­tendono il preannunciato arrivo dell’eserci­to di Stilicone. Che infatti sta arrivando dal nord con le truppe, in maggioranza orienta­li, appartenenti al comitatus di Teodosio e che erano rimaste acquartierate per breve tempo nel nord dell’Italia. Raggiunte le ban­de visigote nel nord della Tessaglia (mese di maggio), dopo alcuni mesi di studio reci­proco, Stilicone si appresta a dar battaglia (seconda metà di agosto). Ma da Costanti­nopoli (siamo nel mese di settembre) arri­vano i messi imperiali: un ordine di Arcadio impone al generale romano di restituire le truppe orientali e di evacuare le diocesi del­l’Illirico. Stilicone, che pensa politicamente ma che è anche un militare, a malincuore ob­bedisce. È evidente ormai che i due gover­ni, l’occidentale e l’orientale, hanno due strategie diverse (e sotterraneamente con­flittuali) e la politica verso le popolazioni barbare li divide profondamente.

 

 

 

È importante a questo punto capire perché Stilicone si piega al diktat orientale. Perché la moglie Serena e i figli erano ancora a Co­stantinopoli o perché pensava di poter usa­re Alarico nel futuro quale foederato (del re­sto assai inaffidabile) o per la indisciplina del­le truppe (che non bisogna dimenticare so­no truppe di provenienza orientale)? Forse tutti e tre i quesiti hanno un loro parziale fon­damento. Resta il fatto che le truppe orien­tali (dopo circa due mesi passati in Tessaglia per la divisione e riorganizzazione dei re­parti) tornano effettivamente (nel mese di novembre) a Costantinopoli. Arcadia le pas­sa in rassegna accompagnato dal prefetto Ru­fino.

 

 

È il 27 novembre, un giorno fatidico, in cui le tensioni politiche tra i gruppi di potere, ac­cumulatesi nei mesi precedenti, portano al­la resa dei conti finale. Il goto Gainas, a ca­po delle truppe barbare, devoto a Stilicone, uccide di suo pugno davanti all’imperatore l’odiato Rufina. L’imperatore, fortemente scosso, non osa replicare. Nessuna conse­guenza per l’omicida: l’assassinio è un affa­re di stato che viene seppellito a causa dei rapporti di forza tra le parti politiche. Del re­sto la politica economica di Rufina, il suo ec­cessivo rigorismo fiscale aveva suscitato l’odio contro lo stato nella popolazione, pro­vocando non pochi danni alla compattezza della società civile romano-orientale.

 

- In Gallia il prefetto è Flavio Vincenzo.

 

- In Africa Gildone avverte la crisi politica che scuote nelle fondamenta l’impero: i due figli di Teodosio, Onorio sotto la tutela di Stili­cone, e Arcadio sotto quella di Rufino, sono figure ritenute scialbe e inconcludenti. E lui, principe mauro dalle grandi ambizioni, ac­carezza sicuramente il progetto di separare l’Africa da Roma. Giudica che il momento è arrivato. È solo questione di scegliere una tattica opportuna affinché la ribellione sia ef­ficace. Gildone gioca con astuzia la carta dei rifornimenti granari alla capitale, limita i movimenti delle navi, dà la colpa al tempo, ai ritardi causati da altri, ma intanto tira la corda del ricatto alimentare provocando il panico nella classe senatoria e l’ira delle ple­bi romane.

- La carta che ha in mano Gildone produce i suoi effetti. A Roma sempre più pesante di­venta la situazione alimentare e la plebe mi­naccia ora apertamente una rivolta. I sena­tori preferiscono evitare il soggiorno in città. Molti nobili fuggono in campagna. Una assegnazione di grano per venti giorni e la distribuzione di un quantitativo di car­ne fiscale rasserenano gli animi. Resta solo il timore per la penuria di olio fiscale.