MATERIALI PER L’ORIENTAMENTO STORICO RELATIVI ALLA REGIONE VENETIA ET HISTRIA A PARTIRE DAGLI ANNI 360 d.C. FINO ALLA FINE FORMALE (476 d.C.) DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE.

 

 

455: Valentiniano III esce di scena nel sangue grazie ad una congiura di palazzo, proprio come è capitato ad Aezio ...

 

 

 

 

Il 16 marzo Valentiniano III (assieme all’eu­nuco Eraclio, primicerius sacri cubicult), du­rante una sfilata militare, viene ucciso da due seguaci di Aezio.

È la fine della dinastia teodosiana. Ma oltre ai due soldati uccisori, barbari in forza all’esercito romano, nessun altro notabile o ufficiale amico di Aezio si muove (anche questa volta Maggioriano e Ri­cimero restano fermi), segno questo che, dentro al Consiglio Imperiale, due fazioni cospiravano l’una contro l’altra e che Aezio non era estraneo a questa feroce resa dei conti.

 

 

Tutto lascia pensare che anche questo crimine debba essere addebitato ad una regìa precisa: il più probabile indiziato è senz’altro Petronio Massimo, grande sena­tore, esponente di primo piano della cor­rente romano-tradizionalista, due volte prefetto della città di Roma, due volte prefetto al pretorio d’Italia e due volte console. Mas­simo, con le sue enormi ricchezze, compe­ra il favore delle truppe e viene proclamato augusto il giorno dopo, 17 marzo. Si preoc­cupa subito di sposare la vedova dell’impe­ratore, Eudossia, e di far sposare a suo figlio Palladio la figlia di Valentiniano III, Eudocia.

 

 

Dura sul trono appena undici settimane. Massimo cerca di avere l’aiuto di Maggio­riano e gli offre la carica di magister militum. Ma Maggioriano rifiuta. Fra i pochi atti di Petronio Massimo è da segnalare la no­mina di un senatore gallico, Eparchio Avito, a magister militum per Gallias.

 

 

La porpora a Massimo solleva la protesta del­le province. Ma non è solo la Gallia (o ciò che resta sotto il controllo romano) ad agitarsi, l’Italia stessa non accetta la situazione e, quel che più conta, l’Africa, la punta di lan­cia gettata verso Roma, la costante minaccia dei vandali di Genserico. Questi infatti, vista sfumata la possibilità di una alleanza dina­stica con l’impero (il fidanzamento tra la fi­glia di Valentiniano III, Eudocia, e suo figlio Unerico) e registrata la sparizione del suo in­terlocutore Valentiniano, con prontezza e decisione, organizza una spedizione milita­re contro l’Italia. Genserico non si sposta dall’Africa senza poter contare su appoggi al­l’interno della corte imperiale. Una parte fi­Io-vandalica esiste, latente e nascosta (Mag­gioriano ed Eudossia?).

 

 

L’obiettivo dei Vandali è ambizioso: invade­re le isole maggiori, Sardegna, Corsica, e poi sbarcare in forze sul litorale romano, mar­ciare su Roma e devastare le province più ric­che per procurarsi ricchezze e viveri in quan­tità.Il piano, pensato per dare un colpo mor­tale all’impero d’Occidente, si attua fin nei particolari: in maggio a Ostia c’è lo sbarco delle truppe vandale, i! caos nella città si tramuta in rivolta (guidata da Maggioriano, ex ufficiale di Aezio) contro l’inettitudine delle autorità. E il 31 maggio, mentre tenta la fuga, l’odiato Petronio Massimo viene ucci­so dalla folla inferocita.

 

 

Ma perché accadono questi fatti? Nella città, in verità, la rivolta scoppia ad opera di una massa di plebei manovrata da elementi filo­vandalici, sostenuti dai capi della corrente romano-orientale. E i militari di presidio, co­mandati da Maggioriano e da Ricimero, ri­fiutano di reprimere la rivolta e di far fron­te all’ingresso delle truppe di Genserico. Re­sistere ai vandali avrebbe in realtà fatto il lo­ro gioco mentre conservando intatte le for­ze questi si sarebbero sentiti insicuri e avreb­bero dovuto appoggiarsi alle navi della flot­ta, tenendole sempre sotto sorveglianza per il timore di vedersele incendiare.

 

 

Infatti gli avvenimenti danno ragione alla strategia di contenimento degli ufficiali Mag­gioriano e Ricimero. Poco prima che Gen­serico penetri in città il papa Leone riesce a strappare un accordo che limiti a saccheg­gi e ruberie l’offesa a Roma, evitando così inutili incendi e devastazioni ben maggiori.

 

 

Dopo tre giorni di ridicolo assedio il 2 giugno Genserico entra in Roma e, in sostanza, ri­spetta l'accordo. Fa risalire il Tevere a par­te delle sue navi per caricare i proventi del saccheggio. Ripulisce con metodo la città intera: non solo scova il danaro e gli ogget­ti preziosi ma si appropria anche delle sta­tue di bronzo, delle porte in metallo, delle te­gole di bronzo dorato del tempio di Giove Ca­pitolino, dei tesori portati a Roma da Tito do­po l’espugnazione di Gerusalemme (il can­delabro a sette braccia del Tempio), e di tante altre cose di valore. Oltre a tutto que­sto un gran numero di uomini e di donne vie­ne imbarcato e portato in prigionia a Carta­gine.

 

 

Genserico il 16 giugno è già, con le sue trup­pe ebbre di vittorie e di ricchezze (dopo aver rubato tutto quello che c’era da ruba­re a Roma e in Campania), sulle sue navi in rotta verso Cartagine. Viaggiano, contro vo­glia, con lui la vedova di Valentiniano III, Eu­dossia, e le sue figlie, Eudocia e Placidia, e Gaudenzio, il figlio di Aezio. Sono la sua as­sicurazione sulla vita nel caso la minaccia ro­mana si faccia di nuovo sentire. Genserico, tra l’altro, si preoccupa anche dell’Oriente (Costantinopoli), che non può certo accet­tare una modifica così radicale dello status quo nel Mediterraneo. Il progetto dell’an­nientamento di Roma è perciò trasformato in una più modesta scorreria devastatrice, poiché Genserico deve badare a non sco­prire troppo il fianco con l’Oriente.

 

 

Un risultato in ogni caso viene raggiunto: l’impero d’Occidente è paralizzato, l’impe­ratore non c’è, il governo è allo sbando, l’e­sercito sta col morale a pezzi (Maggioriano e Ricimero se ne stanno fermi, non intendono bruciarsi) e la burocrazia attende indica­zioni. È una vacanza completa di comando, trenta giorni di anarchia. Ed è la Gallia a ri­solvere la questione: la componente gallo-go­ta elegge il suo rappresentante.

 

 

Il 10 luglio, infatti, dopo un mese di caos completo, viene salutato come augusto il magister militum per Gallias Marco Mecilio Eparchio Avito. Una candidatura, la sua, molto opportuna poiché Avito è stimato fra i suoi (già prefetto del pretorio per la Gallia nel 439, poi agli ordini di Aezio). Avito riesce, con un discorso nazionale (che tiene conto degli interessi delle componenti etniche gal­lica e gotica) e imperiale (rivendica la gran­dezza universale di Roma), tenuto ad Uger­num nei pressi di Arelate (Arles), a tran­quillizzare i visigoti e a convincerli che, no­nostante la scomparsa di Aezio, loro inter­locutore, il foedus mantiene la sua validità. Subito dopo entra in Arelate a fianco del re dei Visigoti Teodorico per suggellare il pat­to.

 

 

Ma dalla Gallia non si può governare un impero riottoso. Perciò Avito, con un consi­stente contingente di truppe galliche e di Visigoti, raggiunge Roma. Trova una città ferita ma non disperata: la vita riprende con lentezza, la popolazione è in parte tornata nelle case, si riparano già i danni provocati dai Vandali di Genserico. Il 21 settembre, davanti ad un frastornato Senato, Avito ri­ceve la conferma della nomina ad augusto. L’accoglienza è freddina: nessuno si illude su di lui, viene giudicato come un intruso, un candidato imposto dal partito nazionale gal­lico. D’altra parte la situazione è quella che è e il Senato non se la sente di impegnarsi nel sostenere alternative. L’elezione di Avito viene perciò digerita opportunisticamente in attesa di tempi migliori.

 

 

Il nuovo imperatore, come primo atto del suo governo, nomina lo svevo Ricimero a capo dell’esercito imperiale. Ma l’arrivo a Roma di Avito suscita nella capitale una grande op­posizione: la situazione economica è disa­strosa. Le casse dello Stato sono vuote, i commerci rarefatti, la popolazione diminui­ta. Oltretutto Avito si circonda di una corte gallo-gotica, in cui i posti di potere sono af­fidati al goto Remisto, a Messiano, a Con­senzio di Narbona (curator palatii e a Sido­nio Apollinare. 

 

 

A Costantinopoli il governo analizza a fondo la situazione politica interna dell’Occidente. Per gli orientali il responso è negativo: l’Oc­cidente è in mano a forze che contrastano gli interessi dell’impero (d’Oriente). Perciò di ri­conoscere la legittimità dell’elezione di Avi­to non se ne parla neanche. La stessa attività legislativa ne risente: manca ora il collega­mento legislativo tra le due parti dell’impe­ro. Ogni parte legifera per sé e non ricono­sce validità alla pubblicazione delle leggi dell’altra.

 

 

La prova concreta di questa sorda ostilità non tarda a venire alla luce: ad una richiesta di aiuti militari da parte di Avito, l’imperatore orientale Marciano oppone un netto rifiuto, disponendo, peraltro, uno spostamento di barbari ostrogoti in Pannonia, per contra­stare la temuta politica espansionistica del rivale occidentale. Il timore è giustificato, a dire il vero, dal fatto che Avito aveva fatto una puntata in Pannonia prima di venire a Roma, e l’area in questione è, da sempre, considerata una questione irrisolta nella contesa politica tra le due corti imperiali.

 

 

In Spagna le truppe visigote di re Teodorico Il iniziano una vasta campagna che ha lo scopo di reprimere una rivolta di Svevi. Sco­po della campagna militare è di evitare che si consolidi una probabile futura alleanza tra Vandali e Svevi. Ma anche i Visigoti vo­gliono trarne vantaggio poiché così facendo hanno l’opportunità di espandersi a piaci­mento in Spagna consolidando ed allargan­do il loro dominio.

 

 

- In Africa, intanto, i prigionieri del sacco di Ro­ma vengono custoditi in attesa di un cospi­cuo riscatto. Il vescovo di Cartagine, Deo­gratias, si dedica con grande cura ad alle­viarne le sofferenze. A palazzo reale il figlio di Genserico, Unerico, sposa Eudocia, la fi­glia di Valentiniano III e di Eudossia. La madre, anch’essa prigioniera, è alla sua se­conda vedovanza, oltre che di Valentiniano III, anche di Petronio Massimo.