MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

452: Attila non si dà per vinto e ritenta con l’Italia che ha però un’arma efficace: la peste ...

 

 

 

 

Attila, che dopo la sconfitta di Campus Mau­riacus aveva ritirato le sue truppe in Pan­nonia, modifica ancora una volta la sua stra­tegia e ritenta un attacco, questa volta al cuo­re dell’impero d’Occidente. Nei primi mesi dell’anno varca i passi delle Alpi Giulie, di­retto in Italia. Saggiamente Aezio non aveva posto nessun presidio a difesa dei valichi al­pini, impossibili da difendere perché nu­merosi e di facile accesso. Parte delle trup­pe romane vengono invece concentrate nel­la città di Aquileia, con l’obiettivo di resistere per permettere la concentrazione delle altre forze imperiali. Aezio si trasferisce in Dalmazia.

 

 

Dopo una valorosa resistenza (che fiacca alquanto l’impeto degli Unni) Attila riesce ad avere ragione di Aquileia e può così proce­dere in avanti sulla direttrice di Verona e Milano. Davanti a sé ha però un territorio ostile che non può sfamare il suo esercito, mentre i grandi centri, Roma e Ravenna, so­no lontani e imprendibili. La peste che infu­ria nel nord rappresenta un altro ostacolo da non sottovalutare. In questo frangente l’am­basceria di papa Leone, di Gennadio Avieno e di Trigezio non rappresenta certo l’unico motivo che induce Attila a ritirarsi.

 

 

In Italia gli Unni hanno trovato la peste, la fa­me e molti ostacoli logistici. Ma è soprattutto l’imperatore d’Oriente Marciano che preoc­cupa Attila e il viaggio di Aezio in Dalmazia potrebbe essere letto in questo senso. Aezio dà ordine all’esercito di punzecchiare la ri­tirata degli Unni senza impegnarsi a fondo. Alla fine dell’anno Attila rientra nei suoi ter­ritori da dove promette la rivincita.

 

 

In Italia Valentiniano III promulga il 15 apri­le una legge che specifica i diritti degli ec­clesiastici nelle cause che li riguardano. Esclusa la materia religiosa, di pertinenza dei vescovi, in tutti gli altri casi il riferimento è sempre alla legislazione civile. Questo prov­vedimento mette ordine in una materia mol­to delicata, riguardante lo Stato e la Chiesa: ne esce rafforzato il senso dello Stato, nel sol­co della politica di Aezio, sempre attento a non inimicarsi i settori dell’opinione pub­blica romana, insofferenti dello strapotere ac­quisito dalla Chiesa cattolica in tutti gli am­biti della vita sociale e istituzionale.

 

- Sempre Valentiniano, il 29 giugno, ordina che debba essere assicurata una sufficiente quota di carne suina per Roma, garantendo l’aumento dei prezzi di aderazione e il con­tributo di integrazione statale per i com­mercianti.

- In Spagna Aezio nomina un nuovo Comes Hispaniarum nella persona di Mansueto, spalleggiato nell’incarico da Frontone. Gli ordini sono precisi: si deve tentare di fir­mare con gli Svevi un trattato di pace, irro­bustito da una forte e decisa presenza mili­tare che lo sostenga. Rechiario, che capi­sce la strategia di Aezio (e anche perché il re dei Visigoti Teodorico I era morto, sostitui­to dal filoromano Teodorico II), si dimostra accondiscendente.

- In Italia il prefetto del pretorio è Firmino.

 

 

 

 

453

In Spagna gli Svevi aderiscono alle proposte di pace presentate loro dai comites Man­sueto e Frontone.

Fra i Visigoti Teodorico II e Federico, amici di Aezio, uccidono il fratello Turismundo. Il nuovo re Teodorico stringe poi un patto (foedus) con l’impero.

 

Fra gli Unni Attila sposa la germanica Ildico, poi durante una festa muore all’improvvi­so.

- In Italia il prefetto urbano di Roma è Flavio Opilione.

 

 

 

 

454

Il pericolo unno scompare ma restano il caos della Spagna e le lotte intestine alla classe dirigente...Aezio viene ucciso durante una riunione nel palazzo imperiale di Ravenna...

 

-Aezio è al suo quarto consolato.

In Spagna Federico, per conto di Teodorico II re dei Visigoti, ex auctoritate Romana (cioè per ordine di Aezio) intraprende una spedi­zione militare per estirpare la minaccia so­ciale dei ribelli Bagaudae. Dopo l’aiuto offerto contro Attila è la seconda volta che i Visigoti compiono qualcosa di veramente utile per l’impero romano: nella Tarraconensis infatti Federico riesce in breve tempo ad avere ra­gione della guerriglia bagaudica contri­buendo così alla pacificazione dell’intera area.

 

 

Gli Unni, nella battaglia del Nedao, vengono completamente sbaragliati dai Gepidi. Il pe­ricolo unno scompare e la classe dirigente occidentale ora può volgersi a risolvere la questione dinastica. Valentiniano III infatti è l’ultimo imperatore della casa di Teodosio, per giunta senza figli maschi. Ogni famiglia che conta qualcosa nelle alte sfere del potere d’Occidente sa che è questo il problema: come occupare il potere garantendo una continuità alla dinastia in procinto di estin­zione. E Aezio, con i suoi figli, a capo del­l’impero come responsabile militare e poli­tico, è il naturale candidato in questa lotta dietro le quinte.

 

 

In Italia, nel palazzo di Ravenna, il 21 set­tembre durante una riunione del Consiglio Imperiale, Aezio (assieme ad altri suoi so­stenitori, quale il prefetto del pretorio Boe­zio) viene ucciso per mano di Valentiniano III e con l’aiuto fisico e morale dell’eunu­co Eraclio, comes sacrarum largitionum.

 

 

I motivi della strage non emergono: ma non è difficile capire che questioni familiari e que­stioni politiche sono strettamente connesse (la figlia di Valentiniano era stata fidanzata con il figlio di Aezio, Gaudenzio). Probabil­mente Aezio si sentiva ad un passo dal po­tere e stava organizzando una cospirazione. Ma anche sull’altro versante non si stava con le mani in mano, ed Eraclio sembra ab­bia guidato la mano dell’imperatore. Rici­mero e Maggioriano, ufficiali di Aezio, anche se in disparte per dissidi con il loro magister, non muovono un dito. Le truppe romano-­germaniche restano nei loro acquartiera­menti. La vedova di Aezio accusa gli amici del marito, ma Sidonio Apollinare allontana le accuse e assolve Maggioriano.

 

 

- Ma chi ci guadagna dalla morte di Aezio? Non certo l’Occidente che perde l’unico uo­mo politico (e militare) che fosse riuscito a conquistare la fiducia dei popoli barbari in­seriti all’interno dei confini. Forse la cor­rente romano-orientale, in contrasto con Ae­zio sulla politica filo-unna, sulla questione vandalica (Valentiniano aveva offerto in fi­danzamento la propria figlia a Unrico, figlio di Geiserico) e sulla questione della Tracia e della Macedonia (rivendicate fin dai tem­pi di Stilicone). O forse la corrente romano­germanica, resa sensibile e preoccupata del fatto che il fido amico di Aezio, il comes del­la Dalmazia, Marcellino, mantenesse come mercenari forti contingenti di soldati unni. Dietro a tutti il Senato, luogo primario della corrente romano-tradizionalista, che non in­tendeva accettare come imperatore il figlio di Aezio, Gaudenzio.

 

 

- Dopo la strage, Valentiniano III cerca di re­cuperare consensi e si preoccupa delle con­seguenze del gesto e dei suoi riflessi sugli equilibri di forze nelle province dell’impero. Per questo motivo invia ambascerie presso gli Svevi e presso altri popoli barbari.

 

- In Africa il 24 ottobre viene nominato ve­scovo, nella sede vacante di Cartagine, Deo­gratias. È questo uno dei risultati della po­litica di Aezio nei confronti dei Vandali. È una temporanea apertura della classe dirigente vandala agli uomini della chiesa cattolica motivata da ragioni di carattere diplomatico e politico. Ma la sua durata è solo quella di una tregua.

- In Italia il prefetto del pretorio per la prima parte dell’anno (fino alla strage di palazzo) è Boezio.