401: È arrivato il momento per il grande Alarico, ora re effettivo di un popolo che diventa sempre più nomade e bellicoso ...

 

 

 

 

A Costantinopoli il governo guarda con at­tenzione (e apprensione) agli Unni di Uldin, responsabili della morte di Gainas. La testa dello sfortunato fuggiasco viene spedita, gentile omaggio, nella capitale d’Oriente ove arriva il 3 gennaio. A Uldin, attento regista dell’operazione, vengono immediatamente spediti doni e una ambasceria per conclu­dere un trattato. All’interno della società ro­mano-orientale, intanto, gli effetti emotivi del dopo-Gainas non accennano a placarsi. II sentimento ostile ai Goti cresce sempre più fino a indurre l’imperatore Arcadio a con­gedare il magister militum Fravitta, sia a cau­sa dei suoi legami con Stilicone, sia per la sua appartenenza ad un popolo ormai trop­po odiato. Fravitta, perso il favore di Arca­dio, viene immediatamente giustiziato. È la prima vittima illustre della nuova fase poli­tica.

 

- Il figlio di Arcadio e di Eudossia, Teodosio Il, nato da pochi mesi viene fatto augusto.

 

Nell’Illirico (precisamente dall’Epiro), il 18 no­vembre Alarico, privato dei sussidi da Ar­cadio, conscio di averne perso definitiva­mente il favore (o forse intimorito per il pe­ricolo crescente delle incursioni degli Unni di Uldin, alleati di Costantinopoli) e alle prese con una grande penuria alimentare, rom­pe il patto di alleanza (foedus) stipulato con Stilicone e si dirige con tutto il suo popolo, donne e bambini, compreso tutto il bottino degli anni precedenti, verso l’Italia, appro­fittando della spedizione del generale ro­mano in Raetia e nel Noricum contro Vandali e Alani.

 

 

Varcate con grande rapidità le Alpi Giulie (il che conferma che le difese del val­lo vengono superate agevolmente), dopo aver vinto Stilicone al Timavo e aver preso dopo un breve assedio Aquileia (Onorio in questo frangente è ad Altino), percorre la Po­stumia e si dirige a Milano. Si accampa tra la città e l’Adda, ma lontano dalle sue mura. A Roma si restaurano e rafforzano le mura. È la prima grande invasione dopo quella del­l’anno 270. L’effetto è un panico generalizzato che si diffonde in tutta la penisola. La corte di Onorio (corso di gran fretta a chiudersi in Milano) cerca di dirigersi verso Arelate, in Gallia, ma è dissuasa da Stilicone. Arelate, infatti, in questi anni ha assunto una grande importanza politica e militare, diventando in pratica la Roma della Gallia.

 

 

In Gallia tutta l’amministrazione si concen­tra sempre più nel sud lasciando Treviri, città ormai troppo esposta agli attacchi bar­barici. I foedera (patti di alleanza) di Stilicone in Gallia reggono all’urto dei barbari ester­ni. Ciò è dovuto in primo luogo ai fortissimi legami personali di Stilicone con i capi bar­barici, una garanzia fondata sulla fiducia nutrita da questi reges nei confronti dell’in­terlocutore romano. II ritiro dell’esercito re­golare romano da questi stati-cuscinetto evi­denzia la riuscita di questa politica. II confi­ne (limes) regge perché i reges difendono il loro territorio. (Mazzarino, pagg. 90-95)

 

 

- Prefetto della Gallia Protadio.

 

- Prefetti d’Oriente Aureliano ed Eutichiano.

 

 

In Africa, il 13 luglio, viene pubblicato il bando di condanna di Marcharidus, probabil­mente un possidente a capo di qualche mo­vimento ribeIlistico. La situazione resta sem­pre tesa anche se i partigiani di Gildone so­no ormai fuori gioco. Nei concili di Cartagine che si tengono nei mesi di giugno e di settembre i vescovi cat­tolici africani sollecitano il governo impe­riale ad emanare l’ordine di distruzione per i templi pagani ancora esistenti, il divieto per i banchetti caratterizzati da cerimonie reli­giose pagane, la proibizione di tenere spet­tacoli nelle domeniche e altri giorni festivi.

 

 

Ma tutte queste misure non possono na­scondere il fatto che la chiesa cattolica resta minoritaria mentre la chiesa donatista gode, soprattutto in Numidia, di ampi consensi non solo nelle campagne ma anche nelle città! È pur vero che dopo la caduta di Gil­done la parabola discendente del donati­smo è ormai avviata ma in questa congiun­tura di grande confusione sociale molti cat­tolici abbandonano la fede e accettano la disciplina dei donatisti, il cui braccio arma­to, i circoncellioni, persegue una politica di terrore contro i proprietari terrieri. Del resto la politica religiosa dello Stato tende a fa­vorire la chiesa cattolica che in questa con­giuntura mantiene un comportamento am­biguo. Da un lato si cerca il recupero dei donatisti, dall’altro si invitano le pubbliche autorità alla repressione dello scisma.

 

 

402

Ora la partita si gioca in Italia, tra Stilicone, generale simbolo dell’Occidente e Alarico, nuovo re di un popolo nomade ...

Stilicone, raggiunto dalle gravi notizie pro­venienti dall’Italia del nord, ordina una gran­de mobilitazione militare. Dopo aver com­pletato l’approvvigionamento e aver curato l’organizzazione di un esercito composito, dalla Raetia si dirige verso il nord Italia con truppe regolari e foederate (può contare an­che su contingenti di cavalieri alani della Pannonia e da foederati vandali). Attraversa il territorio controllato dai Visigoti (forza il passaggio dell’Adda) e arriva, tra febbraio e marzo, alle porte di Milano.

 

 

Alarico non ac­cetta il combattimento. Leva il campo dai dintorni di Milano e si dirige verso la Gallia. I suoi informatori però gli riferiscono che i valichi alpini sono ormai tutti presidiati dal­le truppe arrivate dalla Britannia e dalla Gal­lia. In questa congiuntura molto incerta Sti­licone riesce a manovrare velocemente. Il tentativo di Alarico di prendere Hasta (Asti) fallisce. L’esercito goto pone il campo due chi­lometri sotto lo sbocco della Stura di Demonte nel Tanaro. In località Pollentia. In questo luogo, la domenica di pasqua del 6 aprile, Stilicone affida il comando al pagano Saulo. Questo ufficiale ne approfitta per un attacco di sorpresa. I Goti, cristiani ariani, non si aspettano un attacco in un giorno di festa e, colti alla sprovvista, sono costretti ad abbandonare il campo con tutto il bottino. Il contrattacco della cavalleria salva il resto della massa appiedata. Nello scontro il co­mandante Saulo resta ucciso. La battaglia la­scia però le due parti su posizioni di forza so­stanzialmente quasi identiche. Vengono av­viate trattative e la diplomazia raggiunge una vittoria che le armi non hanno riporta­to. Alarico si impegna ad evacuare l’area e si dirige poi verso est. Onorio, intanto, subito dopo la vittoria di Pollentia, stima che Milano non sia più sicura e inizia a trasferire la cor­te a Ravenna.

 

 

L’esercito di Alarico viene nuovamente con­tattato da Stilicone nei pressi di Verona nel mese di agosto, dopo il suo ripiegamento. Gli Alani attaccano i Goti di Alarico per primi, costringendo il nemico ad una ritirata in un campo fortificato sulle montagne. Ma la strada del nord viene bloccata da Stilicone lun­go l’Adige: la trappola è scattata. L’esercito goto, che soffre la fame, è roso pure dalle ma­lattie e dalle diserzioni. Parte dei combat­tenti, Ostrogoti o Vesii, passa al servizio del­l’impero.

 

 

Anche alcuni capi Goti (Ulfila e Sa­ro), in disaccordo già da tempo con Alarico, scelgono di arruolarsi nell’esercito di Stili­cone. Per Alarico la battaglia di Verona è una vera sconfitta: ha perso la moglie e i fi­gli (a Pollentia), prigionieri dei romani, il suo esercito ha subìto perdite considerevo­li e non può più, in queste condizioni, con­durre alcun gioco politico-diplomatico. Per sua fortuna ha di fronte un avversario, Stili­cone, che ha una mente politica e che vede distante. Il generale romano, infatti, non intende l’eliminazione del rivale. Intravvede probabilmente in Alarico un capo dalle gran­di capacità, il cui peso e carisma vanno con­siderati con attenzione nell’interesse del­l’impero. Dopo Verona, e il lasciapassare di Stilicone, la ritirata di Alarico è incruenta. Il re dei Goti, ferito nel morale ma non di­strutto, con il grosso dei suoi si rifugia an­cora una volta nella parte orientale dell’Illi­rico.

 

- Prefetto d’Oriente Aureliano ed Eutichiano.

 

 

 

403

Stilicone sistema la sua linea strategica e punta all’alleanza con alcune popolazioni barbariche ...

Parte delle truppe richiamate dalla Gallia ri­tornano sul limes renano. Stilicone gradual­mente sviluppa la sua politica di integra­zione dei barbari in una politica filogotica: per poter concludere favorevolmente il foe­dus con Alarico è assolutamente necessario poter offrire qualcosa di equivalente a ciò che il capo barbaro era riuscito a strappare nel 397 ad Arcadio. Intanto Alarico, insedia­tosi ai confini occidentali della prefettura il­lirica, continua con la sua politica di so­stentamento del suo popolo mediante sac­cheggi e devastazioni dei centri della pre­fettura.

 

- Stilicone e l’imperatore Onorio soggiorna­no a Roma per l’intero anno.

 

- In Africa, a Cartagine, nell’agosto, i vescovi della chiesa donatista ricevono un invito a riunirsi in sinodo assieme ai vescovi catto­lici. Ma Primiano sdegnosamente rifiuta la mano tesa: Va contro la dignità dei figli dei martiri riunirsi con i discendenti dei tradi­tores (H. Jedin, op. cit., p. 166). Nuova onda­ta di violenze contro la chiesa cattolica.

 

- Prefetto d’Oriente Aureliano ed Eutichiano.

 

 

404

È un momento di riorganizzazione per tutti sia in Oriente che in Occidente ...

Il primo gennaio viene celebrato a Roma il trionfo di Onorio, con la sfilata delle truppe (si celebra la vittoria di Pollentia). Onorio soggiorna quasi tutto l’anno a Roma. In esta­te, sempre dalla ex capitale, Onori o spedisce una lettera al fratello Arcadio a Costantino­poli, uno scritto in cui l’augusto occidenta­le si sofferma sulle devastazioni compiute da Alarico nell’Illirico e di cui Arcadio aveva taciuto la gravità per non suscitare l’inter­vento di Stilicone nell’area (i rapporti tra i due imperi in realtà, al di là dei formalismi, permangono molto tesi). Il generale romano comunque è impegnato ancora nella rior­ganizzazione dell’esercito, un problema mol­to grave e che attende provvedimenti legi­slativi concernenti l’arruolamento di perso­nale romano, le diserzioni, e il rapporto con i barbari foederati.

 

 

- In Africa, nel mese di giugno, nuovo sinodo dei vescovi cattolici che discute la situazio­ne di violenza endemica provocata dai do­natisti. Agostino, vescovo di Ippona, riesce ad imporre il suo pensiero: nessuna richie­sta di repressione del donatismo al braccio secolare ma l’esigenza di una giustizia le­gittima, la necessità che di ogni caso di vio­lenza venga appurata la responsabilità e col­piti i colpevoli. Una delegazione di vescovi africani viene inviata a Ravenna, da Onorio, per chiedere disposizioni a difesa della chie­sa cattolica. In realtà si tratta di rimettere in vigore le leggi di Teodosio contro gli eretici.

 

 

- In Ravenna muore (vergine) la figlia di Stili­cone, Maria, moglie di Onorio.

 

- Prefetti d’Oriente Aureliano ed Eutichiano.

- Prefetto di Gallia Romuliano.

 

 

 

405

Ora la partita si gioca in Italia, tra Stilicone, generale simbolo dell’Occidente e Alarico, nuovo re di un popolo nomade ...

Il foedus con Alarico pensato da Stilicone è quasi concluso ma la mossa di Radagaiso, l’invasione dell’Italia del nord a capo di una grande mas­sa di Ostrogoti, Alani, Vandali e Alamanni (circa centomila) nel dicembre, costringe ad un rinvio. La linea politica tenuta da Sti­licone fin qui nei confronti del problema go­to è a un punto morto. La indispensabile firma di un foedus con Alarico è sempre I’obiettivo finale, che però in questo mo­mento passa in second’ordine rispetto ai ben più gravi avvenimenti che si stanno svolgendo in Italia. E ne è conferma I’in­cancrenirsi dello scontro politico e sociale tra cattolici e pagani, che provoca I’estre­mismo di alcune frange: infatti nei circoli pagani c’è chi si spinge ad augurarsi che vin­cano gli Ostrogoti, almeno così è sicuro il crollo dell’impero cristiano. (Orosio - vedi G. Placidia, p. 54).

 

 

- In Italia il governo emana un provvedimen­to fiscale di emergenza: i proprietari di case e di negozi devono pagare la rendita di un an­no. La provincia della Liguria soffre di una grave carestia dovuta alle razzie (o requisi­zioni) degli eserciti di Stilicone e di Rada­gaiso.

- 31 dicembre: Svevi, Vandali e Alani (in stra­na concomitanza con IOavvenuta incursio­ne di Radagaiso) attraversano il Reno ghiac­ciato. (vedi p. 488-489 acc. Lincei) Muore in battaglia contro i Franchi il re vandalo Go­digiselo. Gli succede Gunderico.

- A Costantinopoli, alla Prefettura del Preto­rio d’Oriente, si ha la sostituzione del di­missionario Eutichiano, con Antemio, uo­mo deciso ed abile.

- Prefetto di Gallia Petronio.

 

- A Costantinopoli, il 12 febbraio, l’imperato­re Onorio dopo aver ricevuto la delegazione africana della chiesa cattolica proclama un editto d’unione, ove i donatisti vengono as­similati agli eretici. Le chiese dei donatisti vanno trasferite alla chiesa cattolica, ven­gono proibite le riunioni, mentre per i ve­scovi e i chierici che si dichiarano contrari alla chiesa cattolica è l’esilio.

- In Africa a Cartagine si hanno dei tumulti a causa della pubblicazione di una ordinanza di Onorio, in data 5 marzo, diretta al pro­console Diotimo, con cui si inaspriscono le misure repressive contro gli eretici (si com­batte la pratica della reiterazione del batte­simo). Nell’agosto viene tenuto un concilio, mentre a dicembre un’altra disposizione di legge ribadisce l’obbligo per le autorità pub­bliche di esigere dai donatisti la multa sta­bilita per gli eretici.

 

 

 

406

La rottura del limes sul Reno comporta il crollo del controllo territoriale sulle Gallie. Dopo questa data la civiltà romana a nord delle Alpi non sarà più la stessa ...

Oltrepassato il Reno la moltitudine polietnica dei barbari invasori si inoltra nel territorio della Gallia, nonostante la fortissima difesa dei Franchi foederati. Il paese viene in par­te devastato e anche Treviri, con la resi­denza imperiale, viene distrutta. Nello stes­so momento entra in crisi anche la Britannia, dove vi sono incursioni degli Scoti e dei pi­rati sassoni.

 

 

Ma il disastro maggiore è senza dubbio quel­lo verificatosi sul limes del Reno. La notizia dell’invasione nella Gallia arriva presto an­che in Britannia e suscita grandi apprensio­ni e contrasti tra le truppe. Un ufficiale su­periore, Flavio Claudio Costantino, viene ac­clamato imperatore dai soldati. La vicenda potrebbe essere letta come una reazione al­l’inettitudine del centro dell’impero e alla politica di Stilicone.

 

 

Infatti Stilicone davan­ti all’avanzata del grosso esercito di Rada­gaiso (Ostrogoti) in Italia prende la sofferta decisione di ritirare parte delle legioni limi­tanee presenti sul Reno, sguarnendo di fat­to le difese. E non è un caso che la pressio­ne dei barbari sul limes si sia verificata in so­spetta concomitanza con la manovra di Ra­dagaiso in territorio italico degli inizi di gen­naio.

 

 

Perfettamente informato della situa­zione, Costantino III, l’usurpatore della Bri­tannia, non perde tempo. Gli invasori barbari infatti, dopo la rottura del limes sul Reno, si dirigono in grandi gruppi verso il nord e verso il sud della Gallia, aggirando il Mas­siccio Centrale, sprovvisto di strade roma­ne. La valle del Rodano per il momento è difesa egregiamente da numerose città e pre­sidi, e i Pirenei, presidiati saldamente, re­spingono i barbari. Ma non c’è molto tempo a disposizione. Oltre alle devastazioni pro­dotte nella Gallia il pericolo di una invasio­ne per mare della Britannia non é da sotto­valutare. Perciò le legioni britanniche attra­versano la Manica e sbarcano in gran fretta in Gallia, a Bononia (Boulogne) per fronteg­giare le bande di Alani, Svevi e Vandali che si attardano nei saccheggi nella parte occi­dentale, mentre il grosso sta ripulendo il centro e il sud dell’area.

 

L’azzardo riesce: il successo militare arride alle legioni romane di Costantino che dimostrano di essere un baluardo efficace contro questi barbari.

 

 

In Italia nel frattempo Radagaiso conduce con decisione la sua spedizione. Stilicone lo tallona. Il popolo armato degli Ostrogoti si ripartisce in tre grandi gruppi. Il maggio­re, guidato dallo stesso Radagaiso, viene fermato nei pressi di Fiesole da un esercito organizzato in gran fretta da Stilicone con l’apporto anche di contingenti di Alani, Un­ni e altri Goti guidati da Saro.

 

 

Per l’occasione Stilicone si rivolge anche alla leva romana: si arruolano, come non accadeva da anni, an­che milizie provinciali, schiavi e coloni ro­mani, per un totale di trenta reggimenti.

 

 

Ra­dagaiso, sconfitto, viene fatto prigioniero e giustiziato il 23 agosto. Dodicimila Goti ven­gono arruolati nelle fila dell’esercito romano da Stilicone. All’inizio dell’autunno i resti del­le bande barbariche si disperdono o rien­trano nell’Illirico. Matura la decisione di Sti­licone di abbreviare i tempi del foedus con Alarico per l’Illirico.

 

 

Il giovane Aezio, nato all’incirca nel 390 a Du­rostorum (Danubio), tribunus et notarius praetorianus, cioè segretario e stenografo della cancelleria imperiale, figlio di Gau­denzio, alto notabile dell’impero, viene con­segnato ai Visigoti come ostaggio dalla cor­te di Ravenna.

 

 

 

407

Stilicone cerca di portare avanti il suo programma politico avente come fine la riunificazione dell’impero ...

In Germania l’esercito regolare di presidio ro­mano (formato in gran parte da Alani che avevano defezionato) è sconfitto a sud di Ma­gonza dai barbari invasori. Costantino III af­fida il comando delle truppe dislocate in Gallia ai comandanti Giustiniano e Nebio­gaste. Egli stesso giunge in Gallia a Bononia (Boulogne) in Belgica Inferiore e assume il comando supremo di tutti gli eserciti roma­ni fino alle Alpi.

 

 

Ma una usurpazione così vi­stosa ed efficiente per il governo di Onorio non è accettabile, anche perché è frutto di una sollevazione militare. Un brutto prece­dente. A Ravenna, per questo motivo, ci si dà subito da fare per organizzare una spedi­zione legittimista da inviare in Gallia con­tro Costantino.

 

La spedizione, guidata dal go­to Saro (già ufficiale di Alarico) con truppe germanico-imperiali, incontra l’esercito bri­tannico guidato dal magister Giustiniano che viene sconfitto e ucciso. Costantino, con le sue truppe, si chiude invece a Valenza, sul Rodano, e si difende. Nebiogaste (ufficiale dell’usurpatore), intanto, si incontra con Sa­ro, ufficiale di Onorio, per concordare una tregua ma quest’ultimo lo uccide a tradi­mento.

 

 

Costantino nomina allora due nuovi comandanti, Geronzio, nativo della Britannia e il franco Edobinco. Ma la campagna di Sa­ro termina qui perchè, tallonato dalle forze di Costantino, deve ritirarsi verso l’Italia, varcare le Alpi comprando l’accesso ai pas­si alpini, donando il bottino ai bacaudae (ri­belli) locali. In effetti le truppe romane, mol­to più accorte del governo di Onorio, prefe­riscono nei fatti riconoscere l’usurpatore.

 

 

Una difesa della Gallia senza un imperatore gallico era ormai impossibile ma Stilicone concepisce l’impero come un tutto unico. La sua strategia prevede di usare strumental­mente la forza militare dei Visigoti di Alari­co contro Costantino in Gallia, ma il piano non può essere attuato. Costantino, al di là dei proclami del governo di Ravenna (im­bestialito per la sedizione militare), si rive­la invece l’unico baluardo efficace contro le conseguenze della rottura del limes renano.

 

 

Nel frattempo in Italia Stilicone lavora in­tensamente per arrivare ad un accordo nuo­vo (foedus) con Alarico. Ma non è più l’anti­co foedus tra l’impero e uno stato “cliente”. Alarico, con le nuove regole, acquista mol­te più libertà sostanziali in cambio di una for­male adesione e obbedienza all’impero d’Oc­cidente (il magisterium militum per Illyri­cum).

 

 

A capo dell’amministrazione civile del­l’Illirico Stilicone nomina Iovio e consegna de­gli ostaggi (Aezio e altri) ad Alarico a ga­ranzia del patto. Così due magistrati del­l’impero, perchè, tale deve essere conside­rato a questo punto Alarico, si scambiano ostaggi per potersi fidare uno dell’altro!

 

 

Ma al di là delle forme la situazione é ancora più difficile nella realtà. Infatti, oltre ai due pro­tagonisti del foedus, c’è pure un terzo pro­tagonista assai scomodo, l’impero d’Oriente. Quest’ultimo regge le province illiriciane og­getto delle mire di Stilicone. Nella zona vi so­no perciò truppe regolari romane orientali con cui sussiste un grave pericolo di con­flitto. L’accordo, in pratica, significa un in­tervento diretto, chiamiamola una ingeren­za armata, contro l’impero d’Oriente. Se­condo i piani di Stilicone e secondo il patto stipulato con Alarico, i Goti avrebbero do­vuto fare da apripista, occupando l’Illirico e l’Epiro, sostenuti dalla flotta occidentale. Sarebbe stato il coronamento dei sogni di Sti­licone, e avrebbe voluto dire una cosa sola: la direzione politica unica dell’impero.

 

 

Ma a Costantinopoli si è all’erta. Il 9 aprile le truppe orientali si mobilitano contro la te­muta invasione di Alarico. Stilicone, per l’oc­casione, è a Ravenna a preparare la spedi­zione. Ma il generale è costretto ad un rinvio poiché giungono notizie drammatiche dalla Gallia e dalla Britannia. Sul Reno (come si può constatare sopra) le difese sono supe­rate da una massa imponente di popoli bar­barici (Alani, Vandali, Svevi). La falsa notizia della morte di Alarico confonde ancora di più le idee in questo momento molto impor­tante.

 

 

Stilicone si precipita a Roma per un consulto con Onorio. Serena si oppone alla spedizione e influenza Onorio che invia ad Alarico una lettera in cui in pratica il foedus viene dichiarato nullo. È un colpo basso di­retto a tutta la politica di Stilicone, un grave affronto al partito filo-barbarico. A causa di questi giochi politici ad Alarico non resta al­tro che gonfiare i muscoli, fare la faccia fe­roce per cercare di strappare quanto più possibile ad una classe politica che giudica inaffidabile. A rimetterci, ovviamente, sono le popolazioni dell’Illirico occidentale che, terrorizzate per i movimenti di Alarico, af­fluiscono attraverso il passo di San Girolamo dalla Dalmazia, Pannonia, Savia, nei territo­ri d’Italia, provocando a loro volta tumulti tra le popolazioni italico-romane che li consi­derano, in un primo momento, dei barbari.

 

 

Stilicone, in dicembre, dà in moglie ad Ono­rio la figlia Termanzia, pur sapendo che l’im­peratore è impotente. A Stilicone interessa ovviamente arginare le manovre del partito romano-tradizionalista e il nuovo matrimo­nio blocca per il momento i tentativi di li­quidare il potere ottenuto nell’amministra­zione politica e militare dello Stato.

 

 

- In Italia esce un editto imperiale nel quale si dichiara che l’eresia è violazione di diritto pubblico, dato che qualsiasi reato contro la religione ricade sulla collettività. (p. 79 G. Pla­cidia)

 

 

- Nel mese di settembre muore in esilio a Pi­tiunte, sulla costa orientale del Mar Nero, il vescovo Giovanni Crisostomo, sostenitore della supremazia della Chiesa nei riguardi dello Stato.

- In Africa si tiene l’undicesimo concilio della chiesa cattolica nel corso del quale si rin­novano all’imperatore le consuete richieste di un intervento organico contro l’eresia (soprattutto donatista). Nel mese di dicem­bre l’imperatore riconferma le leggi contro il movimento donatista avendo cura di con­cedere il condono delle pene agli eretici che intendano aderire alla chiesa cattolica.