Storia Veneta - Storia delle Venezie - Eversione Anni 70 - Commenti politici

L'IMPORTANZA DELLA ORGANIZZAZIONE INFORMATIVA "NEMO" NEL COMPLICATO QUADRO POLITICO E MILITARE DELLA VENEZIA GIULIA NEGLI ANNI DI GUERRA 1944-1945

 

Trieste tra resistenza ai nazifascisti e il rifiuto dell'egemonismo slavo

 

 

 

Se vogliamo capire gli avvenimenti politici e militari nella zona del Nordest nei mesi del 1944-1945 (Trieste soprattutto) è necessario mettere a fuoco le caratteristiche e le finalità della missione “NEMO”, un servizio di informazioni militari collegato con il Regno del Sud (governo Badoglio di Brindisi dopo l’8 settembre 1943) e con l’Intelligence Britannica prima e con l’OSS (Office of Strategic Services) statunitense poi.

 

 

NEMO nasce come “gruppo speciale” dello STATO MAGGIORE REGIO ESERCITO. Dopo aver assunto una provvisoria denominazione (810° Italian Service Squadron n.1), facente parte della Special Force comandata dal maggiore Maurice Page e dal maggiore Luigi Marchesi (già capo di una sezione del SIM – Servizio Informazioni militari) trasferisce il comando a Napoli nel dicembre 1943.

 

 

NEMO si avvaleva della “Branca Operazioni Civili” (maggiore De Han) e della “Sezione sovversione” del maggiore Page. Nel giugno 1944 l’organizzazione si sposta a Roma ed è nella capitale liberata che vengono prese decisioni importanti per i territori del Nord Italia occupati dai tedeschi e dai fascisti. NEMO da Roma favorisce la nascita della formazione clandestina “Franchi”, operazione voluta dal SIM badogliano in risposta agli ostacoli frapposti dall’Intelligence del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI).

 

 

Al Nord non si voleva lasciare troppo spazio alle manovre delle forze monarchiche badogliane. C’è poi da dire che gli inglesi lavoravano per una soluzione post bellica che vedesse la monarchia sabauda alla guida dell’Italia, mentre gli americani dell’OSS erano più possibilisti e preferivano una soluzione democratica simile al panorama politico del loro Paese.

 

 

Tutti e due comunque piegavano i loro sforzi su un progetto militare e politico nettamente contrario all’influenza comunista nella resistenza antitedesca e antifascista.

 

 

Al Nord a partire dal luglio 1944 il comando del Corpo Volontari della Libertà (CVL) è diretto da Ferruccio Parri (Partito d’Azione), Luigi Longo (PCI) e dal generale Cadorna (consigliere militare), sostenuto anche da Sogno comandante della “Franchi”.

 

 

 

Trieste, centro strategico per tutte le operazioni di intelligence nel Nordest

 

 

 

Dopo i primi arresti che scompaginano il CLN triestino (i dirigenti politici vengono tutti arrestati) in città nel 1944 rimane attivo solo il PCI ed il Partito d’Azione. In primavera si ricostituisce un CLN che manca però di contatti con il Comitato di Liberazione Alta Italia di Milano. Anche se poi il collegamento informativo verrà ristabilito mediante l’invio a Trieste dell’ing. Mario Emilio Ponzo, colonnello del Genio Navale, agente della rete NEMO.

 

 

Il CLN triestino comunque cercava di consolidare una collaborazione con l’Osvobodilna Fronta (OF-Fronte di Liberazione), formato da sloveni e italiani in collegamento con il IX Korpus dell’esercito di liberazione jugoslavo.

 

 

La collaborazione con la parte slava era fin dall’inizio un problema assai delicato. Il presidente del CLNAI Alfredo PIZZONI “Longhi”, contattato da Gaeta, dal prof. Carlo Schiffrer (PSI) e da Giorgio Bacolis, ottiene un incontro con il dirigente del CLN di Udine, l’avvocato Giovanni Costantini.

 

 

Pizzoni, durante l’incontro spiega ai suoi ospiti che, prima di avvicinare i rappresentanti della resistenza slava, occorreva redigere una bozza di programma per Trieste, in cui si sarebbe chiesto (come da suggerimento inglese) che la città fosse dichiarata “città libera” e che non ritornasse all’Italia. Questa mossa era finalizzata ad impedire il passaggio (al momento del crollo tedesco e fascista) al totale controllo jugoslavo del IX Korpus.

 

 

L’idea era il frutto di colloqui tra il ministro degli esteri di Badoglio, conte Carlo SFORZA, e gli azionisti Leo VALIANI e l’avvocato triestino Emanuele Flora. Ne consegue un confuso accenno a liste di proscrizione o di eliminazione di parte jugoslava nei confronti di cittadini italiani.

 

 

Nel CLNAI le acque si agitano, i dirigenti capiscono poco la situazione giuliana e chiedono garanzie: un membro del CLNAI all’interno del CLN giuliano, per avere il quadro della situazione. Ma ormai le prese di posizione degli azionisti avevano provocato una campagna politica antislava.

 

 

Il risultato di questo fermento voluto dal partito d’azione di Trieste condiziona la discussione sulla “città libera”, gli azionisti non vogliono accettare una soluzione che veda Trieste staccata dall’Italia.

 

 

“Il nuovo delegato comunista che si presenta al CLN, Giuseppe Gustincich, formula due richieste preliminari: che si riconosca essere desiderio della maggioranza della popolazione locale, Italiani compresi, di unirsi alla Nuova Jugoslavia, e che si accolga in seno al Comitato un rappresentante sloveno. Osserva Carlo Schiffrer, membro del CLN : « Accettare queste proposte avrebbe significato per i dirigenti italiani compiere un atto di abdicazione politica nei confronti degli slavi. Naturalmente fu opposto un netto rifiuto e il delegato comunista non si fece più vedere » (da E. Maserati: L’insurrezione italiana a Trieste e l’intervento jugoslavo).

 

 

Da Milano si ordina di mobilitare al massimo le formazioni partigiane nella lotta contro i nazifascisti. Questo significa che il CLN giuliano (da ottobre 1944 composto da socialisti, democristiani e liberali, senza contatti con Milano) dovrebbe moderare le sue prese di posizione antislave. Ma nel corso degli incontri con gli slavi della OF sorgono notevoli contrasti (Leo VALIANI ribadisce la linea della difesa assoluta dell’italianità di Trieste, Fiume, ecc.). Il CLNAI alla fine mantiene rapporti regolari solo con il PCI, fino al dicembre 1944 quando arrivano a Trieste gli “agenti” della NEMO (Podestà, don Paolino, cap. Riccardo De Haag e altri due ufficiali dal Sud) che riagganciano al CLNAI il CLN giuliano.

 

 

Il 9 dicembre 1944 i rappresentanti giuliani del Partito d’Azione, del Partito Socialista, del partito democristiano e del Partito Liberale si radunano in città assieme ai delegati del CLNAI. L’incontro produce questo risultato programmatico: “principio dell’unità d’Italia, principio del reciproco rispetto delle nazionalità italiana e slava; principio dell’istituzione di un emporio a Trieste, aperto a tutte le bandiere” (A.Fonda Savio, “La Resistenza italiana nella Venezia Giulia”, Del Bianco 2006, p.61).

 

 

 

Il punto di vista della NEMO

 

 

 

La NEMO ovviamente ha un suo modo di procedere e per chiarire la situazione di Trieste al governo del Sud elabora una relazione che almeno ha il pregio della chiarezza:

 

 

“..alcuni partiti (DC, PLI, Partito d’Azione) si accordarono per svolgere a Trieste una comune politica di italianità rimandando a dopo la guerra il conseguimento delle loro finalità ideologiche….Erano state tenute a Trieste….varie vie per offrire una netta collaborazione italiana alla lotta antitedesca, abbandonate però…una dopo l’altra a causa della particolare situazione locale: infatti il CLN non aveva ottenuto se non per le prime sue riunioni la partecipazione di un delegato comunista”.

 

 

Qui, come abbiamo accennato sopra, si apre un capitolo confuso e contrastato: c’è chi dice che il PCI fu tenuto fuori dal CLN, chi afferma invece che nelle fila del PCI maggioritari erano coloro che preferivano associarsi al Comitato di liberazione slavo per un progetto anticapitalista oltre che antifascista.

 

 

Insomma gli anticomunisti non volevano tra i piedi il PCI, e probabilmente nel PCI non erano del tutto chiare le vedute sul dopoguerra, non chiare le garanzie su Trieste città italiana, ecc. Insomma una buona base perché i “reazionari” del Sud armeggiassero allo scopo di isolare la componente comunista della resistenza.

 

 

Nemo continua: “I comunisti giuliani – italiani e slavi – considerano necessaria una autonomia che consenta a Trieste di sciogliere i suoi legami con l’Italia per appoggiarsi invece alla Jugoslavia. Il tentativo di costituire bande partigiane era fallito: costrette infatti ad operare in territorio abitato da popolazioni slave comunistizzanti, non avevano potuto sopravvivere che quelle comuniste, anch’esse del tutto senza appoggio da parte degli slavi fondamentalmente sospettosi di ogni iniziativa partente da elementi di razza italiana”.

 

 

Insomma una bella questione etnica, a cui si era aggiunto il ricordo della politica repressiva e stragista dei fascisti in Slovenia che aveva lasciato i suoi strascichi. E ora, Trieste aspettava le vendette, impersonificate dalle formazioni del IX Korpus jugoslavo.

 

 

 

La storica e ricercatrice Claudia Cernigoi (“Alla ricerca di Nemo”, Trieste 2013 p.102) in proposito afferma: “E’ evidente in questa relazione la posizione nazionalista (anzi razzista) e non politica o di classe dell’estensore, confermata dal passo in cui viene descritta l’impossibilità di creare bande in città perché le disposizioni che richiedevano l’arruolamento o il servizio del lavoro avevano reso impossibile una “organizzazione cospirativa locale”, visto che chi non si presentava veniva rastrellato e deportato. Gli operai delle fabbriche ed i lavoratori in genere riuscivano ad organizzare la resistenza nei luoghi di lavoro tramite l’Unità Operaia, e ad essi si collegarono anche molti studenti: quindi il problema rilevato dal relatore (della NEMO) denota l’assenza di contatti tra CLN giuliano e altre formazioni antifasciste, in spregio dell’accordo firmato a luglio dell’anno prima”.

 

 

 

 

[Inserisco un mio parere sulla questione analizzata da Claudia Cernigoi: il relatore è probabilmente un militare a cui non si può chiedere una preparazione politica a 360 gradi. Inoltre non tutto dev’essere per forza analizzato con il concetto di “classe” che, nonostante le convinzioni ferree dei comunisti, in realtà è una trappola ideologica e teorica per lo stesso partito di “classe”. Nessuno infatti si sofferma sull’origine – questa sì di “classe” – dell’organizzazione-partito, formata da una burocrazia-intellettuale che si autocelebra preparando la lotta di “classe”. Molto avveduti verso il capitalismo, ma completamente ottusi sulla natura autoritaria-burocratica del loro modo di guidare la “classe” i comunisti italiani si consegnano così alle mire espansionistiche (ma di “classe”) degli slavi. La maggior parte dei garibaldini, però, pensava a combattere i tedeschi ed i fascisti, non pensava alle manovre del governo del Sud né alle necessità di “classe” dei futuri dominatori.]

 

 

 

I “reazionari” del sud non avevano del tutto torto, LEO VALIANI neppure, chi voleva difendere l’italianità di Trieste operava nel giusto ma i confini per una verità condivisa sono tuttora assai labili. Ognuno tira l’acqua al suo mulino. I comunisti non vogliono sentir parlare di “antitalianismo”, le altre forze parlano invece di completa sudditanza del PCI giuliano ai programmi annessionistici dei comunisti slavi.

 

 

La NEMO prosegue la sua relazione: “ Dopo l’assicurazione verbale che l’italianità di Trieste sarebbe stata difesa sia dal governo nazionale che dal CLNAI…fu proposto ..di provvedere a concentrare l’elemento italiano a difesa del Municipio di Trieste, non essendo certo possibile impedire l’ingresso in città alle formazioni dei partigiani alleati e dovendosi solo assicurare il riconoscimento del secolare carattere italiano del Comune”. I partecipanti alla riunione stabilirono che a Trieste si sarebbe costituito il CLN italiano Giuliano rappresentante i comitati di Trieste, Udine, Gorizia, Pola, Fiume, mentre Udine sarebbe divenuta la sede dell’esecutivo militare delle 5 province, visto che solo in provincia di Udine potevano vivere ed agire formazioni italiane”.

 

 

La NEMO prosegue dando un giudizio negativo su quanto richiesto dagli esponenti del CLN triveneto, perché la conseguenza sarebbe stata “…la rinuncia triestina alla integrale rivendicazione del carattere italiano della città per assumere un atteggiamento di minoranza etnica”.

 

 

“I rappresentanti dei quattro partiti del CLN (DC,PLI,PSI, PdA) hanno chiaramente espresso la loro sconfortata fiducia (…) nel silenzio ufficiale del CLNAI (…) del governo nazionale in quello Alleato (…) nella mancanza di ogni concreto aiuto ed (…) incitamento essi vedono la condanna della città (…) si dicono pronti a tutto per tentare di salvaguardare l’italianità di Trieste ma (…) di non poterlo fare nel buio assoluto in cui sono sommersi. Se non lotta il Governo (…) essi giocherebbero invano la vita – nessuno scorda le recenti foibe istriane (…)”.

 

 

Poi la conclusione: “La situazione è divenuta tale per cui già oggi si corre pericolo che le tanto attese parole giungano troppo tardi per scuotere la recente apatia, e non siano credute da gente nel 1914 così generosa, poi delusa da venti anni di sgoverno economico di cui la città fu vittima, ed oggi terrorizzata dalle recenti foibe, dalle reiterate minacce slave, dalle preoccupazioni per il futuro, dal contrasto fra le possibilità dei comitati slavi e l’abbandono di quelli italiani”.

 

 

 

La storica Claudia Cernigoi è impietosa verso chi parla di “italianità”, c’è qualcosa che la disturba, infatti commenta quest’ultimo passo della relazione della NEMO in questo modo, mettendo all’indice il Partito d’Azione:

 

 

“E’ interessante questa conclusione che riprende lo spauracchio delle “foibe” (sic!) già accennato nel messaggio del luglio 1944 dal Partito d’Azione, e dimostra che tale argomento non è stato solo prerogativa dei nazifascisti, ma fu presentato ai servizi di informazione alleati, in funzione antijugoslava, dallo stesso CLN giuliano. Va detto infine che nei faldoni relativi a NEMO sono conservati diversi documenti sulla situazione etnica e politica della Venezia Giulia, ma solo del Partito d’Azione, che, come ricordiamo dalla relazione Gaeta, si era attivato in senso nazionalista: a questo scopo furono inviate alla Special Force anche le analisi di Schiffrer sulla composizione etnica della Venezia Giulia”.

 

 

Per la storica Cernigoi “il Quarto CLN non è finalizzato alla liberazione dal nazifascismo, insomma, ma creato esclusivamente in funzione antijugoslava”. Cioè per combattere il comunismo, è quello lo sfondo vero e intrigante che non si vuole dire.

 

 

 

L’insurrezione di Trieste

 

 

 

Le forze in campo. Alla fine di marzo del 1945 Il Podestà di Trieste, Pagnini affermava che in città esisteva “una organizzazione denominata Comitato di Salute Pubblica (CSP) o Comitato di Salvazione o Comitato di Italianità, del quale facevano parte l’Esercito Repubblicano, la Decima MAS, la Guardia Civica, i Vigili Urbani, la Milizia Forestale e quella ferroviaria, i Vigili del Fuoco, ed i poliziotti di via del Bosco (la Compagnia comandata da Politi, poi inquadrata nel Corpo Volontari della Libertà) e quelli della Questura di via XXX Ottobre”.

 

 

“Pagnini dichiarò che il prefetto Coceani avrebbe voluto inserire anche le “Bande Nere” (probabilmente le Brigate Nere), ma la proposta non fu accettata; inoltre Pagnini non fece parola dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) che però risulta “successivamente” averne fatto parte. La funzione di questo Comitato era “nettamente antislava e quindi antipartigiana” e si proponeva di ostacolare genericamente la penetrazione slava in queste terre”.

 

 

“La Guardia Civica era considerata parte organica del Comitato di Salute Pubblica e questo apparire della Guardia Civica tra le file dei due Comitati (il CLN vantava forze armate proprie: la Guardia di Finanza ed i singoli carabinieri ancora esistenti a Trieste) fa pensare ad una connivenza dei due comitati se non proprio un accordo perfetto”.

 

 

 

Al momento dell’insurrezione le forze del Comitato di Salute Pubblica (CSP) scenderanno in piazza in qualità di combattenti del Comitato di Liberazione Nazionale.

 

 

 

Le forze militari in campo e la spallata antitedesca del IX Korpus fino a Gorizia

 

 

 

Scrive l’esponente del Partito d’Azione, Ercole Miani: « Al fine di decidere gli Alleati ad affrettare l’avanzata verso Trieste e di prevenire l’iniziativa jugoslava, il Comitato ordinò al Corpo Volontari della Libertà l’immediata insurrezione contro i Tedeschi ancora padroni della città”.

 

 

“L ’insurrezione cominciò con i primi episodi del 28 e 29 aprile e culminò il 30 aprile 1945». Al riguardo, se l’azione del CLN riesce a prevenire l’iniziativa del Fronte sloveno, il cui ordine di insurrezione doveva coordinarsi alle operazioni delle truppe jugoslave, non ottiene invece l’effetto sperato di affrettare l’avanzata della V ili Armata britannica, che indugia due giorni tra il Livenza e il Tagliamento, permettendo alle forze di Tito di scendere su Trieste ed accampare titoli di priorità. Titoli in realtà di fondamento giuridico discutibile, dato che secondo il diritto internazionale la priorità dell’occupazione di un territorio non costituisce un precedente determinante per la sua sistemazione politica”.

 

 

“Più che le azioni armate caratterizzanti l’insurrezione italiana, già illustrata da vari autori, maggior interesse può avere in questa sede un accenno sugli effetti conclusivi di tali azioni, giudicati dai portavoce dei diversi movimenti di Resistenza antifascista della regione, quello italiano e quello jugoslavo. Il CLN rivendica all’insurrezione del Corpo Volontari della Libertà l’aver salvato gli impianti portuali da distruzione, l’aver assunto nel corso della giornata del 30 aprile il controllo di due terzi della città costringendo i Tedeschi a ritirarsi in pochi capisaldi e avviando con loro trattative di resa. Si rimprovera, quindi, l’effetto negativo dell’arrivo della IV Armata jugoslava che provocava una recrudescenza della resistenza tedesca ed una ripresa dei combattimenti causando inutili distruzioni nella città e perdite alla popolazione”.(E.Maserati, op.cit.)

 

 

 

Le manovre a tenaglia su territorio italiano

 

 

 

“Sulle operazioni militari dell’esercito jugoslavo nella Venezia Giulia, particolare interesse riveste la relazione del generale Drapsin, comandante la IV Armata jugoslava, per l’individuazione degli obiettivi immediati che il maresciallo Tito si prefiggeva allora di raggiungere. Ne citiamo alcuni passi: « Mentre ancora si formava la IV Armata, le veniva già assegnato il suo compito. Il compagno Tito espose brevemente il piano. Egli disse che il nostro compito era di liberare l’Istria e il Litorale sloveno: ... ” importa soprattutto non guardare a cose di minor importanza; bisogna avanzare verso l’Istria, rispettivamente verso Trieste ” ». I piani strategici dello Stato Maggiore jugoslavo risultavano convergere dunque su di una rapida marcia nella Venezia Giulia al punto da anteporre la conquista di questa regione alla liberazione della stessa capitale slovena, Lubiana, e di quella croata, Zagabria”.

 

 

“Un portavoce del CLN fa osservare che tutto ciò corrisponde ad un disegno accuratamente preordinato; infatti « mentre Slovenia e Croazia sono due inscindibili beni del patrimonio jugoslavo, occorre invece far presto per mettere, per primi, la mano su beni altrui in modo da presentare agli Alleati sopraggiungenti il fatto compiuto”.

 

 

“Quando il 20 aprile la IV Armata jugoslava raggiunge i confini orientali della Venezia Giulia, lo Stato Maggiore Generale dà ordine al grosso delle forze di sfondare la linea di resistenza tedesca nella zona Fiume-Ciana e di continuare rapidamente la marcia su Trieste, destinando al tempo stesso alcune divisioni per circondare e distruggere il nemico a Fiume. Altre divisioni, costituenti l’ala sinistra dell’Armata, avevano il compito di attaccare l’Istria dalle isole di Cherso e Lussino, di rastrellare la costa orientale dell’Istria, appoggiando il gruppo circondante Fiume, e di avanzare tosto oltre Pinguente verso Trieste. L ’ala destra invece aveva il compito di raggiungere Massun, marciando a ridosso del Monte Nevoso, e quindi occupare i nodi ferroviari di Villa del Nevoso (Bisterza) e San Pietro del Carso, da dove puntare poi su Trieste”.

 

 

“Il IX Korpus sloveno, stanziato allora nel Tarnovano (più precisamente fra la Selva di Tarnova, Idria ed i boschi di Chiapovano), doveva operare alle spalle del nemico avanzando verso Trieste, Monfalcone e Gorizia”.

 

 

“L ’esecuzione del piano d’avanzata jugoslavo viene però ostacolata dalla forte resistenza del XCVII Corpo tedesco nei pressi di Ciana a protezione della strada Fiume-Trieste, essendo nelle intenzioni del generale Loeher di difendere ad ogni costo il fronte in tale settore, onde proteggere la ritirata dei duecentomila soldati tedeschi ancora sparsi in Croazia. Constatata l’impossibilità di spezzare per il momento la linea nemica nella zona Fiume-Ciana e raggiungere così la strada più breve per Trieste, lo Stato Maggiore jugoslavo decide di potenziare l’ala destra, nel cui settore d’operazioni il nemico aveva commesso l’errore di evacuare parte delle proprie posizioni. Raggiunti il 27 aprile, dopo avervi snidato la resistenza tedesca, San Pietro del Carso e Villa del Nevoso, le divisioni jugoslave possono marciare senza ostacoli verso occidente fino agli avamposti tedeschi sul Carso triestino. Contemporaneamente l'ala sinistra, occupata Laurana, si dirigeva su Pinguente e, in parte, verso Fiume”.

 

 

“Tra il 29 ed il 30 aprile, reparti del IX Korpus giungono a Monrupino, nelle immediate vicinanze di Trieste. Puntano successivamente su Opicina dove avviene il congiungimento con i reparti della XX divisione provenienti da San Pietro del Carso. Ad Opicina, Basovizza, Gropada, Banne e Trebiciano, tutte località del circondario, si verificano scontri violentissimi con le truppe del generale Kubler. Ad Opicina si forma l’epicentro della resistenza tedesca; i combattimenti vi si prolungheranno fino al 3 maggio allorché, giunti sul posto i primi reparti alleati, verranno iniziate trattative di resa”.

 

 

“La mattina del 1° maggio le avanguardie della IV Armata e di alcune brigate partigiane raggiungono il centro della città. Il IX Korpus, non essendo più indispensabile, riceveva l’ordine di procedere verso occidente e di liberare quanto prima Monfalcone e Gorizia".

 

 

Radio Londra già il 30 aprile comunicava alle ore 12,30 che Trieste era stata liberata dalle truppe del maresciallo Tito; analoga notizia veniva trasmessa lo stesso giorno da Radio Belgrado due ore dopo. In effetti tali annunci devono ritenersi prematuri. Solo il 1° maggio, come risulta anche da fonte jugoslava, i primi reparti jugoslavi entravano in Trieste.

 

 

Con le truppe che hanno raggiunto Trieste non vi sono reparti italiani: le formazioni garibaldine « Natisone », « Trieste », « Fontanot », inserite organicamente nel IX Korpus partigiano, vengono impegnate per la liberazione di Lubiana che cadrà l’11 maggio. Appena il 17 maggio i reparti garibaldini italiani saranno fatti entrare a Trieste”.

 

 

 

“Quando il 1° maggio le prime formazioni militari jugoslave fanno la loro apparizione a Trieste, buona parte della città era sotto il controllo del Corpo Volontari della Libertà. « Dei 56 centri di resistenza tedeschi efficienti al sorgere del 30 aprile, restavano ancora in possesso del magg. gen. Linkenbach (dal 23 aprile comandante di tutte le forze tedesche dislocate a Trieste) un esiguo numero di basi munitissime, tra cui la villa Geiringer, sede del Comando generale, il Castello di San Giusto, il Palazzo di Giustizia, la Stazione ed il porto » (26). Agli assalti contro i Tedeschi, assieme agli uomini del CLN, avevano partecipato le Guardie di Finanza e numerosi elementi della Guardia Civica già organizzati clandestinamente dal Comitato, mentre nei rioni popolari e nelle zone periferiche erano intervenuti pure gruppi di comunisti”.

 

 

 

“Molti operai ed elementi comunisti rimanevano però ancora esitanti se scendere a combattere a fianco del CVL o attendere il segnale d’insurrezione da parte del Comando Città del IX Korpus. Afferma a questo proposito Franz Stoka che il 27 si era deciso di attaccare per il giorno dopo. In realtà nè il 28, nè il 29, nè il 30 ci furono scontri in città fra reparti del Fronte sloveno ed i Tedeschi. L ’insurrezione del CVL aveva trovato il Fronte sloveno con le armi al piede, in attesa; agli scontri violenti che si susseguono nelle zone centrali urbane non partecipano gruppi controllati dal movimento sloveno, e non corrisponde ai fatti l’azione da esso vantata in difesa degli impianti portuali”.

 

 

"Il congiungimento fra gli insorti italiani e le avanguardie dell’Armata jugoslava avviene nel centro cittadino verso le ore 9.30. Un reparto avanzato jugoslavo, agli ordini del ten. Bozo Mandac della XIX divisione d’assalto, appoggiato da carri armati leggeri si attesta presso i Portici di Chiozza. Il comandante del CVL, Antonio Fonda Savio, ed il comandante della divisione « Giustizia e Libertà », Ercole Miani, giungono sul posto per incontrarsi con l’ufficiale jugoslavo. Dopo uno scambio di fredde formalità militari, l’ufficiale comunica che il suo compito era limitato all’individuazione ed all’attacco dei capisaldi tedeschi. Ricevute le indicazioni dei centri di resistenza tedesca, vi si dirige con i suoi uomini".

 

 

"Nelle zone periferiche della città cominciano man mano ad affluire truppe jugoslave. Il CLN, esaminata la nuova situazione politico-militare alla luce delle notizie più recenti, decide di lanciare un « radio » al Governo italiano ed al Comando della VIII Armata britannica (il giorno prima, sempre via radio, era stata smentita la notizia trasmessa da Radio Londra sulla liberazione di Trieste da parte delle truppe di Tito): “ Truppe slave entrate stamane. Trieste italiana insorta ieri per iniziativa CLN contro dominazione nazista aborre diffidente occupazione jugoslava. Ansiosa attende tempestivo arrivo forze alleate e nazionali"".

 

 

« In linea di massima, fino alle 12 del 1° maggio il comportamento delle truppe slave regolari si mantiene normale. Successivamente, per il sopravvenire di elementi faziosi, aizzati del Comitato sloveno, si profila un cambiamento radicale della situazione, contrassegnato dall’accanirsi di sentimenti ostili verso i patrioti del CVL ».

 

 

“Gli esponenti del CLN, consci della somma delicatezza della situazione, decidono di ritirare le proprie forze — ad eccezione fatta di quei nuclei che non incontrano ostilità da parte slava — dalla lotta”.

 

 

“Il pomeriggio del 2 maggio, i Tedeschi, mantenutisi sempre sulle posizioni nelle quali vennero costretti ad asserragliarsi dall’azione dei partigiani del CVL, si arrendono alle forze neozelandesi comandate dal generale Bernard Fryberg. Il Comando jugoslavo fa allora affluire nuovi ingenti reparti e riesce ad assumere di fatto il controllo della città”.

 

 

“Per il CLN di Trieste — dopo venti mesi di dura lotta contro la dominazione nazista — s’inizia un nuovo periodo di clandestinità, che avrà fine ufficialmente dopo il 12 giugno, con l’avvento, in base all’accordo di Belgrado del 9 giugno, dell’amministrazione militare anglo-americana”.  ( da ENNIO MASERATI, op.cit.)