MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

396: Ormai le due parti dell’impero si sentono estranee e la politica estera ne risente ...

 

 

 

 

Il primo dell’anno arriva a Milano una am­basceria del senato di Roma per festeggiare l’inizio del terzo consolato di Onorio. Il pa­gano Claudio Claudiano che fa parte del gruppo diventa, dopo la sua celebrazione dell’evento, il poeta di corte. Dopo l’ambasceria di Roma arriva pure quella di Co­stantinopoli (si festeggia infatti il consolato comune di Aracadio ed Onorio). Il governo orientale cerca di riallacciare buoni rapporti con Stilicone.

 

 

A Costantinopoli l’eunuco Eutropio, stori­co (magister memoriae) e già proconsole dell’Africa, è il nuovo favorito di Arcadio do­po la morte di Rufino. In accordo con la pars barbarica invia in esilio i generali romani Timasio e Abundanzio, già validi aiutanti di Teodosio, e piazza propri uomini alle mas­sime magistrature civili. Vengono date delle feste in occasione del­ l’anniversario di Onorio, per esaltare l’ar­monia degli imperatori. Una emissione mo­netaria porta la scritta “Salus Orientis, felicitas Occidentis”. Si può considerare questo anno come l’ultimo per le buone relazioni tra le due parti dell’impero. (Mazzarino pag.67)

 

 

Dopo il ritorno dall’oriente Stilicone compie un viaggio in Gallia, visita AreIate, Treviri, Lugdunum. Si comincia a pensare allo spo­stamento della capitale della Gallia da Treviri ad Arelate (Arles). Stilicone è convinto che la difesa gallica ha un senso solo in funzio­ne della difesa dell’Italia e dà ai patti di foe­dus coi barbari un valore assoluto. Il viaggio di Stilicone, secondo il poeta Claudiano, è un trionfo: i reges barbari accorrono e pare quasi supplichino il generale per ottenere un foedus. Esagerazioni poetiche a parte, con molta probabilità. Stilicone riesce a raffor­zare le fila del suo esercito, ottenendo uomini e disponibilità ad un accordo da parte dei suoi interlocutori. Poco dopo rientra a Mi­lano, viene informato degli ultimi sviluppi della situazione in oriente e organizza la spedizione contro i Goti di Alarico.

- Prefetti d’Oriente Eutichiano e Cesario.

 

 

 

 

397

Stilicone tenta la carta degli aiuti militari: la posta in gioco è la vittoria sui Goti o una alleanza strategica, per andare lontano ...

Stilicone, attenuatisi i contrasti con la corte orientale, guida un’altra spedizione militare di soccorso in oriente per aiutare le forze del­ l’imperatore Arcadio ad avere ragione di Alarico e dei suoi Goti. Insediatisi provviso­riamente nel Peloponneso quest’ultimi han­no messo a soqquadro quasi tutta la Grecia.

 

 

Per Costantinopoli è più che mai urgente (si tenga sempre presente il perdurante pe­ricolo unno a nord) riprendere in mano la si­tuazione militare. Stilicone con le sue trup­pe sbarca nel Peloponneso. Dopo innume­revoli appostamenti e alcuni scontri secon­dari riesce a far mancare viveri ed acqua al­le truppe di Alarico e le blocca sulle mon­tagne del Foloe in Arcadia. Ma tra i capi dei due schieramenti ancora una volta si arriva ad un accordo. Stilicone in base ai nuovi patti sottoscritti ritira il suo esercito.

 

 

Eu­tropio, a capo del governo romano orienta­le, sta intanto manovrando per fare dichia­rare Stilicone hostis publicus. Ci riesce e Sti­licone deve proprio uscire dal territorio im­periale orientale. Appena uscito di scena Stilicone il fronte goto si rimette in movi­mento. Alarico provoca così tanti danni nell’Epiro che il governo di Costantinopoli è costretto ad autorizzare la stipulazione di un foedus estremamente vantaggioso per i Go­ti. Questi ottengono di insediarsi nel centro della Macedonia. Alarico, il loro re, nel me­se di luglio ottiene il titolo di comandante su­premo per l’Illirico (magister utriusque mili­tiae per Illyricum).

 

 

In questa veste, divenuto giudice, può ora disporre delle fabbriche di armi e degli arsenali militari romani orientali per permettere ai suoi Visigoti di rifornirsi. A questo punto è chiaro, anche giuridica­mente, che un eventuale conflitto con lui si configurerebbe come guerra civile. Ma que­sta mossa a poco servirà. Il governo orien­tale di Costantinopoli considerando Stilico­ne hostis publicus leva le castagne dal fuoco ad Alarico ma si condanna ad una sovra­nità dimezzata sul territorio. Tutto è com­piuto sul filo del diritto ma la realtà è più pe­sante. Tra i due imperi ci sono ora le pre­messe per un grave incidente politico e mi­litare, la posta in gioco è il controllo sulle pro­vince dell’Illirico. Ma per fortuna un altro fronte di crisi si apre in Africa e Stilicone de­ve pensare a salvare il salvabile nel granaio di Roma.

 

 

In Italia il 15 aprile un decreto imperiale di­retto al Senato stabilisce che, ove le navi che trasportano frumento siano costrette dagli eventi a sostare sulle coste dell’Africa, il carico da esse trasportato non può pren­dere nessuna destinazione diversa da Ro­ma. È un provvedimento che svela il carat­tere di gravità connesso al problema del­l’approvvigionamento di grano. Ma ormai il problema di base, quello politico, sta ve­nendo alla luce.

 

 

Infatti nell’autunno, in Africa, Gildone, prin­cipe mauro e grande proprietario terriero (nel 385 era stato nominato magister utriu­sque militiae per Africam per avere aiutato Teodosio a reprimere la rivolta guidata dal fratello Firmo, anni 373-375) e che già dal 395 aveva diminuito le spedizioni di grano a Ro­ma, rompe i contatti con la corte di Onorio, blocca del tutto i rifornimenti e fa una mos­sa che lo compromette definitivamente. En­tra nella sfera d’influenza di Costantinopoli con il riconoscimento dell’autorità del solo Arcadio.

 

 

Gildone nella sua rivolta può con­tare sulle truppe romane che - secondo la No­titia Dignitatum - sono stanziate in Mauretania e soprattutto su un blocco sociale che ve­de nella chiesa donatista (e nei proprietari terrieri) i suoi diretti referenti, tutti sogget­ti questi animati da una profonda ostilità e resistenza alla completa romanizzazione. Eutropio, ispiratore della politica del go­verno orientale, e ispiratore della rivolta, si guarda bene però dal concedere a Gildone aiuto militare ma allo stesso tempo sceglie la via diplomatica per esercitare pressioni su Onorio perché venga evitata una soluzione della crisi basata sulla forza.

 

 

Nell’ottobre il senato di Roma viene investito da Stilicone della grave questione. Con l’Africa fuori con­trollo Roma e le diocesi italiciane rischiano la fame. La questione è strategica e necessita di risposte adeguate. La Curia, preoccupa­tissima, (su consiglio di Simmaco) nono­stante le pressioni dell’Oriente, dichiara Gil­done hostis publicus e autorizza il governo im­periale ad effettuare una spedizione militare.

 

 

Onorio (autunno-inverno) parla a Pisa da­vanti alle truppe schierate e che fanno par­te del contingente destinato a partire per l’Africa. È da notare che la preparazione della spedizione non è certo un fatto im­provviso ma appare concertata con cura. È quindi una decisione politico-militare presa prima ancora che Gildone compia il gesto di rottura. È evidente che il governo imperia­le considerava da tempo la questione afri­cana del tutto compromessa: nel mese di giugno (e poi anche in settembre) infatti (parecchi mesi prima dell’annuncio del bloc­co da parte di Gildone) si erano date preci­se disposizioni per la leva militare con l’ob­bligo per i senatori a fornire uomini.

 

 

In Italia il senato, già dalla fine del mese di maggio, avvia le pratiche per chiedere il tra­sferimento della corte a Roma. Ma il prefet­to del pretorio, Teodoro, milanese, aiuta i gruppi intransigenti del nord per opporsi alla paventata eventualità. Il senatore paga­no di Roma, Simmaco, per contro, cerca aiu­to tra altri senatori e possidenti. Alla fine Mi­lano la spunta ma la Aemilia viene staccata dalla provincia Liguria, diminuendo il peso territoriale milanese.

 

 

- Stilicone organizza il rifornimento della ca­pitale facendo arrivare grandi quantitativi di grano dalla Sardegna, dalla Gallia e dalla Spagna.

- Un notabile di Selge, Valentino, organizza un esercito di contadini e di schiavi e resiste con successo alle truppe gote di Tribigildo.

- Prefetti d’Oriente Eutichiano e Cesario.

- In Italia il prefetto del pretorio è Flavio Man­lio Teodoro.

- Il vescovo di Milano, Ambrogio, muore il 4 aprile.

 

 

 

 

 

398

L’Africa val bene una guerra e per il grano anche Onorio si muove, anche perché si rischia di regalare i territori all’Oriente ...

In Italia il quarto consolato di Onorio inizia con una spedizione militare: infatti tutti i gruppi politici e di pressione sono d’ac­cordo per dare una risposta alla sedizione di Gildone. Perfino gli ambienti cattolici anti­stiliconiani dell’Italia Cisalpina appoggiano, con toni da crociata, l’iniziativa. Tale ap­poggio è probabilmente dovuto a interessi economici, cioè al fatto che l’Italia Cisalpina, in mancanza del grano africano, avrebbe dovuto sobbarcarsi il peso del rifornimento annonario di una città (di centinaia di mi­gliaia di abitanti) come Roma. Ma la pompa magna con cui Stilicone e Onorio celebrano la loro politica-spettacolo in Roma fa na­scere gravi malumori nella capitale d’Italia e di Occidente, Milano, che si sente un po’ tradita. Per di più Stilicone deve fare i con­ti con una Milano cristiana contrapposta ad una Roma ancora paganeggiante.

 

 

Stilicone, in primavera, invia in Africa una for­za ben organizzata ma esigua, la legione Au­gusta, sei auxilia palatina, le coorti Herculea, lovia, Nervia, Felix, Invicta, Leones. Tutti uo­mini già appartenenti all’esercito gallico di Eugenio, lo sconfitto usurpatore. In tutto circa cinquemila uomini. Il comandante ro­mano sceglie però di affidare l’armata al fra­tello di Gildone, Mascezel. Tale scelta è mo­tivata dall’odio profondo che divide i due fra­telli.

 

 

Mascezel, infatti, durante la rivolta su­scitata dall’altro fratello Firmo, avvenuta ne­gli anni 373-375, era stato dalla parte dei ribelli, contro Roma. Alla fine della guerra si era però sottomesso e i suoi due figli erano stati presi in forza nell’esercito africano. Cat­tolico, in contatto con Agostino (poi vesco­vo di Ippona), disapprova la condotta poli­tico-religiosa del fratello Gildone, gli assas­sinii, gli espropri di proprietà di senatori cattolici e il favoreggiamento sfacciato ver­so il donatismo. Per gravi dissensi è co­stretto alla fuga in Italia ma lascia i figli in Afri­ca. Gildone, che in Africa intanto spadro­neggia (è comes e magister militum dall’anno 385), fa uccidere i figli di Mascezel. Stilicone, quindi, visti i precedenti, sceglie di cavalcare la tigre del rancore tra fratelli. È una scelta politica che punta a dividere il fronte socia­le africano che sostiene la ribellione di Gil­done.

 

 

L’armata romana, dopo lo sbarco, prende rapidamente posizione. Il contingente, pur guidato da Mascezel, che conosce bene il ter­reno, è tuttavia inferiore di numero all’eser­cito avversario, anche se è stato rimpolpa­to da elementi presi sul posto (forse la ca­valleria che mancava nel contingente invia­to dall’Italia). Gildone, da Cartagine dove è mal visto, si sposta nei territori ad ovest dove gode di simpatie tra la popolazione e dove il territorio è a lui più favorevole anche per la conoscenza dei luoghi. Alla metà di aprile avviene lo scontro tra i due schiera­menti. Nonostante una leggera inferiorità numerica Mascezel riesce a sconfiggere il fratello Gildone nella battaglia presso il fiu­me Ardalio, vicino a Teveste, a sud di Zama (in Numidia).

 

 

Gildone cerca scampo nella fuga in mare. Costretto ad accostare viene però catturato nei pressi di Thabraca e uc­ciso (altri storici coevi narrano invece del suicidio subito dopo la sconfitta). Oltre a Gildone perde la vita anche il vescovo Ottato, già suo vecchio alleato fin dal 388, primate della chiesa donatista africana, responsabi­le del fanatismo religioso e sociale dei cir­concellioni. Incautamente Mascezel, non co­noscendo probabilmente le nefandezze del­la politica romana, si imbarca per l’Italia per ricevere gli onori della vittoria.

 

 

Stilicone lo fa accogliere con grandi onori ma poi lo af­fida alle sue guardie. Mascezel muore anne­gato in un fiume, pagando il prezzo della sua collaborazione e della sua ingenuità. In­tanto in Africa si procede alla riorganizza­zione delle province e dell’esercito. I beni di Gildone vengono incamerati al patrimonio imperiale (viene addirittura istituito un co­mes Gildoniaci patrimonii che probabilmente destina i fondi alla manutenzione degli ac­quedotti). Nella società si scatena una on­data di vendette che però vengono tenute a freno dalle autorità. Il contingente inviato in Africa viene fatto ritornare in Italia. Il co­mando supremo africano viene declassato a comitiva rei militaris e messo sotto il con­trollo di un magister praesentalis (nel 401 verrà affidato al fratellastro di Stilicone, Ba­tanario).

 

 

In Italia, frattanto, Stilicone rafforza la sua presa sul governo per mezzo delle nozze di sua figlia Maria (avuta da Serena) con Ono­rio. L’esercito sotto la guida di Stilicone vie­ne completamente riorganizzato. Ridotti i poteri dei comandanti militari e mutati i si­stemi di difesa. Si cerca una apertura diplo­matica con le grandi famiglie aristocratiche.

 

 

- In oriente Eutropio, eunuco di corte, alla di­rezione politica dell’impero, riporta vittorie sugli Unni meritandosi il rango di patrizio. Ma il potere gli causa le vertigini e lui esagera nominandosi da sé console per il 399 ed in­traprendendo una lotta sorda e brutale con­tro ambienti del senato.

- Prefetti d’Oriente Eutichiano e Cesario.

- La situazione del grano a Roma non miglio­ra di molto e la plebe rumoreggia. In tutto l’impero vengono registrati strani presagi, terremoti e perturbazioni atmosferiche che colpiscono molto l’opinione dei contem­poranei, siccità nei paesi mediterranei e abbondanza di piogge nella valle padana con inondazioni disastrose. Il 398 passa al­la storia come annus monstrifer.

 

 

 

 

399

L’Oriente è in preda al caos: generali, barbari ed eunuchi di corte sembrano fare a gara per chi scava la fossa più grande all’impero ...

Nella Frigia (Grecia) i Greutungi, un popolo da cui i romani hanno tratto numerosi soldati (fino a formare addirittura una legione), si ri­bellano. Tribigildo, il loro capo, riceve un ri­fiuto alla richiesta di un compenso adegua­to per i servigi arrecati all’impero. E la mas­sa dei connazionali lo segue in una ribellio­ne che diventa presto rapina e saccheggio per numerose province dell’Asia Minore.

 

 

Il governo di Costantinopoli in un primo mo­mento cerca di intavolare trattative diplo­matiche, poi dopo il fallimento di queste ri­sponde alla ribellione con l’invio di truppe, peraltro tutte di provenienza barbarica. Non sono però queste forze a rappresentare una minaccia per Tribigildo ma sono le truppe ir­regolari di autodifesa che sbaragliano il suo esercito, lo accerchiano, costringendo egli stesso alla fuga con pochi superstiti. Tribi­gildo nonostante questo insuccesso è però in grado di trovare sostenitori, sia nell’e­sercito imperiale che gli viene inviato contro, che nelle campagne dove sono molti i Goti, sia schiavi che liberi.

 

 

La rivolta si estende e il governo cerca di correre ai ripari affidan­do l’incarico della repressione ad un uffi­ciale senza scrupoli, Gainas, anch’esso Go­to, ma la cui ambizione, diversamente da Tribigildo (che può essere considerato un au­tonomo per l’impero), è quella di scalare il potere alla corte di Costantinopoli. Gainas viene nominato magister militum, affiancato da un altro magister, Leone, cui spetta il compito di attaccare i ribelli in Asia. Ma la si­tuazione precipita per Leone che viene scon­fitto non si sa se solo dai ribelli o anche dal concorso di truppe inviate dall’infido Gainas (il cui vero scopo è quello di eliminare Eu­tropio e salire nelle posizioni di potere).

 

 

- A Milano il vescovo Simpliciano cerca di ostacolare i tentativi da parte dei circoli se­natori e pagani di riportare la corte a Roma.

 

- In Africa la situazione sociale e politica sten­ta a ritornare del tutto normale. Vi sono molti partigiani di Gildone nelle carceri ro­mane, il dissidio tra chiesa donatista e chie­sa cattolica resta forte. Anzi la ripresa della predicazione cattolica si sposa alle misure re­pressive decise dallo Stato. Il 17 maggio l’im­peratore dà un ulteriore giro di vite nella lotta contro l’eresia manichea.

 

 

Il 19 maggio a Cartagine vengono distrutti tutti i templi pagani. L’operazione è coordinata dal co­mes Africae Gaudenzio (padre di Aezio, na­to nel 390, che sarà poi, come si vedrà nel­le note agli anni 420 e seguenti fino al 454, il principale responsabile dello stato romano d’Occidente) con la collaborazione del comes Giovio, inviato appositamente da Roma. Il 25 giugno viene pubblicato l’elenco delle pene contro chi violi i privilegi della chiesa e del clero cattolico. Un altro grave problema agi­ta i responsabili dell’ordine pubblico: le in­cursioni di popolazioni provenienti dal de­serto. Un decreto del 20 luglio dà notizia al prefetto del pretorio dell’Italia, Messala, di gravi scontri con appartenenti alle tribù afri­cane dei Saturiani (Austuriani) e dei Suba­frenses nel territorio della Tripolitania.

 

 

 

 

400

A Costantinopoli è tempo di congiure, generali barbari felloni e cortigiani inaffidabili si coalizzano per scalare il potere ...

In occidente Stilicone cambia tattica: con­clude un patto di alleanza (foedus) con i Vi­sigoti di Alarico che devono impegnarsi a non oltrepassare il confine tra l’Illirico e la Pannonia.

 

Il vescovo di Cirene, Sinesio, tiene a Co­stantinopoli un discorso intorno all’impero dai toni fortemente antibarbarici.

 

 

A Costantinopoli Eutropio, quaestor sacri pa­latii, perde la protezione di Eudossia (figlia del generale franco Bautone e moglie di Ar­cadio, l’augusto orientale) nominata augusta il 9 gennaio. Gainas cerca di usare come mezzo per la scalata al potere il ribelle Tri­bigildo, che è pur sempre un goto come lui. Ora che è stato nominato comandante in capo dell’esercito (viene ricompensato con la nomina alla carica di magister militum praesentalis) ha il compito di riportare l’or­dine nelle province. Ma è suo interesse la­sciar crescere la rivolta fino al punto di di­chiarare di non essere in grado di control­lare la situazione. A meno che non si ri­muova Eutropio. La caduta di Eutropio (lu­glio) è quindi favorita da Gainas ed è anche dovuta al fatto che Eutropio aveva litigato con Eudossia e si era attirato l’odio della nobiltà senatoria. Il troppo potente eunuco alla fine viene esiliato (e poco dopo ucciso su richiesta di Gainas).

 

 

La fase politica e militare che si apre subito dopo la caduta di Eutropio è assai impor­tante poiché rappresenta il punto più alto a cui possa giungere un ufficiale di origine barbara all’interno degli organismi e gerar­chie dell’impero romano orientale.

 

 

Dunque Gainas che è ufficiale superiore ro­mano (le sue qualifiche parlano chiaro) que­sta fase la gioca trattando con l’imperatore sempre a nome di Tribigildo (suo conna­zionale). L’esercito personale di Gainas si muove attraverso la Frigia sino alla Lidia. Tri­bigildo con le sue schiere fa la stessa cosa. Presso Teatira i due eserciti si riuniscono e sembrano muovere contro la città di Sardi. C’è da dire però che, nello stesso momento, sul fronte della lotta contro i briganti Isauri è impegnato un altro ufficiale, il magister mi­litum per Orientem Fravitta. Dunque i movi­menti sospetti possono essere visti in una lu­ce diversa. In ogni caso i due Goti svernano a Teatira.

 

 

L’esito della lotta politica tra le due fazioni in cui era diviso il senato blocca però le mi­re di Gainas, ispirato ed influenzato per la ve­rità da Eutichiano, prefetto del pretorio, che gli fa credere di essere accusato di alto tra­dimento. La fazione antibarbarica capeg­giata dal senatore Aureliano (e di cui fa par­ te l’imperatrice Eudossia, il comes Giovanni e il vecchio senatore Saturnino), espressio­ne degli interessi della nobiltà senatoria e fondiaria, ha la meglio su quella di Cesario. Costui, fratello dello stesso Aureliano, con­sidera i barbari un utile strumento per la conquista della direzione politica dell’im­pero.

 

 

Aureliano viene nominato prefetto del Pretorio al posto di Eutichiano e addirittura console dell’impero alla pari con Stilicone. Gainas è costretto (versione di Sinesio) dal­la situazione, stante l’iniziativa di Eutichia­no e della fazione senatoriale di Cesario, a giocare a carte scoperte o meglio a infran­gere l’ubbidienza. È il colpo di stato. Gainas unisce le sue truppe ai rivoltosi di Tribigil­do, passa gli Stretti e marcia su Costantino­poli chiedendo la consegna di Aureliano e di altri suoi nemici.

 

 

L’imperatore Arcadio cede, Aureliano va in esilio, Eutichiano resta prefetto del pretorio e Gainas entra nella capitale con le sue trup­pe gote e con i foederati di Tribigildo. Il se­natore Cesario diventa l’altro prefetto del Pretorio. Gainas però dura solo sei mesi. Nonostante avesse avuto cura di tenere lon­tani i reggimenti romani (nella capitale co­munque sono acquartierati i contingenti del­le scholae palatinae, i reggimenti della guar­dia di Arcadio) si preoccupa della sua sicu­rezza. Il magister barbaro constata che Co­stantinopoli è una trappola mortale, avver­te che monta l’odio contro di lui (d’altra parte ha fatto saccheggiare le banche, in­cendiato il palazzo imperiale e richiesto che fosse assegnata al culto ariano una chiesa cattolica. (Si era comportato da militare in un paese in guerra, non da politico. Ora ne pa­ga le conseguenze). 

 

 

L’insicurezza di Gainas a Costantinopoli au­menta di giorno in giorno. Lo sganciamento delle sue truppe dalla città (una metà del suo esercito è infatti all’interno delle mura e c’è anche il problema dei civili Goti intrappola­ti in una città ostile) è ormai diventato indi­lazionabile. Ma l’operazione di uscita dalla capitale di gran parte dei Goti non riesce poiché Gainas commette l’errore di far capire agli abitanti di Costantinopoli di voler riunire i civili Goti e tutto il suo esercito (almeno die­cimila persone).

 

 

Nonostante i Goti cerchino di uscire a piccoli gruppi, per non dare nel­l’occhio, scoppiano incidenti con i cittadini. Il 12 luglio una furibonda lotta si accende nel­le strade. I cittadini si gettano coraggiosa­mente addosso ai Goti, civili e militari, che devono rifugiarsi in una chiesa. In questo frangente non è chiaro il comportamento tenuto dal vescovo Giovanni Crisostomo. Sembra che questi Goti avessero ottenuto da lui il permesso ma, nonostante il diritto d’a­silo, e la presenza dell’ecclesiastico, la chie­sa viene data alle fiamme con tutti i suoi settemila occupanti.

 

 

Dopo questi tragici fatti il fuggiasco non è an­cora considerato legalmente un ribelle (la po­litica ha i suoi tempi). Poi, su responsabilità comune dell’imperatore Arcadio e del sena­to, viene nominato un altro magister mili­tum al posto di Gainas. Il nuovo comandan­te in capo, Fravitta, è sempre un goto, ma questa volta pagano. Fravitta, del resto, è un uomo fedele all’impero: aveva reciso i lega­mi con il suo popolo da tempo, inoltre ave­va servito a lungo sotto Teodosio in Orien­te.

 

 

Gainas, intanto, nonostante la disfatta di Costantinopoli, riesce a sfuggire alla caccia delle truppe del nuovo magister e con i suoi tenta di raggiungere la Tracia. Ne viene im­pedito dalle milizie di autodifesa. Si sposta allora verso l’Asia Minore per riunirsi con i Goti quivi stanziati da tempo. Anche questo tentativo (in mancanza di navi) abortisce sul nascere, poiché una flotta romana in­terviene e decima le sue truppe, sorprese a manovrare su zattere improvvisate. Al ri­belle (che ora viene indicato da Arcadio co­me hostis publicus, dopo il fallimento di trat­tative segrete avviate per farlo ritornare nel­la legalità) non resta che dirigersi con i su­perstiti verso il nord, attraversare nuova­mente la Tracia per tentare di uscire dai confini dell’impero, verso la patria gotica. La manovra gli riesce ma, al di là del Danubio, trova la morte, in uno scontro con una ban­da di Unni di Uldin.

 

 

Con la morte di Gainas (avvenuta nel mese di dicembre) si chiude definitivamente una crisi gravissima, che ha visto il pericoloso connubio tra esercito (barbarico) e Palazzo a scapito del Senato. La rottura istituziona­le, un vero shock per i contemporanei, vie­ne alla fine superata con il riequilibrio dei po­teri e l’affermazione del ritrovato prestigio del Senato di Costantinopoli. L’imperatore Arcadio può così richiamare Aureliano alla prefettura del Pretorio. Un cambiamento ra­dicale nella politica interna ed estera ora si impone, nell’impero d’Oriente nulla sarà più come prima. II problema barbarico viene perciò esaminato e gestito con altri uomini e in altri modi.

 

- A Roma, prefetto Nicomaco Flaviano (gene­ro di Simmaco), difficoltà per il rifornimen­to del vino.

- Nel marzo-aprile nei cieli appare una come­ta, seguita con apprensione dalle popola­zioni dell’impero.