MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

408: Stilicone cerca di portare avanti il suo programma politico avente come fine la riunificazione dell’impero ...

 

 

 

 

- All’inizio dell’anno Onorio sposa in Roma Thermantia, un’altra figlia di Stilicone (ave­va sposato in prime nozze la figlia Maria).

- Il Prefetto del pretorio per l’Illirico, Erculio, fa ricostruire le mura di Megara distrutte da Alarico.

 

 

Alarico, che non è più disposto a credere né a Stilicone né al governo di Costantinopoli, giunge in un primo tempo ad Emona (Lu­biana) nel Norico e occupa i passi delle Al­pi Giulie (vedi cartine di pagg. 30-31) prote­stando per il mancato adempimento del foe­dus.

 

 

Chiede una riparazione per aver atteso inutilmente in Epiro e per aver dovuto riti­rarsi. Nella richiesta, con molta probabilità fa notare di avere attraversato la Venetia-Hi­stria fino alla città di Virunum (Klagenfurt), ove pone il campo, evitando di invadere l’I­talia pur avendone la possibilità.

 

 

Stilicone, che conosce anche troppo bene i risvolti politici e le macchinazioni della corte im­periale, riceve a Ravenna una ambasceria di Visigoti. La delegazione barbarica spiega la frustrazione ed il disappunto per il ritar­do nella spedizione (concordata) contro l’impero d’Oriente. Alarico pretende 4000 libbre di oro (l’introito annuo di un senato­re molto ricco) di risarcimento. Stilicone la­scia in città gli ambasciatori visigoti e va a Roma per consultare il Senato e l’imperato­re, che in questo momento dimora nella vec­chia ex capitale. Il senato, dopo un defati­gante faccia a faccia con il comandante in ca­po dell’esercito, decide di versare la somma richiesta ad Alarico allo scopo di mantenerlo tranquillo. Stilicone capisce che la sua politica sta correndo il rischio di una im­passe e propone una via di uscita per cercare di coinvolgere Alarico nella vita dell’impero. Un invio di Alarico (insignito di una carica imperiale) in Gallia, con un esercito per metà romano e per metà visigoto, contro l’usur­patore Costantino potrebbe essere una buo­na soluzione. Con una sola mossa si risol­verebbero due grossi problemi.

 

 

Stilicone parte dunque per Ravenna. Ci sarà da lavo­rare parecchio perché questo progetto vada in porto ed occorre l’impegno di tutta la lea­dership dell’impero. Anche Onorio quindi fa altrettanto e lestamente corre a fare bel­la figura davanti all’esercito regolare roma­no schierato a Pavia. Ma il viaggio di Onorio, che è una pericolosa banderuola pronta a cambiare al primo vento, dà fastidio a Stili­cone. Appena arrivato a Ravenna il magister provoca una agitazione tra i soldati con l’ap­poggio di Saro, ufficiale barbaro a lui fedele. Onorio non si arresta e prosegue per la ca­pitale. A metà strada gli giunge la conferma della notizia della morte di Arcadio (il primo di maggio) avvenuta a Costantinopoli. L’im­peratore orientale lascia erede il figlio di sette anni, Teodosio Il.

 

 

All’arrivo a Ravenna, Onorio si consulta con la Corte e poi si dirige a Bologna. Qui con­voca Stilicone perché prenda provvedimenti contro la ventilata rivolta di reparti dell’e­sercito. Stilicone accorre da Ravenna, si ac­certa che non vi siano contrasti con il pote­re imperiale e soprassiede alle punizioni. È convinto che la morte di Arcadio possa per­mettergli di ottenere la tutela dell’augusto orientale Teodosio Il allo scopo di riunifica­re l’impero sotto la sua dittatura. Onorio si fa nuovamente convincere da Stilicone, sem­bra persuadersi della bontà della sua poli­tica. Tranquillizzato, gli consegna lettere per Teodosio Il, successore a Costantinopoli, e per Alarico (per affidargli l’incarico di ma­gister militum per Gallias) e poi si reca in visita a Ticinum (Pavia) per passare in rasse­gna l’esercito regolare romano che dovreb­be essere pronto per la partenza per la Gal­lia.

 

 

A Ravenna e a Milano il partito antibarbari­co o antigermanico sta invece intanto tes­sendo la sua strategia rivoluzionaria: il nuo­vo favorito di Onorio, Olimpio, un civile abi­le negli intrighi di palazzo, sobilla i soldati delle truppe regolari romane le quali insor­gono all’idea di essere nello stesso esercito assieme ai Visigoti di Alarico, un nemico pa­gato con soldi dello stato, il medesimo Ala­rico che avevano combattuto nelle passate battaglie sul suolo italico. Il 13 agosto scoppiano gravissimi tumulti a Ticinum (Pavia). Davanti all’imperatore i soldati si gettano sugli alti dignitari stiliconiani del governo e compiono una strage. È un vero colpo di sta­to: la fazione antigermanica prende un effi­mero sopravvento.

 

 

Onorio terrorizzato fug­ge a Milano. Nomina frettolosamente magi­ster officiorum Olimpio e prefetto al pretorio d’Italia il cattolico Mallio Teodoro. Ormai è rottura tra Onorio e Stilicone, l’imperatore in­fatti dà ordine ai suoi ufficiali di arrestarlo.

 

 

Stilicone, che è a Bologna, si rende conto che la sua politica è finita. In un primo momen­to pensa di dirigersi verso Pavia ma quando viene a sapere che Onorio offre la sua co­pertura alla rivolta della fazione antigerma­nica vi rinuncia. Da leale soldato tiene fede al giuramento fatto a Teodosio e rifiuta di marciare alla testa delle truppe foederate contro i reggimenti romani di Ticinum (pa­via). Dà anzi l’ordine di chiudere le porte delle città del nord Italia onde impedire al­le famiglie dei soldati Goti di raggiungere i lo­ro parenti. Con questa disposizione per­mette al governo di cautelarsi contro la ri­bellione delle truppe barbariche. Gli ostaggi civili diventano un efficace deterrente contro un inizio di guerra civile tra milizie dello stesso impero. Il goto Sauro si scatena furente contro la guardia del corpo (Unni pannonici) del suo comandante che viene to­talmente annientata.

 

 

Stilicone, distrutto mo­ralmente e psicologicamente, va a Raven­na. Qui trova l’aiuto delle milizie foederate su­bito accorse, ma vi è un grave pericolo di scontri con la guarnigione della città. Per evitare ciò chiede asilo in una chiesa. Il 22 agosto, con l’inganno, viene arrestato dai messi imperiali. È giustiziato il 23. Nelle città le truppe romane regolari si scatenano contro i parenti dei soldati visigoti: è un massacro.

 

 

Alla notizia le milizie foederate non rispondono più al governo imperiale. Circa trentamila soldati di origine barbarica si uniscono alle forze di Alarico. È un mo­mento di totale confusione: l’esercito è di­viso. Olimpio assume la direzione della politica imperiale e scatena l’epurazione con­tro gli stiliconiani: Deuterio, capo dei ciam­bellani di corte, e Pietro, capo dei notai, vengono arrestati, torturati e uccisi a ba­stonate. Onorio allontana dal trono la moglie Thermantia (figlia di Stilicone e che aveva ap­pena sposato all’inizio dell’anno) e ordina pu­re l’uccisione del figlio di Stilicone, Eucherio, che fugge inutilmente a Roma trovando bre­ve asilo in una chiesa.

 

 

Naturalmente vi sono ripercussioni anche in Gallia ove, in agosto, viene ucciso il prefet­to stiliconiano Limenio. In Italia viene ucci­so il prefetto Longiniano, collega di Curzio. Gli stiliconiani uccisi nella rivoluzione di agosto sono tutti funzionari in carica. 

 

 

Ma neanche in questo momento Alarico pen­sa di dare il colpo mortale. Chiede un rico­noscimento in denaro, due ostaggi, Aezio fi­glio di Giovio, prefetto dell’Illirico, e Giaso­ne figlio di Gaudenzio già comes d’Africa. Promette di ritirarsi in Pannonia. Onorio re­spinge le richieste, ma trascura di prepara­re l’esercito per una prevedibile reazione militare del capo goto. Sul fronte interno lo squagliamento e la disintegrazione dell’e­sercito continua: Saro, il comandante più amato dalle truppe visigote non viene recu­perato, ma si mantiene fedele all’impero. Come comandanti Olimpio assegna Turpi­lione alla cavalleria, Varane alla fanteria e Vi­gilanzio al corpo dei domestici.

 

 

Apprese le mosse della coppia Onorio-Olim­pio, Alarico dalla sua sede nel Norico prepara per bene la spedizione: fa venire dalla Pan­nonia Ataulfo, fratello della moglie, con una moltitudine di Unni e Goti. Ma non lo aspet­ta. In autunno entra in Italia e supera age­volmente Aquileia. Oltrepassa il Po e rag­giunge, con una passeggiata militare, Ecu­baria, roccaforte vicino a Bononia (Bolo­gna). Aggira Ravenna, passa per Rimini poi da Ancona punta deciso (per la Via Salaria) verso Roma.

 

 

Alarico è ormai a poca distan­za dalla città. Nel caos le voci diventano in­controllabili e ogni gruppo cerca la sua ven­detta. Poco ci vuole negli ambienti del Senato perché circoli il sospetto che la moglie di Sti­licone abbia fatto entrare dei barbari in città. Detto e fatto si decide di ucciderla. Alarico invece di perdersi in trattative o intrighi è di­retto e concreto. Pone l’assedio e la città è costretta immediatamente a razionare il ci­bo. I traffici sul Tevere vengono interrotti. Porto è nelle mani dei Visigoti. Ad aggrava­re la situazione ci si mette pure la peste. Alarico impone ai Romani la consegna di cinquemila libbre di oro, trentamila di ar­gento, quattromila tuniche di seta, tremila pelli scarlatte e tremila libbre di pepe. Ono­rio viene informato della cosa e dà il suo assenso. La nobiltà romana tenta di na­scondere le sue ricchezze e pur di salvarsi permette che vengano spogliati i templi pa­gani.

 

 

Alla fine un accordo viene raggiunto: Alarico concede tre giorni di mercato libero per Roma e il libero afflusso delle granaglie dal porto di Ostia alla capitale. Poi si allon­tana, nel mese di dicembre, e accetta di ri­tirarsi in Etruria a patto che il Senato riesca a far accettare all’imperatore Onorio il rin­novo del foedus. Onorio decide di seguire le indicazioni del partito delle trattative e de­stituisce Olimpio ma, poco dopo, lusingato dall’arrivo di una ambasceria dell’usurpa­tore di Gallia, Costantino, (e dalla possibilità di ricevere aiuto militare) e dall’annunciato arrivo di 6000 soldati dall’Illirico, richiama Olimpio e gli concede le redini del governo.

 

 

- In Africa a Calama, per nove giorni, dall’1 all’8 giugno, gravi disordini contrappongono cat­tolici a donatisti presso la sede vescovile. Con la caduta di Stilicone (mese di agosto) termina anche la fortuna del cognato Bata­nario (comes) a cui viene imputata la re­sponsabilità della repressione contro gli ere­tici. Alcuni vescovi vengono uccisi, altri cer­cano scampo in Italia. Nell’ottobre il tredi­cesimo concilio cattolico tenuto a Cartagine chiede a gran voce all’imperatore la ricon­ferma della legislazione antieretica. La ri­conferma arriva in novembre con le dispo­sizioni ai magistrati per perseguire i re­sponsabili dei disordini e l’ordine di usare i soldati a disposizione del comes Eracliano e del proconsole Macrobio.

- Nell’impero d’Oriente, a Costantinopoli, do­po la morte di Arcadio (e la successione, sot­to tutela, di Teodosio II) a capo del governo viene nominato Antemio.

- Il re unno Uldin cerca di stabilirsi in Tracia ed in Mesia.

 

 

 

 

409

Che triste questa fase della partita politica e militare tra Onorio e Alarico. L’unico a risaltare positivamente è proprio il capo dei Visigoti che perlomeno una linea strategica ce l’ha...

Alarico è in Etruria, sta a guardare come si evolve la situazione. Sono in corso trattative da parte dei Goti anche con il senato (un nome di spicco da ricordare fra i maggiorenti è Attalo, che partecipa attivamente a questa convulsa attività politica). È un vero andirivieni tra Roma e Ravenna. Pure il papa, Innocenzo I, scortato dai Visigoti, cerca di svolgere un suo compito e si dirige a Ravenna per cercare di togliere la situazione dallo stallo.

 

 

Ma la svolta invocata arriva in altro modo: gli eunuchi di corte approfittano di un grave errore di Olimpio (il non aver saputo impedire il congiungimento delle forze di Ataulfo provenienti dalla Pannonia con quelle di Alarico) e si fanno forti pure della disfatta del contingente romano-illirico di rinforzo, intercettato e distrutto. In realtà sembra che l’ordine di intercettare Ataulfo e di concentrare truppe sufficienti venga dato ma non viene eseguito. Tali critiche ottengono il risultato di screditare Olimpio agli occhi di Onorio. Olimpio intuendo il pericolo fugge in Dalmazia.

 

 

Giovio, già seguace della politica di Stilicone, diventa prefetto del pretorio d’Italia (al posto di Teodoro). Attalo, senatore della mediazione, nel gennaio diventa comes sacrarum largitionum, poi in febbraio viene nominato praefectus urbi). Giovio riesce a conquistare il favore di Onorio e, sentendosi coperto, organizza un ammutinamento delle truppe che chiedono l’allontanamento dei due generali nominati da Olimpio e pure dei due eunuchi, Àrsacio e Terenzio, che ne avevano provocato la caduta. La rivolta, scoppiata a Ravenna e sostenuta pure da Allobico, il comandante delle truppe dei domestici, preoccupa alquanto Onorio che rimuove dalla carica Vigilanzio e Turpilione, inviandoli in esilio. Ma appena saliti sulla nave i due vengono uccisi per ordine di Giovio. Terenzio, ciambellano di corte, viene spedito in oriente, Arsacio a Milano. La politica antibarbarica è accantonata.

 

 

 

Le trattative con Alarico riprendono: viene consegnato ad Alarico un invito scritto per cercare di concludere la pace. Alarico risale la penisola fino a Rimini dove incontra Giovio. Vuole oro, terre per i suoi (la Venetia, il Noricum e la Dalmatia) e la carica di comandante militare (probabilmente dell’Illirico). Giovio cerca di persuadere Onorio a concedere la carica militare poiché Alarico in questo modo avrebbe offerto aiuto militare all’impero. Ma la carica viene rifiutata da Onorio, personaggio politicamente incapace e, a volte, stranamente troppo intransigente. Alarico indignato per l’offesa se ne torna a Roma ma ancora spera in un accordo. Tiene aperta la via della trattativa e favorisce il viaggio a Ravenna di una delegazione di vescovi che intende illustrare ad Onorio i vantaggi di un accordo e i pericoli per la città di Roma se si fosse imboccata la via della rottura delle trattative.

 

 

Nuovamente si verifica uno stallo. Onorio si riprende un poco dal torpore politico dato che, nel frattempo, riceve rinforzi di Unni (Aezio è sempre in ostaggio forse presso la tribù di Uldin). Alarico, stanco di questi giochetti, fa riprendere l’assedio di Roma. Il grano, proveniente dall’Africa e immagazzinato nel porto di Ostia, viene requisito dai Goti. Conseguenza immediata della nuova offensiva è la spaccatura verticale che si forma negli apparati dello Stato: il Senato indispettito (o terrorizzato) nomina imperatore (su suggerimento di Alarico) Prisco Attalo, già prefetto di Roma. Che non si vergogna di legiferare sotto il giogo dei barbari: infatti per disposizione di questo “imperatore” l’esercito goto diventa esercito romano! Alarico viene nominato magister utriusque militiae (alcuni dicono magister peditum praesentalis) in coppia con un generale romano (Valente) e Ataulfo comes domesticorum. L’usurpatore nomina il suo governo: con Attalo si schierano Marciano (praefectus urbi), Lampadio (praefectus praetorio), Tertullo (console per l’anno 401), Giovanni (magister officiorum).

 

 

Alcuni dei ministri di Attalo simpatizzano per il paganesimo, ma la cosa non va a genio ai Goti che sono cristiani ariani. Perciò fan­no sapere ad Attalo dell’opportunità politi­ca di farsi battezzare da un ecclesiastico di fiducia, Sigesario, un vescovo goto e per giunta ariano. A questo punto la situazione politica si involve talmente che si ha addi­rittura il paradossale riconoscimento, da parte della corte di Ravenna, della (illegale) formazione del nuovo governo senatorial-go­tico di Attalo.

 

 

- In Africa, il 29 aprile, un decreto indirizzato al vicario Gaudenzio fornisce indicazioni su come tenere ben guarnito il limes e il relati­vo fossatum, visto il pericolo proveniente dal deserto, a causa delle aggressive popola­zioni africane nomadi.

- Sempre in Africa, dopo il colpo di stato di At­talo, il comes Eracliano interrompe le forni­ture di grano a Roma, fedele alle indicazio­ni del governo ravennate. Alarico chiede ad Attalo di organizzare assieme una spedizio­ne in Africa proponendo a capo dell’eserci­to un suo ufficiale, Druma. Attalo però rifiu­ta di seguire il consiglio di Alarico, e in que­sta occasione si dimostra più saldo nei con­fronti dei Visigoti degli stessi senatori tra­dizionalisti.

 

 

Il patto di unità d’azione tra Se­nato e Alarico, con Attalo nel ruolo di ga­rante, naufraga a causa delle paure dei se­natori di perdere i loro possedimenti africani nel caso che un contingente di Goti fosse in­viato colà per ripristinare i rifornimenti gra­nari. Ma è anche da dire che un moto di ri­scatto fa serrare le fila ad Attalo e al Senato romano sulla questione della spedizione. In Africa ci va una pacifica ambasceria guida­ta da Costante (con pochi soldati) che non ottiene, ovviamente, alcun risultato. Co­stante, sfortuna vuole, viene ucciso.

 

 

In Italia, sul fronte dello scontro con Onorio, Attalo cerca di giocare d’anticipo e, aiutato dal tradimento del prefetto del pretorio d’I­talia, Giovio, e del comandante dell’esercito, Allobico, arriva con le truppe gote (e forse anche con contingenti romani) a Rimini per porre poi sotto assedio Ravenna. Alarico cerca di far ribellare le città dell’Emilia al go­verno di Ravenna, mentre Onorio in preda al terrore non riesce a proporre ad Attalo altro che una spartizione del potere. Gli viene ri­sposto con l’offerta di un’isola come resi­denza-prigione, e con l’aggiunta della mi­naccia di mutilazioni nel corpo.

 

Ottenuta questa risposta Onorio perde la testa, non in­tende che la fuga: a Ravenna è già pronta una numerosa flotta. Ma l’arrivo in extremis di 4000 soldati del governo orientale rasserena l’animo dell’imperatore e dei dignitari della corte.

 

 

Generido, un ufficiale di origine barbarica, viene nominato comes Illyrici, cioè coman­dante in capo degli eserciti dell’Illirico. Per­ché la nomina sia ritenuta legale Onorio de­ve emanare una nuova legge, invalidando la precedente del 14 novembre 408 che vie­tava a coloro che non erano cristiani di ri­coprire cariche pubbliche, soprattutto mi­litari. Generido infatti non vuole nessuna preferenza ma reclama giustamente chia­rezza legislativa.

 

 

- In Armorica (Bretagna), regione della Gallia, la popolazione celtica caccia i governatori ro­mani e si autoamministra: è il primo abboz­zo di stato “indipendente” ad opera di Celti antigermanici. (Mazzarino pag. 788, L’impero romano). I Celti combattono la pirateria sas­sone e favoriscono l’immigrazione dalla Bri­tannia insulare dei loro connazionali.

- Tra il 28 settembre e il 13 ottobre orde di Van­dali, Svevi ed Alani provenienti dalle regio­ni a nord dei Pirenei penetrano in profondità in Spagna. Gli Honoriaci (contingenti di bar­bari inseriti nell’esercito romano) respon­sabili della difesa dei Pirenei in questo fran­gente non si dimostrano affidabili. Geron­zio, il responsabile della difesa della Spa­gna, carica che aveva ricevuto dagli usur­patori Costantino e Costante, fa proclamare imperatore Massimo. L’invasione dei Van­dali e delle altre tribù nomadi procede sul­la direttrice della grande strada romana sul versante orientale dei Pirenei, lungo la val­le dell’Ebro fino a Tarragona (Tarraco), men­tre quella delle tribù germaniche procede at­traverso la regione montuosa attualmente chiamata Cerdana.

 

- A Roma i negotiatores si arricchiscono con le speculazioni sui rifornimenti annonari. La carestia è sempre presente nella capitale.

 

 

 

410

L’assedio, ma soprattutto l’entrata in Roma dei Visigoti di Alarico, sono il naturale epilogo del braccio di ferro con Onorio. Ai contemporanei sembra la fine di un mondo ...

A Ravenna (che è sempre sotto assedio), Onorio, rinfrancato, cerca appoggio tra i sol­dati distribuendo doni. Rifiuta tutte le ipotesi di abdicazione e allontana dal comando I’in­fido AIlobico, che forse tesseva intese con l’u­surpatore di Gallia Costantino III.

 

 

Que­st’ultimo, ben informato sulle reali diffi­coltà-di Onorio valica le Alpi Cozie con un esercito gallo-romano e stanzia i suoi ac­campamenti in Liguria (per poi ritirarsi alla notizia della morte di Alarico). Tale inter­vento è ovviamente finalizzato non solo a concedere un ipotetico e risicato aiuto mi­litare ad Onorio ma a verificare lo stato dei rapporti di forza con il governo legittimo e con Alarico. I Visigoti, dal canto loro, dila­gano nella valle padana compiendo razzie e saccheggi (solo Bononia resiste). La fame è generale. In frangenti così drammatici l’arrivo dei rinforzi da Costantinopoli (e di denaro sa­nante da parte di Eracliano dall’Africa) per­mette alla corte di Ravenna di opporre un netto rifiuto alle richieste divenute sempre più esorbitanti di Alarico.

 

 

La trattativa comunque va sempre avanti. At­talo ha problemi con il Senato per via di una imprudente comunicazione di Giovio ai pa­tres nella quale il prefetto del pretorio ave­va sostenuto la necessità di inviare un cor­po di spedizione goto in Africa per costrin­gere Eracliano a togliere il blocco dei rifor­nimenti granari a Roma. Attalo è costretto in questa fase ad accorrere a Roma (da Rimini) per rimediare alla gaffe del suo ministro. I se­natori sono furibondi, la carestia si fa senti­re, e il timore di perdere le loro proprietà una volta che truppe gote fossero sbarcate in Africa non è più condiviso da tutti.

 

 

La mag­gior parte del Senato sembra ora piegarsi al­le mire di Alarico, ma Attalo si oppone de­cisamente. Alarico, giunti a questo punto, si accorge definitivamente che di un impera­tore fantoccio (e per di più isolato tra i suoi come Attalo) non ha bisogno. Il piano tatti­co di basarsi sull’appoggio dell’aristocrazia senatoria e di un imperatore filo goto non ha funzionato. Alarico deve tornare a fare poli­tica o guerra in prima persona. Perciò al ri­torno a Rimini Attalo trova una amara sor­presa: AIarico gli toglie la corona e le insegne imperiali e le spedisce ad Onorio a Ravenna, come gesto di pace.

 

 

Alarico e Onorio, grazie ai doni inviati dal rex goto, infine si incontrano nei pressi di Ra­venna. Ma durante la trattativa tra le parti ci si mette in mezzo uno scomodo personaggio, Saro, tornato di recente al servizio di Ono­rio (dopo il blitz contro Stilicone e la con­vulsa fase delle vendette contro i Goti). Co­stui, nemico personale di Alarico e di Ataulfo, a capo di un suo seguito militare di buccel­larii barbari attacca improvvisamente il cam­po di Alarico. È facilmente immaginabile la collera del re visigoto che non sa più con chi trattare. Alarico chiede spiegazioni ad Ono­rio che non sa rispondere. Il capo goto non sa se può fidarsi ancora di Onorio, consi­derarlo complice del rinnegato Saro, o se gli conviene togliere l’assedio e, scrollan­dosi di dosso esitazioni e timori, puntare più in alto ...verso Roma. Sceglie l’ultima so­luzione e la completa rottura con il governo imperiale.

 

 

La misura infatti per il re visigoto è colma: ra­so dal risentimento per il tempo trascorso e per gli scarsi risultati e in presenza del bloc­co del grano (dall’Africa di Eracliano), si ri­presenta con tutti i suoi sotto le mura di Roma. Che è sconvolta dalla fame. In città av­vengono anche casi di cannibalismo (testi­monianza di S. Gerolamo).

 

 

Il 24 agosto la porta Salaria si apre (grazie al­la quinta colonna interna) alla moltitudine nemica. Entrato in città l’esercito goto si ab­bandona al saccheggio. Incendi vengono ap­piccati ad alcune ville, ma nel complesso gli edifici urbani non risentono molto del passaggio delle orde di Alarico. Si hanno morti e feriti, ma non è un genocidio, è un sa­lasso.

 

 

La popolazione civile infatti si dà alla fuga o viene allontanata con la forza. Gli edi­fici vengono svuotati, il bottino è enorme. Tre giorni dura il sacco poi i Goti si allontanano dalla città violata e dirigono verso sud, spin­ti da pressanti esigenze alimentari. Molti i pri­gionieri al seguito, tra di essi anche Galla Pla­cidia che gode però di un trattamento rega­le. Le terre del meridione d’Italia prometto­no molto bottino (cadono le città di Capua e Nola) o forse l’obiettivo vero di Alarico è porre le basi in Sicilia per poi raggiungere l’A­frica. Ma il progetto non riesce. Sullo Stret­to il dilettantismo navale dei Goti e il tempo tempestoso impediscono il passaggio. Ma è una imprevista malattia la migliore alleata dell’impero: all’improvviso la vita del capo vi­sigoto se ne va. Alarico muore, cinquanten­ne, stroncato da febbri nelle pianure del Bu­sento. Un grande avversario dell’impero esce di scena.

 

 

Jordanes, pure lui visigoto e storico coevo, riferisce i particolari delle solenni onoranze funebri tributate dai soldati barbari al loro re: il corso del Busento viene deviato e nel letto del fiume viene depositata la salma con corredo. Poi i Goti fanno ritornare il fiu­me nel suo alveo e uccidono gli schiavi che avevano effettuato il lavoro per non lascia­re dei testimoni.

 

 

Viene acclamato re un co­gnato di Alarico, Ataulfo, il quale cambia ra­dicalmente politica. Lancia segnali distensivi nei confronti della corte di Ravenna, tenta di farsi accreditare come difensore dell’impe­ro e per dimostrare i suoi intendimenti, alla guida del suo popolo, intraprende una mar­cia verso la Gallia, dove vi era la possibilità di costruire un regno. Non scorda di porta­re con sé la dorata prigioniera Galla Placidia (che diventerà pochi anni dopo sua moglie, favorendo un certo riavvicinamento con il governo di Ravenna).

 

 

Per l’Africa Onorio concede la cancellazione dei tributi arretrati (decreto del 25 giugno) onde favorire il comes Eracliano che gli sta dando una mano nella lotta contro Alarico e i suoi Goti. L’imperatore è altresì costretto a promulgare un altro editto riguardante la sempre infuocata questione sociale e reli­giosa del donatismo. Ognuno è libero di op­tare per il culto che più gli aggrada -sen­tenzia l’imperatore.

 

 

Pochi mesi dopo - in agosto - Onorio è costretto dai vescovi cat­tolici a rimangiarsi tutto. Maschera la ritirata incaricando, il 14 ottobre, il senatore Mar­cellino di organizzare una conferenza teo­logica tra i donatisti e i cattolici. Nel frat­tempo Agostino ha mutato il suo atteggia­mento nei confronti della chiesa donatista: la continua violenza quotidiana esercitata contro vescovi e chierici cattolici ha bisogno di una risposta e Agostino vede la neces­sità di un deciso intervento dello stato.

 

 

Un altro grande evento si inserisce nella complessa problematica di questi infuocati mesi africani. Molti senatori, proprietari ter­rieri con famiglia, fuggono da Roma e si di­rigono in Africa, nelle loro terre. Contrad­dittoria è la sorte di questi ricchi profughi: Agostino li critica per avere abbandonato il loro paese, l’Italia, in balìa a dei barbari e per aver scelto il divertimento a Cartagine al posto del dovere civico in patria, mentre Girolamo narra della crudeltà del comes Era­cliano nell’approfittare delle ricchezze dei nuovi venuti.